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RECENSIONE: Through The Mill, London Theatre Workshop ✭✭✭✭
Pubblicato su
8 dicembre 2015
Di
matthewlunn
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Lucy Penrose, Belinda Wollaston e Helen Sheals. Foto: Darren Bell Through the Mill
London Theatre Workshop
3 dicembre 2015
4 stelle
Una Judy Garland instabile barcolla sul palco, tra lo stupore della sua nuova assistente di camerino e l’irritazione dei produttori di The Judy Garland Show. Con un guizzo negli occhi, si volta verso l’ultima arrivata del suo seguito e spiega chi è. «Forse mi riconoscete come la madre di Liza Minelli». Il testo di Ray Rackham è permeato da un’enorme passione per la sua protagonista: una donna che ha toccato la vita di milioni di persone con una voce straordinaria e un fascino incontenibile. Arguto e riflessivo, Through the Mill compone una serie di istantanee di momenti chiave della vita di Judy Garland, mettendo in luce l’intreccio tra un’esistenza professionale travolgente e le sue lotte personali. Musica dal vivo d’eccezione – eseguita da vari membri del cast – e una scena articolata, suddivisa per diverse fasi della carriera di Garland, contribuiscono a un’esperienza teatrale immersiva e spesso potentissima. Through the Mill attraversa la vita di Judy Garland in tre momenti della sua carriera. La giovane Judy (Lucy Penrose) attira l’attenzione di Louis B Meyer (Don Cotter), ma il suo benessere è minacciato dalle ossessioni per il suo aspetto e dalle pretese della madre autoritaria (Amanda Bailey). Le scene con la Judy del Palace (Belinda Wollaston) si concentrano sul suo trionfale ingaggio al Palace Theatre di New York nell’ottobre 1951, segnato però dalla dipendenza dai barbiturici e dall’ansia da palcoscenico. L’ultima incarnazione di Judy è quella di presentatrice del suo talk show acclamato dalla critica ma poco fortunato sul piano commerciale, in onda tra il 1963 e il 1964. Sebbene la Judy della CBS (Helen Sheals) costruisca un’amicizia vitale con la nuova assistente di camerino, Judith Kramer (Carmella Brown), le tensioni con il produttore Hunt Stromberg (Rob Carter) e con il marito Sid Luft (Harry Anton) rischiano di farla deragliare completamente.
Belinda Wollaston in Through The Mill. Foto: Darren Bell Le scene iniziano e si chiudono spesso con interpretazioni solide e costanti di alcuni dei brani più celebri di Garland, talvolta affidati a una o più Judy. Ne nasce un senso di continuità che valorizza i temi ricorrenti di Rackham: in particolare i maltrattamenti subiti nell’industria, la dipendenza da barbiturici e alcol, e il desiderio inappagato di quel che il programma di Through the Mill definisce un amore «passionale e viscerale». È proprio questa nostalgia – incarnata in tanti successi, e in particolare in ‘Do It Again’, ‘You Made Me Love You’ e ‘Zing Went The Strings Of My Heart’ – a costituire l’aggancio narrativo più avvincente dello spettacolo. La morte del padre della giovane Judy (Joe Shefer) la lascia a contendersi l’affetto di un’insopportabile madre-padrona di scena e di un genitore surrogato spietato come Louis B Meyer. Più avanti, la Judy del Palace racconta il suo disastroso matrimonio con il compositore David Rose. Uomo indifferente, in una scena affascinante viene descritto mentre dedica ore alla sua ferrovia in miniatura in giardino, finendo non solo per trascurarla, ma anche per piegarsi alle insistenze della MGM affinché lei abortisca per il bene della carriera. La cosa più straziante è quando i produttori di The Judy Garland Show la accusano di toccare troppo spesso i suoi ospiti. Notano che sembra stia «colmando un vuoto», e in un certo senso hanno ragione. Dopotutto, lei non desidera altro che «allungare la mano e toccare tutti quelli che guardano questa maledetta cosa», e il fatto che il pubblico si irrigidisca davanti a un’intensità simile non fa che acuire il suo senso di mancanza.
Harry Anton e Belinda Wollaston. Foto: Darren Bell
Tutte e tre le Judy offrono prove lodevoli, ognuna cogliendo la vivacità e le complesse nevrosi del personaggio. Lucy Penrose è incantevole e piena di energia nei panni della giovane Judy, e le scene con Roger Edens (Tom Elliot Reade, in una prova solida) la mostrano come una bambina felice e precoce, a proprio agio con il lavoro. Ma è nei momenti in cui il peso della celebrità comincia a farsi sentire che Penrose dà il meglio, restituendo il terrore di un’adolescente insicura, scrutata da dirigenti e pubblico con la stessa severità. Un montaggio mozzafiato in cui saluta folte porzioni del suo pubblico – che la sorregge quando cade e la applaude quando si rialza – non è solo un punto alto della coreografia, ma permette anche a Penrose di far emergere con poche espressioni il dolore dell’infanzia perduta di Judy.
Alla Judy del Palace di Belinda Wollaston è riservato lo sviluppo psicologico minore, e le sue ansie legate all’esibirsi risultano a tratti un po’ ripetitive. Eppure i dialoghi con il Sid Luft di Anton lasciano intravedere un bisogno di stabilità affascinante e sorprendentemente controintuitivo. Per quanto lui le voglia profondamente bene, e la sua insensibilità colpisca nel vivo le sue giustificazioni legate a droghe e alcol, resta parte integrante di un’industria corruttiva. La loro successiva intimità – esplorata con forza da entrambi – rappresenta la fusione di ogni elemento della sua vita privata e professionale, intrappolandola così in un ciclo d’ansia da cui la performance offre solo un sollievo momentaneo.
Da questo punto di vista, vale la pena notare che, essendo la cantante più forte delle tre, Wollaston è quella che cattura meglio le qualità ipnotiche di Garland come interprete, non da ultimo durante l’enigmatica versione a tre voci di ‘Over The Rainbow’.
Tom Elliot Reade anf Don Cotter. Foto: Darren Bell
Helen Sheals è tagliente e carismatica come Judy alla CBS, ma, come la Judy del Palace, a volte soffre di un eccesso di dialoghi dello stesso registro. Resta però un’interpretazione ricca e generosa. L’eccellente senso dei tempi comici di Sheals è fondamentale nelle vivaci schermaglie con Judith Kramer (una Carmella Brown splendidamente spalancata e ingenua) e con il primo autore dello show, George Schlatter (Perry Meadowcroft), che mettono in risalto sia le qualità da diva di Garland sia la sua natura, paradossalmente, combattiva e al tempo stesso sulla difensiva. L’officioso Hunt Stromberg di Rob Carter è un antagonista all’altezza, e andrebbero applauditi entrambi per la moltitudine di sfumature con cui restituiscono la frustrazione reciproca per i rispettivi comportamenti professionali. Tuttavia, il modo in cui tratta Judith Kramer in una scena cruciale verso il finale lo dipinge come insolitamente senza cuore e indebolisce leggermente un personaggio altrimenti sfaccettato. A sua volta, la ricomparsa di Sid Luft – ora dimesso e trasandato – chiude in parte il cerchio della sua relazione con Garland, ma Rackham non indaga la dinamica di potere della coppia con la stessa convinzione mostrata nelle scene di Luft con la Judy del Palace. Nel complesso, però, queste sequenze sono intensamente umane, e catturano la Judy Garland «reale» in un modo che il suo show, a quanto pare, non è mai riuscito a fare.
Through the Mill offre uno sguardo affascinante sulla vita di una figura complessa, interpretata con convinzione da tre attrici di talento. Anche se a tratti la scrittura è un po’ poco sottile, per lo più propone una prospettiva acuta sulle tendenze autodistruttive di Garland, e il suo desiderio di essere amata è un aggancio narrativo potentissimo. Unito a una musica dal vivo straordinaria e a interpretazioni ben riuscite di molti dei brani più celebri di Garland, lo spettacolo regala un’esperienza teatrale davvero memorabile. Through The Mill è in scena al London Theatre Workshop fino al 19 dicembre 2015
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