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RECENSIONE: GHBoy, Charing Cross Theatre ✭✭✭
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Di
pauldavies
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Paul T Davies recensisce GHBoy, ora in scena al Charing Cross Theatre.
Jimmy Essex (Robert Finch). Foto: Bettina John GHBoy
Charing Cross Theatre.
7 dicembre 2020
3 stelle
Inserendosi in una lista sempre più lunga di spettacoli che esplorano la scena del chemsex tra uomini gay a Londra, GHBoy ha dovuto affrontare molte difficoltà per arrivare alla prima. Oltre a lockdown e restrizioni, la componente del cast Buffy Davis è caduta domenica ed è stata costretta a ritirarsi. Nicola Sloane è subentrata con un preavviso di poche ore e, alla serata stampa, leggeva dal copione. Per questo motivo non verrà valutata in questa recensione, ma le inviamo i migliori auguri per una tournée di successo. Deve essere stato destabilizzante per la compagnia e potrebbe in parte spiegare una prima sera un po’ sottotono.
Robert, in lutto per la morte del padre, finisce invischiato nel giro della droga e fatica a spezzare il ciclo della dipendenza, anche quando gli uomini muoiono per overdose di GHB e si vocifera che qualcuno stia incoraggiando ragazzi più giovani a spingersi fino al limite. A 35 anni sente che dovrebbe diventare un uomo migliore, ma la sua vita viene scombussolata quando il suo fidanzato ventenne, Sergio, gli chiede inaspettatamente di sposarlo. Nei panni di Robert, Jimmy Essex rende bene la nervosità della dipendenza e lo sforzo di cambiare; Marc Bosch porta un’energia efficace nel ruolo del naïf Sergio. Tuttavia, per quanto il drammaturgo Paul Harvard vada lodato per non cedere alla facile titillazione a torso nudo/di nudo vista in alcuni precedenti spettacoli sul chemsex e per concentrarsi invece sulla lotta di un solo uomo, ho trovato molte scene poco convincenti, soprattutto la relazione centrale tra Robert e Sergio. In quel punto Robert è così spregevole e bugiardo che è chiaro che la relazione non può reggere; di conseguenza, la posta in gioco non risulta alta. Purtroppo molti personaggi sono bidimensionali, con il risultato di alcune prove attoriali deboli, e i personaggi entrano in scena con passo indolente quando invece servirebbero più energia e convinzione.
Jimmy Essex (Robert Finch) e Marc Bosch (Sergi Castell). Foto: Bettina John
Nel testo c’è anche una punta di ageismo: a 35 anni Robert viene definito vecchio e lui stesso si sente “fuori gioco”. La sua omofobia interiorizzata e il suo disgusto di sé sono interessanti, ma è difficile capire da dove derivino. Sostiene di vedere poche immagini positive di uomini gay della sua età (è anche sieropositivo, il che può spiegare alcune sue posizioni), ma a 35 anni si colloca esattamente nel pieno dell’epoca della parità per età del consenso, unioni civili e matrimonio; inoltre i suoi genitori lo hanno sostenuto quando ha fatto coming out. Il rapporto più solido che ha è con il suo arteterapeuta, e forse si potrebbe sviluppare di più; il testo dà l’impressione di essere ancora un paio di stesure lontano dall’essere un’opera compiuta. Anche se la produzione prenderà ritmo man mano che il cast si assesta, qui appare prudente laddove potrebbe osare di più.
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