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RECENSIONE: Black Chiffon, Frinton Summer Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

pauldavies

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Paul T Davies recensisce Black Chiffon, un testo di Leslie Storm attualmente in scena al Frinton Summer Theatre

Black Chiffon Frinton Summer Theatre

6 agosto 2019

4 stelle

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Messo in scena per la prima volta nel 1949, il testo di Lesley Storm sembra una scelta azzeccata per la più antica compagnia britannica di repertorio settimanale ancora attiva. Oggi raramente rappresentato, è già stato prodotto a Frinton e, pur risultando datato sotto alcuni aspetti, offre uno studio affascinante di come nella Gran Bretagna del dopoguerra i problemi di salute mentale della classe media venissero affrontati — e spesso negati.  Alla vigilia del matrimonio mondano del figlio, Alicia Christie lancia un grido d’aiuto rubando una camicia da notte di chiffon nero da un rispettabile grande magazzino. Non solo il figlio sta per sposarsi: anche la figlia è incinta del suo primo nipote. Sotto la pressione di una famiglia esigente, il testo si trasforma in un dramma psicologico con tutti i tratti distintivi dell’epoca. Terrorizzata all’idea che la sua difesa possa portare alla luce elementi “innaturali” nel suo amore per il figlio, Alicia sacrifica la propria libertà per salvare la reputazione della famiglia.

Gli atteggiamenti nei confronti della sua condizione mentale oggi risultano problematici, considerando ciò che sappiamo della cleptomania e delle questioni di salute; e la situazione è ulteriormente complicata dal marito Robert, pedante e freddo, geloso del legame stretto tra lei e il loro figlio Roy. Tuttavia, lo spettacolo si segue con grande interesse grazie a un’interpretazione centrale potente e magnetica di Abigail Cruttenden nei panni di Alicia, che rende con tale convinzione le possibilità (e i limiti) concessi a una donna di questa classe e di questo status da rendere del tutto credibile il suo auto-sacrificio. Al suo fianco, Ian Kelly è perfettamente grossolano nel ruolo di Robert: con toni secchi e un aplomb tipicamente inglese stronca sul nascere qualunque possibilità di comprensione emotiva. Ottima anche la prova di Nicholas Murchie nei panni di Hawkins, il medico che vuole costruire la sua difesa di non colpevolezza sulla sofferenza di lei, legata alla paura di “perdere” il figlio con il matrimonio. Se alcuni altri personaggi risultano meno definiti, l’ensemble funziona bene insieme e restituisce il copione con efficacia.

È preferibile guardare al testo attraverso il prisma della storia di classe britannica, e ciò è valorizzato dall’eccellente scenografia di Beth Colley che ci riporta dritti in quel salotto del 1949; inoltre il regista Clive Brill è straordinariamente abile nel ricavare interpretazioni di livello dal cast, con una perfetta comprensione dell’epoca. A settembre si trasferirà al Park Theatre di Londra.

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