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NOTIZIE

RECENSIONE: Wood, Vault Festival ✭✭✭

Pubblicato su

1 marzo 2019

Di

markludmon

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Mark Ludmon recensisce la nuova pièce di Adam Foster, Wood, al Vault Festival di Londra

Wood

Vault Festival, Londra

Tre stelle

Prenota ora

Presentato come la storia di una pornostar degli anni ’80 alle prese con l’impotenza, il nuovo spettacolo di Adam Foster, Wood, si rivela essere molto di più. Dopo aver affrontato nella sua precedente pièce, Clay, i temi del consenso sessuale, qui si propone di esplorare i rapporti di potere che stanno al cuore di ogni narrazione. La comunicazione dello spettacolo lascia intendere che la pièce inizierà a “disfarsi” ma, anche così, non vi prepara ai colpi di scena intelligenti che finiscono per mandarvi in tilt.

Lo “sfaldamento” comincia presto (ma, se volete davvero che resti una sorpresa, fermatevi qui). Si apre come una commedia su una pornostar americana di successo, John Rolando, che nella Los Angeles del 1983 si ritrova incapace di avere un’erezione durante le riprese nonostante gli sforzi energici, esilarantemente resi in scena con una classica pompa da bicicletta. Le battute sono taglienti, le interpretazioni divertenti, ma poi all’improvviso tutto si interrompe. Scopriamo che si tratta in realtà delle prove di uno spettacolo portate avanti da un gruppo di attori britannici, con il ruolo principale di John interpretato dal suo autore, George. È un uomo contemporaneo: è totalmente “woke”, è un femminista appassionato, ha persino insistito su un casting gender-blind per la parte del regista porno Larry. Ma c’è un limite a quanto si aspettava di spingersi nel raccontare la sua storia. Con l’arrivo nel West End a giugno di Bitter Wheat di David Mamet, ispirato allo scandalo Harvey Weinstein, Wood è uno sguardo tempestivo sulle storie delle donne, su chi le racconta e su come vengono rappresentati i ruoli femminili. E non ha paura di riconoscere che queste domande riguardano anche l’autore bianco di sesso maschile di Wood stesso.

Da assiduo frequentatore di teatro, adoro le produzioni che decostruiscono e mettono in discussione le forme: per me, quindi, la teatralità auto-referenziale alla base di Wood è una delizia. Diretto con grande abilità da Grace Duggan, offre quattro interpretazioni eccellenti di Claire Cartwright, George Fletcher, Philippa Hogg e Nneka Okoye, con parecchi momenti davvero esilaranti. Presenta con leggerezza idee interessanti su potere e patriarcato ma, per tutta la sua ambizione, rischia di rimanere un esercizio teatrale senza una vera direzione, nonostante l’ammiccante sfumatura dei confini tra finzione e realtà verso il finale. In 50 minuti scorre via con arguzia e inventiva, e le va riconosciuto il merito di chiudere lasciandovi con la voglia di altro.

In scena fino al 3 marzo 2019

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