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NOTIZIE

RECENSIONE: Tutti i miei figli, Old Vic Theatre Londra ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

26 aprile 2019

Di

markludmon

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Mark Ludmon recensisce All My Sons di Arthur Miller, con Sally Field e Bill Pullman, ora in scena all’Old Vic di Londra.

Sally Field e Bill Pullman in All My Sons. Foto: Johan Persson All My Sons

Old Vic Theatre, Londra

Cinque stelle

Prenota i biglietti Arthur Miller è decisamente di moda in questo momento — almeno a Londra. Mentre la produzione del Theatre Royal Bath di The Price conclude la sua tappa nel West End, lo Young Vic sta per inaugurare Death of a Salesman, e The Yard porta in scena una versione a ruoli di genere invertiti di The Crucible. Dopo aver presentato a febbraio il suo meno noto The American Clock, l’Old Vic ripropone ora uno dei suoi titoli più celebri, All My Sons, sotto la regia del direttore artistico di Headlong Theatre, Jeremy Herrin.

È chiaro che nelle visioni di Miller di un Sogno Americano inacidito c’è qualcosa che continua a risuonare oggi, e non soltanto per il pubblico statunitense. Come in molti dei suoi testi, in All My Sons c’è una morale insistente, che richiama alla responsabilità individuale di fronte alle forze sociali ed economiche — un tema attualissimo. Scritto subito dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, il dramma si chiede anche come possiamo convivere con noi stessi quando siamo perseguitati dai demoni del passato.

Sally Field e Jenna Coleman in All My Sons. Foto: Johan Persson

Per Joe Keller, il passato è il coinvolgimento della sua azienda nella produzione di componenti per aerei da combattimento. Il suo ex collega Steve marcisce in carcere per aver spedito testate dei cilindri difettose che hanno causato la morte di 21 piloti, ma Joe sembra intoccabile: un padre di famiglia affabile e, dopo l’assoluzione, un membro molto amato della comunità. Per sua moglie Kate, invece, il passato è la perdita del figlio Larry, un pilota che non è mai tornato da una missione durante la guerra. Dopo tre anni, si aggrappa disperatamente alla convinzione che sia ancora vivo, da qualche parte.

L’altro figlio, Chris, guarda più al futuro, con l’intenzione di sposare Ann, la fidanzata di Larry, ma anche lui convive con il senso di colpa del sopravvissuto dopo il servizio militare. Ann è anche la figlia di Steve, e il suo ritorno nella casa dei Keller in Ohio — seguito a breve dal fratello George — innesca una serie di rivelazioni che mostrano come, per alcune persone, l’unico modo di andare avanti sia vivere nella menzogna e cercare di dimenticare il passato. Il ritratto dei sacrifici compiuti in nome del “business” è attuale oggi nell’Occidente capitalista quanto lo era negli Stati Uniti nel 1947.

Jenna Coleman e Colin Morgan in All My Sons. Foto: Johan Persson

Dopo messe in scena più sperimentali come il A View from the Bridge essenziale di Ivo van Hove, Herrin resta fedele allo stile naturalistico di Miller, con lo scenografo Max Jones che ricrea con grande cura il cortile sul retro di una casa dell’Ohio. Bill Pullman è eccellente nei panni di Joe Keller, un bonario mattacchione con una sottile asperità che lascia intuire un dolore nascosto, mentre Sally Field rende magistralmente l’acciaio dell’autoinganno di Kate. Guidano un cast impeccabile che comprende Colin Morgan nel ruolo di Chris, alle prese con un idealismo che si sgretola, e Jenna Coleman come Ann, affascinante ma determinata.

Non ci sono trovate furbe né tocchi d’avanguardia ma, con una serie di interpretazioni potenti e una regia intelligente e sfumata, questo grande testo trova una realizzazione eccellente. Con una sequenza video d’apertura che mostra scene di vita americana dagli anni ’50 fino a oggi, Herrin dimostra che All My Sons resta una potente riflessione sulla responsabilità personale e sul prezzo di ignorarla.

In scena fino all’8 giugno 2019

PRENOTA I BIGLIETTI PER ALL MY SONS ALL’OLD VIC THEATRE

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