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NOTIZIE

RECENSIONE: Killology, The Royal Court ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

1 giugno 2017

Di

pauldavies

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Il cast di Killology. Foto: Mark Douet Killology Royal Court.

31 maggio 2017

5 stelle

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Killology è un’esperienza di gaming in cui i giocatori vengono premiati per torturare le proprie vittime. Più lunga e più ingegnosa è la tortura, più punti ottiene il giocatore. Non è malato; il creatore milionario insiste che sia un’esperienza profondamente morale, perché se distogli lo sguardo perdi la partita. Il giocatore deve affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Gary Owen ha scritto un testo serrato, brillantemente teso, che esplora il confine tra violenza reale e immaginata e l’attraversamento di quel confine.

Il cast è superbo. Nei panni di Paul, il creatore milionario del gioco, Richard Mylan coglie alla perfezione la spavalderia e l’arroganza, la sicurezza dei ricchi, che si sottraggono alle conseguenze della propria creazione e, in fondo, al mondo reale. Lo spettacolo parla anche di padri e figli, un terreno fertile che Owen ha già esplorato, in particolare nel suo precedente successo al Royal Court, Violence and Son. Qui Mylan rivela con grande precisione la vulnerabilità di Paul, il suo bisogno d’amore da parte del padre.  Nei panni di Davey, un giovane segnato da un orribile bullismo infantile, Sion Daniel Young è straordinario nel rendere quel bambino spezzato, che imbocca un percorso verso la propria violenza e il proprio bullismo, finché non si scontra con una gang talmente ossessionata dal gioco di Killology da metterlo in scena per davvero su Davey. Nei panni del padre di Davey, Seán Gleeson completa un cast esemplare con un’interpretazione straziante, devastato dal senso di colpa per aver abbandonato il figlio quando era bambino e ora in cerca di vendetta per il suo omicidio, introducendosi nell’appartamento di Paul per “giocare” a Killology con lui.

La posta in gioco drammatica è altissima ma, sebbene Owen scriva con forza della violenza e suggerisca l’orrore piantando immagini nella mente dello spettatore, il testo contiene anche battute che cantano di tenerezza e, a tratti, è cucito insieme da un umorismo nero. La storia viene raccontata principalmente attraverso monologhi, di cui Gary Owen è un vero maestro, e quando i personaggi si parlano, i duetti assumono un peso enorme. La regia bella e sensibile di Rachel O’Riordan lascia fluire il cast e poi lo mantiene immobile mentre i fili della storia si ricompongono, intrecciandosi come i cavi che pendono dalla scenografia evocativa di Gary McCann; una bicicletta impigliata fra quei cavi rivela il proprio significato nella commovente conclusione dello spettacolo.

Scrittura eccezionale, recitazione splendida e regia solida: sembra impossibile che la magia teatrale si crei con una formula così “semplice”. Eppure qui la compagnia ci riesce in pieno. The Ferryman di Jez Butterworth (nato anch’esso in questo teatro) potrà anche raccogliere tutti gli elogi e i premi come miglior nuova pièce dell’anno, ma Killology merita di essere considerato allo stesso livello. Da non perdere.

Fino al 24 giugno

Foto: Mark Douet

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