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NOTIZIE

RECENSIONE: Il Più Grande Spettacolo Nella Storia Del Mondo, Trafalgar Studios 2 ✭✭✭✭

Pubblicato su

29 novembre 2019

Di

rayrackham

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Ray Rackham recensisce Julie Hesmondhalgh in The Greatest Play In The History Of The World, ora in scena al Trafalgar Studios 2 di Londra.

Julie Hesmondhalgh. Foto: Savannah Photographic The Greatest Play In The History Of The World

Trafalgar Studios 2

4 stelle

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Le prime stampa sono una cosa curiosa: un mix di amici e familiari benintenzionati e pieni di buona volontà, e del critico sempre serissimo, con le braccia conserte, il cui contegno lascia intendere che non accenni un sorriso dall’alba del nuovo millennio. Sono serate in cui drammaturghi, registi e produttori siedono nervosi, guardando il pubblico che guarda ciò che accade sul palco, disperati nel tentativo di misurare le reazioni collettive come se potessero calcolare le probabili “stellette” contando risate o sussulti. Che meravigliosa boccata d’aria fresca, dunque, essere accolti invece — varcando le porte del Trafalgar 2 — da Julie Hesmondhalgh in persona, con una tazza di tè enorme che rompe la quarta parete, un sorriso smagliante e un «ciao, tesoro» che ti conquista all’istante.

Julie Hesmondhalgh. Foto: Savannah Photographic

Senza arrivare a dire «bene, ora devo fare lo spettacolo», Hesmondhalgh viene chiamata in scena dall’impressionante sound design di Mark Melville, che a sua volta ci trasporta in un quasi spot informativo di fatti e dettagli sul lancio e sul viaggio del programma Voyager: il progetto scientifico americano che studia il Sistema Solare esterno e che, di fatto, è arrivato più lontano di qualunque oggetto costruito sulla Terra. Quando entra in gioco il sensibile disegno luci di Jack Knowles, Hesmondhalgh — splendida in un paio di pantaloni morbidi e in un cardigan color senape — comincia. Racconta una storia semplice e bellissima, molto “alla Bennett”, che sta al cuore del successo di questo testo. A differenza di Bennett, però, Ian Kershaw non scrive per celebrare manie e idiosincrasie: scrive piuttosto un personaggio che potresti incontrare un giorno alla fermata dell’autobus o in fila nell’area ristoro di un Arndale Centre; un narratore naturale, con il dono di notare le piccole cose.

Attraverso il movimento di scarpe posizionate con cura, che rappresentano i vari personaggi di questa storia — alcune prese, anzi, da spettatori seduti in prima fila — Hesmondhalgh ci invita consapevolmente nel mondo di Tom, un uomo di trentun anni che si sveglia nel cuore della notte per scoprire che il tempo si è fermato. A quanto pare è sveglia anche la vicina di fronte, Sara (una donna di ventisei anni con una maglietta oversize di Bowie) e forse anche gli anziani vicini della porta accanto. Esploriamo ciò che accade in quell’istante in cui il tempo si sospende e tutte le possibilità dell’universo spiccano il volo.

Serve uno spirito enorme e una notevole padronanza perché un’interprete sola riesca a raccontare con tanta naturalezza una storia popolata da molti personaggi, un

Julie Hesmondhalgh. Foto: Savannah Photographic

d e l’abilità di Hesmondhalgh nel dare vita a ciò che apparentemente è inanimato (cioè le scarpe usate per animare i personaggi) è una prova del matrimonio tra il suo talento d’attrice e la confortevole domesticità del mondo creato da Kershaw. In effetti, sarebbe facile — e anche un po’ pigro — attribuire qui tutto il merito alla sola interprete (anche se Hesmondhalgh merita davvero ogni elogio), perché il testo di Kershaw e la regia di Raz Shaw si combinano in una vera alchimia teatrale. C’è un momento rivelatore in cui i termini altisonanti «apatia» ed «ennui» vengono sostituiti da un semplice «meh»: almeno per chi scrive, è un promemoria che questo spettacolo non sta cercando di fare il brillante; se poi lo è, dipende dal fatto che i suoi elementi lavorano in uno stato di autentica armonia.

Audacemente stralunato e deliziosamente romantico, con metafore lanciate con la gioia di sottecchi di un vicino innamorato che imbuca a mezzanotte un biglietto di San Valentino per la persona amata, cogliamo il legame tra le frequenti incursioni “da spot” su Voyager — l’avanzare verso un vuoto di nulla — e Tom (troppo spaventato per varcare la soglia di casa e provare a costruirsi un barlume di vita). The Greatest Play in the History of the World forse non è neppure il più grande spettacolo nella storia del Trafalgar 2 (e Kershaw lo riconosce con un cenno che sfida i critici); ma con la sua abbondanza di cuore, una voce affascinante e la capacità di tessere un delizioso arazzo narrativo, non vi sentirete né insoddisfatti né presi in giro. Una prova narrativa da “miglior momento di carriera” per Hesmondhalgh è la glassa indispensabile su una torta sfornata alla perfezione.

Fino al 4 gennaio 2020 al Trafalgar Studios 2 PRENOTA I BIGLIETTI PER THE GREATEST PLAY IN THE HISTORY OF THE WORLD

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