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RECENSIONE: Il Peggior Matrimonio di Sempre, New Wolsey Theatre ✭✭✭
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Di
pauldavies
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Il peggior matrimonio di sempre
New Wolsey Theatre
2 marzo 2017
3 stelle
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Non sono molti gli autori contemporanei per teatro e televisione che possano dire di essere un nome noto a tutti. Con il successo di Broadchurch e l’imminente passaggio al timone di Doctor Who, Chris Chibnall è uno di questi. Ispirandosi alle sue esperienze – e, in fondo, alle esperienze di tutti noi – con i matrimoni, e soprattutto con quelli disastrosi, Worst Wedding Ever celebra quei momenti in cui tutto va irrimediabilmente storto. Guardando lo spettacolo, il pubblico si è riconosciuto chiaramente in molte dinamiche dell’organizzazione pre-nozze, e Chibnall ha costruito un solido nucleo centrale che sostiene commedia e dramma dall’inizio alla fine. Ciò che mi ha colpito, almeno per quanto riguarda i matrimoni eterosessuali, è che alla fine ruota davvero tutto attorno a madri e figlie.
La giovane coppia Rachel e Scott vorrebbe un matrimonio semplice, perché i soldi sono pochi. Ma la madre della sposa non ne vuole sapere e, con garbo, spinge Rachel verso il “matrimonio dei sogni” nella casa di famiglia. Il testo conduce fino al giorno delle nozze, destinato al caos, ma il percorso è lungo e piuttosto lento. Per fortuna ci sono interpretazioni solide che regalano molti momenti da ridere di gusto. Nei panni di Liz, la madre della sposa, Julia Hills è eccellente: tempi comici impeccabili e, man mano che la storia procede, rende Alison un personaggio più sfaccettato, qualcuno per cui finisci davvero a fare il tifo. Al suo fianco c’è l’altrettanto valido Derek Frood nel ruolo del marito Mel, l’altra metà della coppia: bonario e accomodante, ma con i suoi segreti e una certa dose di ottusità. Insieme funzionano benissimo e costituiscono la spina dorsale dello spettacolo. Nel ruolo della figlia prossima alle nozze, Elisabeth Hopper se la cava bene con una parte per lo più bidimensionale (soprattutto nella prima metà), e Nav Sidhu è molto bravo nei panni dello sposo dolce e ingenuo. Elizabeth Cadwallader quasi ruba la scena come la sorella leggermente alcolista e molto amareggiata, Alison, che si diverte visibilmente nel ruolo.
Dopo aver dedicato l’intero primo atto a seminare i presupposti del disastro nuziale, Chibnall rallenta ulteriormente introducendo nuovi personaggi all’inizio del secondo atto, rimandando così la farsa inevitabile. In definitiva, questi personaggi fanno ben poco se non aggiungere ulteriori strati di ansia, e viene da chiedersi se siano davvero necessari: l’attenzione resta sul nucleo familiare centrale. Alcuni quadri risultano un po’ telefonati, ma il cast affronta brillantemente l’ultima mezz’ora. È un lavoro chiaramente ispirato ad Ayckbourn, e alcune rivelazioni a sorpresa aggiungono un bel livello di tenerezza e malinconia, anche se a tratti sembrano un po’ forzate. Non è uno spettacolo destinato a cambiare il volto del teatro, ma fa esattamente ciò che promette e intrattiene, proprio come l’ottima wedding band che, di tanto in tanto e inaspettatamente, spunta all’interno dell’eccellente scenografia di James Button.
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