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RECENSIONE: Tribe, London Theatre Workshop ✭✭✭
Pubblicato su
1 luglio 2017
Di
julianeaves
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Il cast di Tribe. Foto: Cameron Slater Photography
London Theatre Workshop
28 giugno 2017
3 stelle
Se vi siete mai chiesti come sarebbe farsi risucchiare in un vortice di letteratura inglese, in mezzo a un maelström di ‘Il signore delle mosche’, ‘Peter Pan’, ‘Le avventure di Huckleberry Finn’ e ‘Star Wars’, ora non dovete più domandarvelo. Fate un salto in questo delizioso teatrino fringe, su per due rampe di scale nella City, per scoprirlo.
Qui, una “tribù” di Scout moderni e aggiornati—quasi “rinati”, si direbbe—parte per un weekend d’avventura, equipaggiata con tende, woggle, fischietti, gavette e mappe. Con notevole raffinatezza, traggono ispirazione dai libri: da un lato, ‘Scouting for Boys’ di Baden-Powell—una sorta di Corano dell’organizzazione paramilitare da lui fondata—con brani memorizzati che vengono citati e ripetuti per tutto lo spettacolo con una devozione quasi talmudica; dall’altro, c’è una “scelta personale” di “letture aggiuntive”, e la scelta traballante in questione è un tomo ancora più datato: il picaresco racconto di Mark Twain, tanto vituperato, sull’America prebellica, tra bianchi emarginati e uno schiavo fuggiasco sul Mississippi, un’opera letteralmente intrisa della parola con la N e oggi davvero, davvero fuori dai limiti—soprattutto per la sensibilità politicamente corretta dei più giovani. La Scout Association ha già preso più volte le distanze da questo testo, sottolineando, ancora e ancora, che si tratta di una semplice opera di “finzione”, che non ha nulla a che vedere con lo scautismo o con ciò che rappresentano gli scout, e che non comporta in alcun modo alcuna approvazione o avallo da parte dell’organizzazione. Così, con lo scafo del suo appeal di mercato squarciato sotto la linea di galleggiamento, l’imbarcazione di questo spettacolo salpa sulle acque imprevedibili del fringe, facendo la sua prima tappa a Leadenhall Market.
Il cast di Tribe. Foto: Cameron Slater Photography
A onor del vero, bisogna ricordare che è il lavoro non di una, non di due, ma di tre diverse coppie di mani. Esistono coppie di drammaturghi di successo (da Middleton e Rowley a Morrie Ryskind e George S. Kaufman), ma quanti trio conoscete? E quante opere, con tre o più autori, avete sentito nominare che si siano poi cacciate nei guai? Esatto. Perciò, con diverse avvertenze di sicurezza allegate, procediamo con cautela a esaminare il lavoro in sé.
Il cast di Tribe. Foto: Cameron Slater
I suoi punti di forza maggiori sono il cast e l’azione scenica. Il Colin di David Fenne, Capo Pattuglia Senior dal piglio psicopatico alla “Jack Merridew”, è uno splendido motore nella discesa verso la brutalità che costituisce il principale elemento d’interesse del dramma; Georgia Maskery, nei panni della voce del buon senso Julie—una delle due ragazze scout che introducono la complicazione della competizione di genere e della tensione sessuale in una situazione apparentemente innocua—funziona per un po’ come una Beatrice per il Benedick di Colin, con un effetto piacevole; Ross Virgo ondeggia con discreta credibilità nel ruolo di Charlie, il bravo ragazzo sfortunato spinto verso il male; e Nick Pearce (Henry) e Aaron Phinehas Peters (Simon) portano energia alle loro scene, alternando sensibilità e vulnerabilità, e con un’eredità africana che rende ancora più incisivi i rimandi allo schiavo Jim di Twain; mentre Shalana Serafina fa un buon lavoro nel seguire la crescita della sua Amira da timidezza dolorosa a decisa audacia. Questi sei giovani, insieme, spesso creano magia scenica grazie a un impegno energico in scene di gruppo messe in scena con immaginazione. Restano altri due punti di forza: il Baden-Powell composto di Robert J Clayton e lo Skip vecchia scuola e un po’ malfermo, Scott, oltre al “nuovo uomo” Capo Scout Assistente Finn di Marcus Churchill. I costumi di Carrie-Ann Stein sono impeccabilmente appropriati. Si divertono un mondo a sfrecciare per il palco, un po’ come in uno spettacolo studentesco.
Con una regia e una messa in scena progettate in modo interessante da Jonny Rust e Justin Williams, c’è molto da vedere—soprattutto con le luci così riuscite di Daniel Sheehan (salvo qualche occasionale inciampo)—e con l’efficace sound design di Jack Barton che avvolge il tutto. Tuttavia, è possibile che, nonostante la sua abbondante inventiva, il regista e co-autore Matthew McCray sia forse un po’ troppo immerso nella creazione della storia per vedere dove potrebbero annidarsi alcune debolezze: c’è un tale equilibrio nel trattare tutte le linee narrative allo stesso modo che non è chiaro dove stia davvero il centro del racconto, né che tipo di viaggio stia compiendo.
Detto questo, c’è molto di cui godere e molto da ammirare in un ensemble sostanzialmente giovane che porta in scena uno spettacolo leggermente insolito, arricchito da un umorismo e una vena di pathos davvero coinvolgenti.
Fino all’8 luglio 2017
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