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INTERVISTA: Tim Driesen sul tour britannico di Jersey Boys
Pubblicato su
4 settembre 2014
Di
douglasmayo
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Tim Driesen. Foto: Phil Tragen Dopo sette anni straordinari, Jersey Boys continua a far registrare il tutto esaurito nel West End senza alcun segno di rallentamento. Mentre il tour nazionale dell’acclamato musical internazionale Jersey Boys prende il via a Manchester, BritishTheare.com ha incontrato il Frankie Valli del tour – Tim Driesen – per parlare dello spettacolo e delle sfide di interpretare una leggenda ancora in vita. Sei appena rientrato dopo aver interpretato Frankie Valli a Utrecht: dev’essere stata un’esperienza.
«È un po’ uno shock culturale passare dall’olandese all’inglese. A Utrecht le canzoni erano in inglese, ma il copione era in olandese. Lo scorso febbraio ho fatto una breve parentesi nello show nel West End, quindi conoscevo già il copione, ma questa è una produzione leggermente diversa. È quasi come ricominciare da capo con un gruppo completamente nuovo di persone in una nuova produzione, e questo è fantastico.»
«Significa però che non puoi semplicemente inserirti al volo. Si tratta di tornare alle basi e capire quale sia la chimica e come funzionino le scene. Inoltre il palco è un po’ più piccolo, quindi i cambi rapidissimi non devono essere così fulminei perché c’è meno strada da fare. È senz’altro una sfida.»
Hai detto sui social che pensi sia uno dei migliori spettacoli a cui tu abbia preso parte. In cosa differisce dagli altri lavori che hai fatto?
«Per un attore, diciamocelo, vorresti essere in scena in ogni momento, cantare tutti i numeri importanti possibili, farti vedere il più possibile e avere costumi fantastici. Nei panni di Frankie non esci mai di scena. È tutto ciò che un attore uomo possa desiderare in uno show. Alcuni lo hanno paragonato, per certi versi, a essere una “Elphaba al maschile” (Wicked), nel senso che canti praticamente tutte le canzoni dello spettacolo.»
«Jersey Boys racconta la storia di una band che prova a sfondare. Io ho sempre sognato di far parte di una boy band. In passato ho fatto Never Forget (il musical dei Take That), quindi sono passato dall’essere sullo sfondo a fare doo-wop e tanta coreografia, all’essere al centro della scena in completo, cantando la parte da protagonista.»
«È uno spettacolo fantastico ed è molto gratificante poter portare il pubblico in viaggio con te ogni sera, raccontando la storia della band e le difficoltà che ha affrontato per arrivare in cima.»
«La storia potrebbe essere ambientata nel passato o ai giorni nostri, a parte il fatto che sono cambiati i musicisti e lo stile musicale. Anche se, detto questo, Beggin’ è stata una hit due o tre anni fa con i Madcon, quindi capisci che la musica degli anni Sessanta è ancora fresca come sempre. Parla della fatica di farcela, delle personalità nella band e dei loro rapporti. C’è parecchio testosterone nell’aria.»
In che modo lo spettacolo ti mette alla prova dal punto di vista vocale?
«Dal punto di vista vocale è impegnativo. Mi riscaldo per circa 45 minuti ogni sera prima dello spettacolo. È importantissimo anche restare idratati durante la recita. Non puoi davvero fare festa o uscire quanto vorresti. Ci sono molti sacrifici da fare per ottenere quel suono ogni sera e farlo bene, perché non puoi andare in “pilota automatico”. Non puoi prendertela comoda: devi essere al massimo ogni sera. Ma ne vale la pena quando puoi cantare brani come Sherry e Can’t Take My Eyes Off You. E la reazione del pubblico ripaga di tutto. È davvero gratificante.»
Sinead Long, Lewis Griffiths, Tim Driesen, Sam Ferriday e Stephen Webb. Foto: Helen Maybanks
«In una settimana tipo di repliche ne faccio sei su otto, proprio come in ogni altra produzione di Jersey Boys nel mondo, con un altro attore che interpreta due spettacoli a settimana.»
Non capita spesso di interpretare un personaggio in uno spettacolo che è ancora vivo. Questo ti crea difficoltà come interprete?
«Ce l’hai sempre in fondo alla mente; però il lato positivo, per un attore, è che non molte persone sanno davvero com’erano, perché all’epoca si conosceva poco degli artisti dietro le canzoni, fino a quando non è arrivato questo show. Quindi, in un certo senso, diamo un’impressione dei Four Seasons con un po’ di libertà artistica e di teatralità.»
Che tipo di pubblico viene a vedere Jersey Boys?
«Arriva un’ampissima fascia d’età. Il più giovane che io sappia aveva circa sette anni, e il più anziano era sui novant’anni. La cosa bella della musica dello spettacolo è che è senza tempo: le canzoni resistono. I nonni portano i nipoti ad ascoltare la musica che sentivano loro, e la cosa incredibile è che spesso sono proprio i bambini a chiedere ai genitori di tornare a vederlo un’altra volta.»
«Ci sono ragazzi che vengono allo spettacolo con giacche rosse identiche fatte fare apposta e si calano davvero nello spirito dello show. È questo il bello dell’esperienza a teatro: il teatro dal vivo non lo puoi scaricare. Non c’è niente che lo sostituisca. Sentire ottima musica eseguita da una band dal vivo con cantanti dal vivo è qualcosa di speciale. Siamo fortunati: abbiamo grandi canzoni e una grande storia che la gente vuole vedere.»
Visita il sito del tour di Jersey Boys per le date. Scopri di più su Tim visitando il suo sito web.
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