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RECENSIONE: La Strada, The Other Palace ✭✭✭
Pubblicato su
1 giugno 2017
Di
julianeaves
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Bart Soroczynski e il cast di La Strada. Foto: Robert Day. La Strada
The Other Palace
31 maggio 2017
3 stelle
Ecco dunque un lavoro davvero allegro e godibile, un esempio di “teatro di regia” realizzato con grande cura: l’affascinante creatrice Sally Cookson, in collaborazione con lo scrittore Mike Akers, il compositore-paroliere Benji Bower, la scenografa Katie Sykes, la lighting designer Aideen Malone, il sound designer Mike Beer e il movement director Cameron Carver, ha messo a punto un coraggioso tentativo di portare in scena il brillante film neorealista di Federico Fellini, “La Strada”. Un magnifico cast di 13 attori-musicisti ci trasporta nella loro piacevolissima interpretazione del film. È un’altra creazione audace che ci arriva dal produttore instancabilmente creativo Kenny Wax, in collaborazione con Cambridge Arts, Bristol Old Vic e il Belgrade Theatre di Coventry. E ieri sera, al The Other Palace, la prima ha attirato una nutrita schiera di personalità, fra cui Anthony Drewe, Howard Goodall, Charles Hart, oltre alla nipote di Fellini e molte altre figure del settore: il foyer era glamour e divertente tanto quanto ciò che accadeva sul palco.
Audrey Brisson e Stuart Goodwin in La Strada.
Sembra che il neorealismo stia vivendo un momento di particolare fortuna. Prima è arrivato l’allestimento di Ivo van Hove di “Ossessione” di Luchino Visconti, e ora questo: il duro dramma del 1954 di Fellini su emarginati, povertà, passione e disperazione. La scuola neorealista del cinema fu un movimento che si prendeva molto sul serio, guidato da teorici accademici che talvolta si trasformavano poi in cineasti. Questa spinta a trasformare le loro creazioni filmiche in produzioni “da palcoscenico” può sembrare un po’ strana, viste le rigorose intenzioni intellettuali di registi che cercavano di creare opere impossibili da presentare in qualsiasi forma diversa dallo schermo. Viene da chiedersi — proprio da chiedersi — quale ragionamento ci sia dietro questo tentativo di sovvertire la loro profonda, sentita missione?
Forse perché, nello zeitgeist, c’è una certa identificazione con i temi di fondo di quell’epoca: l’Italia è rappresentata come un mondo duro, dominato dai brutali, in cui i sensibili e i vulnerabili sono condannati alla distruzione. Qui Fellini scrisse la sceneggiatura di suo pugno, con i suoi collaboratori di lungo corso Pinelli e Flaiano. Vi riversò l’anima e creò, parole sue, “un catalogo completo di tutto il mio mondo mitologico, una rappresentazione pericolosa della mia identità, intrapresa senza alcun precedente”. Riprenderla come progetto e sperare di trasformarla in qualcosa di statura paragonabile è un gesto audace e ambizioso.
Il cast di La Strada.
Quando Fellini morì, alcuni anni fa, ci fu un’ondata di adorazione, soprattutto in Italia, dove gli studi televisivi montarono omaggi affettuosi, spesso attingendo alla nostalgia per il suo film più simbolico: questa storia dell’uomo forzuto ambulante e del suo tragico aiutante legato a lui. Ciò che veniva mostrato allora, in quei tributi, somiglia in modo molto evidente a quanto oggi si vede sul palcoscenico principale del The Other Palace a Westminster. È interpretato molto bene, splendidamente illuminato e messo in scena con gusto; ma si discosta, sotto quasi ogni aspetto importante, dall’opera di uno dei più grandi artisti del Novecento. E non è difficile comprendere le ragioni per cui accade.
Fellini sapeva di avere davanti una lotta titanica per portare a compimento questo saggio così personale. Scelse non solo sua moglie e musa, Giulietta Masina, per il ruolo della ragazza, ma ingaggiò anche una grande star hollywoodiana per interpretare con forza, contro tipo, l’incredibilmente antipatico ruolo del forzuto motociclista, donnaiolo e ubriacone: una sorta di Peter Grimes su due ruote che finisce per spuntarla — Anthony Quinn. Con queste personalità imponenti a dominare la scena, l’epopea in bianco e nero, aspra, dura, di estremo chiaroscuro, assume la forza de “I bassifondi” di Gogol nel suo doloroso attraversamento dell’Italia povera del dopoguerra. Con la macchina da presa sempre molto vicina ai personaggi centrali, a osservare anche i dettagli più minuti della loro breve e squallida vita insieme, abbiamo continuamente la sensazione di essere avvolti dentro il loro mondo. E l’effetto è devastante.
Tim Dalling, Sofie Lyback e Tatiana Santini in La Strada
Questo, semplicemente, a teatro non funziona allo stesso modo. Ma, così come la storia di Gogol citata è stata fatta funzionare magnificamente al cinema e con uguale successo — però in modo del tutto diverso — sul palcoscenico, non c’è alcun motivo essenziale per cui “La Strada” non possa essere adattata alla scena. Se le condizioni sono quelle giuste.
Cookson ha riunito un gruppo di interpreti affascinante per il suo ensemble e ha costruito lo spettacolo insieme a loro. Sta addosso come un guanto. In particolare, il lavoro sul movimento di Carver è spesso magico e delizioso, e gli arrangiamenti musicali di Bower sono calibrati con precisione sulle molte qualità del cast. Il confronto fra stili musicali, però, può essere istruttivo. Fellini si affidò a uno dei più grandi compositori di musiche da film di tutti i tempi, Nino Rota, per creare una partitura che attinge alle grandi sonorità veriste dell’opera italiana, filtrate attraverso la musica di Chaplin per i suoi film del vagabondo, ottenendo un mondo sonoro che unisce sensibilità poetica e grandiosità epica. L’inconfondibile “cadenza morente” della tromba nel motivo chiave — un elemento portante del dramma — è una delle melodie più indimenticabili della storia della musica per cinema. Qui, invece, la musica è morbida, gentile, calma e rasserenante: una sorta di soundscape da “Café del Fellini” che appiana il dolore e la passione dell’originale, regalandoci una visione più benevola e confortante. Piace, ma non entusiasma. A un certo punto arriva persino un lampo del Requiem di Verdi e la temperatura emotiva sale; ma è solo un attimo, e passa. Potenzialmente, se la scrittura musicale avesse preso quella direzione così diversa, avremmo potuto avere uno spettacolo con un impatto di tutt’altro tipo.
Lo stesso vale per il casting. È un ottimo ensemble corale che fa tutto ciò che gli viene richiesto. Ma non contiene quelle grandi prove “spiccanti” che hanno reso unico il film. Insomma, nel complesso è un esercizio realizzato con perizia, con un suo fascino. Cookson potrebbe benissimo fare qualcosa di più potente la prossima volta. Non vedo l’ora di vederlo.
Foto: Robert Day
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