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RECENSIONE DEL 2013: Il Libro di Mormon, Teatro Principe di Galles. ✭✭✭
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stephencollins
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The Book Of Mormon a Londra The Book Of Mormon Prince of Wales Theatre 20 ottobre 2013 Prenota ora | Maggiori informazioni
A quanto pare, sono uno dei pochi che ha visto il cast originale di The Book of Mormon a Broadway senza provare una sorta di miracolosa epifania di comicità da musical. Mi era sembrato uno spettacolo poco focalizzato, puerile e troppo “forzato”, con una colonna sonora pastiche e facilmente dimenticabile, pur con alcune interpretazioni eccellenti (e altre francamente disastrose).
Sta per debuttare nel West End al Prince of Wales Theatre, con milioni di prenotazioni in prevendita e un passaparola febbrile che lo spinge in avanti come IL biglietto da accaparrarsi.
Il pubblico della preview con cui l’ho visto ieri sera lo ha adorato quando capiva cosa stava succedendo; ha colto solo una parte delle battute “da intenditori” sul teatro musicale (per esempio, la parodia di I Have Confidence era quasi finita prima che molti la afferrassero, anche se con Tomorrow sono stati più rapidi...) e per lunghi tratti è parso più perplesso che divertito, ma determinato a godersi ciò che aveva davanti.
Da parte mia, è evidente come il sole che gli interpreti, al lavoro in questo testo di Parker, Lopez e Stone, siano tutti, indistintamente, al massimo della forma e diano costantemente ben più del 100%.
Questa produzione è di gran lunga, ma davvero di gran lunga, migliore di quella originale di Broadway.
Gavin Creel è in una forma strepitosa e vincente nei panni dell’arrogante Elder Price, sicuro del proprio destino a Orlando. Canta con stile e calore e ha un tempismo comico eccellente. Jared Gertner è magnifico, sotto ogni aspetto, come l’imbranato Elder Cunningham, che converte una tribù africana a un suo personale miscuglio di dottrina mormone e classici della fantascienza, con risultati sorprendentemente efficaci. Come James Corden, sa trasformare la sua corporatura importante in un’arma comica irresistibile ma, a differenza di James Corden, è pieno di grazia, sottigliezza e di una gioia ed energia inesauribili, e non esita mai a lasciare la ribalta a qualcun altro.
Stephen Ashfield, impeccabile Bob Guadio in Jersey Boys, qui è quasi irriconoscibile come il tormentato Elder McKinley, che fatica a reprimere la sua Ginger Rogers interiore, e il suo canto e la sua danza straordinaria sono sorprendentemente bravi – e divertenti. In realtà, questo spettacolo non è mai migliore di quando gli Elders cantano e ballano: ognuno di loro è brillante, preciso, impeccabile e vocalmente solidissimo, e ciascuno sa danzare con esattezza e con grande effetto comico. È un piacere assoluto guardarli, ma Mark Anderson (la sua mangusta mi resterà impressa per sempre), Ashley Day e Michael Kent brillano come proverbiali stelle scintillanti e portano una destrezza e un aplomb deliziosi in ogni secondo che trascorrono in scena.
Alexi Khadime è splendida per presenza e voce nel ruolo dell’innocente Nabulungi e Giles Terera è sensazionale come suo padre protettivo ma cinico, facendo letteralmente crollare il teatro con l’impressionante, sboccata Hasa Diga Eebowai.
Tyrone Huntley è un ruba-scena incandescente nei panni del Dottore con i vermi nello scroto.
Qui non c’è nessun interprete spento, stanco o inadeguato: tutti sono in forma superba.
Le coreografie di Casey Nicholaw sono esigenti, sorprendenti e deliziose – e tutti le eseguono con fascino e un’energia entusiasta impossibile da non ammirare. In effetti, in questa produzione non c’è quasi nulla che non si possa ammirare... ma lo spettacolo in sé, il libretto e la partitura, non raggiungono le vertiginose vette delle interpretazioni né sono all’altezza dell’hype.
Sostanzialmente una serie di sketch, nella maggior parte dei casi regge, a tratti è davvero esilarante, altre volte è dimenticabile e, fin troppo spesso, terribilmente di cattivo gusto. Molte donne in platea (e parecchi uomini) non hanno trovato per niente divertenti le battute sulla circoncisione femminile – e come potrebbero?
Prendere in giro religione, genere o sessualità è un conto; prendere in giro la tragedia umana è tutt’altra cosa.
Se da un lato il libretto riesce a dire cose importanti sui problemi della fede cieca di qualunque tipo, sui pericoli insiti nel fervore religioso tra i meno istruiti, su come la società moderna sia pronta ad accettare quasi qualunque cosa come “religione” e sulla repressione implicita nel dogma religioso – e lo fa in modo estremamente efficace – dall’altro, a volte il materiale appare banale o puerile e un po’ smarrito. Il numero Spooky Mormon Hell Dream, per esempio, è interminabile e non fa davvero avanzare la narrazione.
Ci sono alcuni momenti splendidi nella partitura – I Believe, Hello e Turn It Off sono tutte gemme – e Joseph Smith American Moses è un piccolo miracolo, che parodia Small House of Uncle Thomas da The King and I con una precisione da spiedo – ma, per lo più, le melodie non riescono ad agganciarti e a insinuarsi nel subconscio.
Troppo spesso l’equilibrio del suono è sbagliato e la dizione va persa – un vero peccato quando i testi non sono noti e gran parte del divertimento nasce dall’accostamento tra parolacce ed espressioni “fuori posto”, ma sembra una scelta deliberata, visto che a Broadway era lo stesso.
Ma, insomma, per una serata leggera e senza troppe pretese, piena di risate e resa memorabile da un cast superlativo che canta e danza a livelli altissimi, questa compagnia in questa produzione di The Book of Mormon è davvero difficile da battere.
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