NOTIZIE
RECENSIONE: Codice 2021: Progetto Teatrale Segreto d'Autunno, Bethnal Green ✭
Pubblicato su
Di
julianeaves
Condividi
Code 2021: Progetto segreto di Secret Theatre per l’autunno
Bethnal Green
11 ottobre 2016
1 stella
Capisci che una produzione è nei guai quando la scenografia è la vera star della serata. E quando quella scenografia è un edificio enorme e minuziosamente elaborato – un tortuoso municipio edoardiano a Bethnal Green, poi trasformato in un magnifico hotel dal lusso opulento, con scalinate di marmo e saloni di ricevimento a volta, (riproduzioni di) Angus McBean alle pareti e palme che agitano le fronde nei corridoi e vestiboli lunghi e freschi – allora i guai sono grossi. Ed è esattamente ciò che è accaduto con l’ultima proposta di Secret Theatre.
L’ensemble coraggioso, seppur ultra-discreto, Secret Studio Lab, ha occupato l’ex Council Chamber per gran parte dello spettacolo: uno spazio conservato più o meno intatto, rivestito in noce australiano e con ampie file concentriche di sedute in pelle verde, anche se l’effetto di austera solennità civica è oggi piuttosto attenuato dall’aggiunta di una morbida moquette color crema. Lì ci è stato presentato un dramma processuale sostanzialmente “da manuale”, che ricordava fortemente il caso OJ Simpson. Ora, il teatro incentrato sui processi ha una tradizione lunga e solidissima. Il pubblico conosce benissimo le sottigliezze del protocollo della Crown Court e, quando viene chiamato a fare la giuria in un processo per omicidio – come è successo qui – non entra affatto alla cieca nel ruolo assegnato.
Serve quindi una compagnia davvero audace per mettere il pubblico in una posizione del genere. Con un approccio così iper-naturalistico, i dettagli devono essere impeccabili: altrimenti ogni imprecisione salta subito all’occhio, erodendo gli sforzi fatti per costruire credibilità e significato.
Purtroppo, sembra che simili scrupoli non abbiano minimamente sfiorato gli inventori di quest’opera di “Trial TV”. Eludendo qualsiasi esigenza di verosimiglianza convincente, l’autore e regista di questo intrattenimento (il forse non proprio rigorosissimo Richard Crawford) ha spostato gli eventi di quattro anni nel futuro, liberandosi di qualunque pressante necessità di attenersi ai fatti. Per cominciare, ci è stato chiesto di accettare che l’intera faccenda non fosse nelle mani – che so – dell’affidabile e simpatica Judge Judy, bensì di un figuro pacchianamente agghindato di nome Rip Love, volto di qualche agghiacciante sfruttamento da “reality TV”. E in un tribunale, signore e signori della giuria! Sottopongo alla vostra attenzione che, abbandonando gli standard che il pubblico teatrale si aspetta, gli artefici di questo dramma hanno – agli occhi dell’integrità artistica – mancato al loro dovere di diligenza in modo grave e profondamente dannoso.
Mentre avanzavamo a fatica nella meccanica del processo, del tutto prevedibile (compressa in poco meno di tre – comodissime – ore), abbiamo osservato alcune, ma ne abbiamo anche scavalcate parecchie, delle regole più elementari del gioco. In breve, siamo stati trasferiti in un’altra delle splendide sale dell’edificio (un alto salone di ricevimento ora convertito in un unico “ambiente”: lo spazio principale, ampio e generoso, sufficiente a contenere file di sedute per il pubblico, un’“area” d’azione attorno a un divano fuori misura e a una credenza doppia, il tutto impreziosito da un gran coda Steinway). Lì ci siamo trovati davanti a una parete vetrata attraverso la quale intravedevamo – un po’ come l’interno di un formicaio mostrato al pubblico nel reparto insetti di uno zoo – una suite di stanze grande quanto un piccolo appartamento, arredata in uno stile contemporaneo, da hotel rigoroso e un po’ “Stark”, che fungeva da “ricostruzione” della scena del crimine. Lì, per nostro beneficio, sono state messe in scena due “rievocazioni” dell’omicidio: una per l’accusa e una per la difesa. Ed è proprio qui che Secret Studio Lab ha commesso un altro errore davvero serio.
Signore e signori, come già accennato, l’imputazione a carico dell’accusato (anche se nella Council Chamber non c’era alcun “banco degli imputati”, e il prigioniero sedeva in stile americano accanto al suo avvocato difensore) era omicidio. Eppure, qui, la CPS ci ha presentato con sfrontatezza un crimine del tutto non premeditato e platealmente provocato: un crime passionnel, in altre parole – omicidio colposo. Nessuno, nel processo, sembrava farci caso. Tutti in platea sì. Oh, cielo. È andata in fumo una bella fetta della nostra capacità di interessarci all’esito.
Tornati nella sala, ci è stata presentata la lunga sfilata dei testimoni, ciascuno dei quali ha iniziato, come si deve, dichiarando nome e cognome (senza però giurare di dire la verità, tutta la verità e… oh, a che pro!?). Nessuno di questi testimoni aveva un secondo nome. Non è impossibile, ma statisticamente assai improbabile. Il copione era pieno di fastidiose e sciocche imperfezioni di questo tipo, ognuna delle quali erodeva ulteriormente la nostra capacità di tollerarne l’avanzare tediosamente pedestre – e al tempo stesso capricciosamente sbandato – attraverso le banalità della convenzione legale. Dovremmo perdere tempo sull’assenza di un verbale, di un cancelliere, della stampa o delle tribune del pubblico…? Importava a qualcuno?
Eppure, una ottantina di persone si era presentata per sedersi e assistere a questo spettacolo. Molte stavano bevendo; quanto, non mi azzardo a dirlo, ma sembravano mostrare più pazienza di me. Però io ero sobrio. Inoltre non avevo pagato un biglietto e, se loro l’avevano fatto, be’, a volte questo è un fattore che spinge almeno a provare a divertirsi. E c’era un modo per accettarne la sciocchezza senza astio: come una sorta di dinner theatre senza cena, non era poi così male – per esempio – rispetto all’essere coinvolti in un vero omicidio. (E quanto costavano i biglietti? E servivano a finanziare l’intera, sfarzosa operazione? Sarebbe interessante saperlo.)
È stato un ENORME sollievo quando è finita. Non da ultimo, forse, per l’imputato che – come il resto del cast – ha dovuto affrontare l’impresa quasi impossibile di rendere credibile uno dei peggiori copioni processuali che sia mai capitato loro di dover imparare. (E non so se, o quanto generosamente, fossero retribuiti.) Per la cronaca, erano: Judge Goldsmith – il Paul Beech dalla dizione splendida e dall’aria un po’ da maestro di scuola; Rip Love – l’untuoso Monty Jones; Rupert Grove (difesa) – Nichols McBride, sempre impassibile; Emma Knight (accusa) – la fervidamente dedicata Rowena Farrington; Mike Lewis (imputato) – l’incredibilmente convincente Eliot Rodriguez; Alice Duvall (la vittima) – la frizzante Sarah Roy; Isobella Escobar (la cameriera, rampolla di un rispettabile clan colombiano di trafficanti di droga. Battute di bassa lega? Qui? No!) – la sincera Jessica Alonso; Johnny Drake (un giornalista, “infiltrato” tra noi, che è spuntato a sorpresa nella seconda parte per guidare la giuria verso una vera “discussione” sui meriti del caso) – il tenace Oliver Gower; Viola Lewis (la mamma dell’imputato) – la pacata Olivette Cole Wilson; Mark Burns (il “migliore amico” che in realtà l’ha fatto) – l’energico Ged Forrest; Dr Lewis Pinkman (un esperto) – Nico Kaufman, perfettamente in linea con il copione.
Caso archiviato.
Per ulteriori informazioni su Secret Theatre visita il loro sito web
Condividi questo articolo:
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy