NOTIZIE
RECENSIONE: In The Heights, Teatro King's Cross ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
Di
timhochstrasser
Condividi
Il cast di In the Heights. Foto: Johan Persson In The Heights
King’s Cross Theatre
15/10/2015
5 stelle
Prenota i biglietti Quando Duke Ellington e Billy Strayhorn ci invitavano a “Take the A-train”, avevano in mente Harlem come destinazione: era quello il quartiere che contava nell’Upper Manhattan di allora. È un simbolo di quanto siano cambiate le cose il fatto che, appena si intravede la scenografia di In the Heights, l’uscita della metropolitana dell’A-train non abbia bisogno di spiegazioni. È la porta d’accesso automatica alla comunità latina di Washington Heights, il nuovo calderone culturale in piena ebollizione che Lin-Manuel Miranda cattura qui con straordinaria vividezza, in una fusione pulsante di pop latino, salsa e hip-hop. Lo spettacolo arriva già ricoperto di riconoscimenti: vincitore di numerosi Tony Awards alla prima a Broadway nel 2008, è stato anche un grande successo al Southwark Playhouse lo scorso anno (nell’ambito della recente serie d’oro di produzioni azzeccate di quel teatro), e ora si trasferisce in uno spazio molto più grande mantenendo intatti gran parte del cast e del team creativo. Come se la cava sull’enorme palcoscenico traverso, grande come un campo da tennis, del King’s Cross Theatre? E quanto brilla senza la presenza travolgente e multitalentuosa dello stesso Miranda, che nel frattempo sta raccogliendo ulteriori successi creativi con Hamilton a Broadway?
Lo spettacolo è ricchissimo di personaggi ma piuttosto esile nella trama. Nel testo di Quiara Alegría Hudes accadono poche cose: ci sono echi di West Side Story nello scontro tra generazioni più anziane e più giovani, ma senza un conflitto intra-comunitario sostenuto, e tutti i personaggi subiscono la minaccia di sfratto dal barrio con l’avanzare della gentrificazione. La calura estiva è rovente, un blackout scatena il caos, e si riflette su partenze e nuovi inizi. Ma i personaggi sono già pienamente definiti e molto vari, con grande spazio per interazioni comiche inventivamente costruite, attriti da rivalità, inseguimento di sogni e nuove carriere, e una risoluzione romantica.
Sam Mackay nel ruolo di Usnavi in In the Heights. Foto: Johan Persson
Usnavi (Sam Mackay), che gestisce la bodega del quartiere, ha un cuore troppo buono per guadagnare davvero e sogna di tornare nella Repubblica Dominicana o di mettersi con l’apparentemente irraggiungibile Vanessa (Jade Ewen), che non riesce a ottenere un rating creditizio per l’appartamento in centro che desidera. Il salone di parrucchieri dove lavora rischia la chiusura, anche se prima bisognerà fare i conti con la capa, la grintosa Daniela (Victoria Hamilton-Barritt). Anche il servizio taxi della porta accanto, Rosario’s, gestito da Kevin (David Bedella) e da sua moglie Camila (Josie Benson), è in equilibrio precario, nonostante gli sforzi dell’ambizioso centralinista Benny (Joe Aaron Reid) e il successo della brillante figlia Nina (Lily Frazer), che ha lasciato la zona per andare a Stanford. A fare da presenza benevola c’è la nonna della comunità, Abuela Claudia (Eve Polycarpou).
L’impianto scenografico rispecchia i personaggi: da un lato del traverso dominano la bodega e l’appartamento di Claudia con il suo balcone; dall’altro il salone di parrucchieri e l’ufficio dei minicab. I personaggi senza dimora fissa – Sonny (Cleve September), cugino di Usnavi, un writer di graffiti (Antione Murray-Straughan), un venditore di piragua (Vas Constanti) e un coro di vicini – si muovono nel mezzo. Dietro un paravento, su un lato, c’è l’orchestra: scattante, brillante, precisissima, diretta da Phil Cornwell, con la tromba di Gavin Mallett che si libra alta e leggera quando serve. In ogni atto ci sono una dozzina di numeri, con una linea porosa fra dialogo, rap e set piece pienamente orchestrati, che siano assoli, duetti o ensemble. Cito questi livelli, naturalmente, sia per dare un’idea di base della serata, sia per sottolineare quanto il successo di un musical come questo dipenda dall’incastro di tanti elementi e contributi, più che da uno solo. Sono finiti i tempi in cui il pubblico doveva uscire con qualche melodia in testa e un paio di canzoni “da ricordare” come eredità della serata. Qui, invece, conta l’esperienza complessiva dello spettacolo, che non si può più scomporre in parti separate. Da questo punto di vista In the Heights è un enorme successo, sia tecnico sia artistico. Guardandomi intorno, fra un pubblico prevalentemente giovane che sorrideva e teneva il tempo con il piede sul beat incessante, le coreografie acrobatiche e i testi rap di una brillantezza folgorante, ho avuto la sensazione chiarissima che qui si trovi oggi l’avanguardia del teatro musicale – e che lo resterà ancora per un bel po’. Come segno significativo del cambio della guardia, forse non sorprende che Miranda abbia anche collaborato di recente con Sondheim e Laurents a una versione in spagnolo di West Side Story.
Quando lo standard è così alto tra interpreti e creativi e il risultato dipende tanto dal lavoro di squadra, è ingiusto isolare singoli per elogi speciali: ciò che segue è semplicemente una breve lista dei miei momenti preferiti, del tutto soggettiva.
Bisogna partire dai movimenti e dalla danza, totalmente coinvolgenti dall’inizio alla fine grazie al coreografo Drew McOnie, di grandissima esperienza. Che lo sguardo si posi su un singolo o abbracci l’ensemble, non c’è un anello debole: si vede un’enorme cura del dettaglio, immaginazione e panache fisico. Mi ha colpito in particolare il modo in cui due scale antincendio mobili sono state messe in gioco per dare altezza oltre che profondità alle scene di massa.
È difficile esagerare il traguardo di far arrivare così tante parole in modo tanto udibile e intelligente, con un insieme di accenti del tutto convincente. Sapendo di avere una storia da raccontare e battute fulminanti da consegnare, i cantanti trovano un equilibrio riuscito tra la raffica da mitragliatrice del rap e la chiarezza – un ascolto esaltante, soprattutto con i performer più esperti come Sam Mackay e Joe Aaron Reid. Ma ci sono anche momenti più morbidi, di respiro, che meritano piena ammirazione.
Sam Mackay e il cast di In the Heights. Foto: Johan Persson
I costumi, firmati dalla designer Gabriella Slade, sono un tripudio sfacciato di colori primari e bling che, per confronto, farebbero sembrare beige persino Carmen Batmanghelidjh. Le luci di Howard Hudson regalano effetti spettacolari e impertinenti – per esempio, bicchieri da caffè take-away che brillano al buio, e un momento di blackout illuminato solo dall’ondeggiare di decine di telefoni. Il regista Luke Sheppard mantiene un ritmo elegante e assicura che tutte le risorse di questo grande spazio vengano impiegate al massimo. L’unico appunto è che la prima parte sembra un filo troppo lunga: settantacinque minuti. Non c’è bisogno di tagliare nessuna canzone, tutte hanno il loro perché, ma una sforbiciata mirata alle ripetizioni potrebbe giovare.
Come dicevo, le canzoni non sono pensate per spiccare al di sopra dell’esperienza d’insieme; eppure, un momento che nella seconda parte ha letteralmente fermato lo spettacolo fra gli applausi è stata l’interpretazione fiera di Josie Benson di “Enough”: un istante trascendente di autoaffermazione e di rifiuto di essere messa da parte, che si è guadagnato una speciale centralità nel corso della serata.
In definitiva, è uno spettacolo che merita tutti gli elogi ricevuti e dovrebbe avere una lunga tenitura sia al King’s Cross Theatre sia in sale del West End ancora più grandi. Quando la sera dopo sono andato al Coliseum per un’opera, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto questo show sarebbe perfetto per riempire lì i 2.600 posti con giovani entusiasti, dove l’ENO oggi fatica. Quando Londra si deciderà finalmente ad abbinare gli spazi giusti ai generi giusti e a fare del Coliseum la casa dei musical blockbuster?
Prenota i biglietti per In the Heights al Kings Cross Theatre
Condividi questo articolo:
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy