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NOTIZIE

RECENSIONE: Fiver il musical, Crazy Coqs al Brasserie Zédel ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Fiver

Crazy Coqs al Brasserie Zedel

26 novembre 2017

Quattro stelle

Maggiori informazioni

L’avanzata inarrestabile del Crazy Coqs nel farsi pioniere della nuova scrittura per il teatro musicale continua con questa partitura assolutamente deliziosa firmata dai nuovi autori di libretto, musica e testi, Alex James Ellison e Tom Lees.  Entrambi giovani ma già notevoli creatori di nuove opere, questa loro collaborazione è davvero entusiasmante e ha molto da consigliare.  Il “fiver” del titolo è il macGuffin che collega una dozzina di passaggi di mano, mentre passa da un personaggio all’altro, un po’ come gli “abbracci” di “La Ronde”, nel suo procedere episodico nella Londra di oggi.  Sì, una semplice banconota da cinque non ha lo stesso magnetismo drammatico, mettiamo, della sifilide, e probabilmente saremmo più coinvolti se ci fosse, ehm, più “in gioco”; ma funziona abbastanza bene da farci andare avanti, e le delizie che incontriamo lungo la strada sono enormemente piacevoli, più che sufficienti a riempire l’ora e poco più della durata dello spettacolo.

In una breve ripresa recente, lo spettacolo si apriva con una new entry nella professione, il carismatico Joe Kerry, la cui immediatamente contagiosa e trascinante interpretazione di “Change is bringing me down” (i giochi di parole sul denaro punteggiano il libretto in modo davvero divertente) ha dato il via in maniera splendida, con backing vocals ben calibrate dagli altri tre membri del cast.  Lui suonava la chitarra, mentre lo stesso Lees era al pianoforte, alla guida di un’ottima band con violino, violoncello e batteria in una sequenza di suoi efficaci arrangiamenti.  Jordan Murphy, che ha ricoperto il doppio ruolo di regista e produttore, ha fatto un lavoro eccellente nel liberare lo spazio centrale della sala, consentendo una messa in scena più “traverse”.  Sarà molto interessante vedere cosa farà con altri tre mini-musical già in programma lì nel corso del prossimo anno.

Dopo il numero d’apertura, Jodie Steele e Daniel Buckley hanno poi raccolto il testimone appoggiati al bancone del bar: Steele ha lottato con i testi fitti di “I’m Disconnected” – difficili da rendere nell’acustica riverberante di questa sala – prima che Buckley se la cavasse più agevolmente con il vivace blues di “Let today be the day”, mettendo in mostra alla perfezione il suo ottimo tenore leggero, e con un supporto decisamente più benevolo dalla parte del sound engineering: in questa produzione è stata usata l’amplificazione.

Una nota toccante di pathos è arrivata con il brano successivo, “Every Year”, in cui è emerso un punto di svolta più serio della trama, con fiori deposti sulla tomba di un amico molto amato.  L’atmosfera, però, non è durata a lungo ed è stata spazzata via con brio dalla splendida “At the end of the day” di Steele e da “Freedom” di Sabrina Aloeche; quest’ultima ha avuto un’occasione superba per sfoggiare il magnifico miele e velluto della sua splendida voce di mezzosoprano.  In contrasto, le vignette dal sapore folk di “This guy” sono state davvero spassose, e poi ci siamo potuti godere il parlato in stile Lily Allen della canzone che dà il titolo allo spettacolo, affidata alla signorina Steele, che assapora l’opportunità di trovarsi su un terreno molto più sicuro.  Poi, dopo un altro interludio basato sul patter, la romantica “I want to hear it from you” è stata lussureggiante e delicata al tempo stesso, prima di lanciarsi verso i momenti finali della storia con la magistrale scena “I’m over you”.  E infine Kerry ha potuto chiudere lo spettacolo ed è stato – per il momento – tutto.

Ma non credo per molto.  Questa è una partitura davvero robusta e, con un libretto più solido, potrebbe benissimo trovare una seconda vita davanti a un pubblico molto più ampio.  L’eleganza e lo spirito della scrittura musicale chiedono davvero una struttura teatrale più avvincente e forse, per questo team, sarebbe vantaggioso invitare una terza voce come autore del libretto per ottenere proprio quel risultato.  Così com’è, le canzoni eccellenti si gustano benissimo anche di per sé.

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