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RECENSIONE: Foxfinder, Ambassadors Theatre ✭✭
Pubblicato su
16 settembre 2018
Di
julianeaves
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Julian Eaves recensisce Iwan Rheon in Foxfinder di Dawn King all’Ambassadors Theatre.
Iwan Rheon e Paul Nicholls in Foxfinder. Foto: Pamela Raith Foxfinder
Ambassadors Theatre,
13 settembre 2018
Due stelle
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È sempre affascinante vedere quali aspetti di uno spettacolo vengano scelti per la promozione. Questa ripresa di un piccolo thriller distopico “a quattro” con venature fantasy-futuristiche è un caso interessante.
Anzitutto, gode di una produzione davvero pregevole firmata dalla bravissima Rachel O’Riordan. In una scenografia di rara semplicità e grande bellezza di Gary McGann, assaporiamo la sua visione: un’impostazione quasi surreale che mescola fattoria di legno e foresta di legno, con una sorta di Weltasche che emerge maestosamente dal centro del pavimento dell’interno; da un lato una scala spoglia sale con un mistero simbolico, dall’altro, attraverso finestre dall’aria gelida, si riversa l’incantevole disegno luci di Paul Anderson, in cui il cast si scalda e risplende. McGann li veste con abiti di oggi, o forse di qualche decennio fa, ma il loro mondo tradisce pochi altri segni di modernità. Niente cellulari. Non c’è neppure un telefono fisso. Se le persone vogliono parlarsi, devono presentarsi e bussare alla porta. Compreso il visitatore, una sorta di poliziotto segreto, che dà il titolo allo spettacolo.
In questo mondo immaginario, le volpi sono una terrificante piaga “bestiale”, intenta a trascinare Albion in un caos orrendo. Solo la rettitudine morale del governo, con i suoi foxfinder solitari e itineranti, si frappone tra loro e l’oblio nazionale. Fin qui, tutto coinvolgente. Il testo comincia infatti in modo molto simile al potentissimo tre personaggi The God of Hell di Sam Shepard, visto in una produzione folgorante al Donmar nel 2005, ben prima che Dawn King lanciasse questa variazione dello stesso impianto al Finborough nel 2011. E, in effetti, più restavo seduto a guardare questo dramma, più finiva per somigliare alla pièce precedente di Shepard. Con un’eccezione sostanziale: la qualità della scrittura non è neanche lontanamente la stessa.
Non è colpa della signora King, naturalmente: pochi autori sono al livello di Sam Shepard. Lei fa del suo meglio. Con molte buone intenzioni ben in vista, traccia con chiarezza il percorso della sua storia semplice, abbozzando brandelli di sgradevolezza distopica in agguato a pochi centimetri oltre la soglia di casa, mentre lascia che il quartetto — due uomini e due donne — si muova con nervosismo l’uno attorno all’altro, costantemente trattenuto da una superficie di semplicità e linearità pinteriane. Tuttavia, mentre Pinter sa mostrarti gente comune e allo stesso tempo farti tremare di paura per le forze oscure all’opera su di loro, King non si concede davvero questa possibilità. Parte, più volte, ma poi non ha modo di sostenere le idee da una scena all’altra: cala il buio; parte la musica, grazie al compositore e sound designer Simon Slater; e poi si prova a rimettere tutto in moto in una nuova scena. Non posso fare a meno di pensare che il suo talento specifico — e talento ne ha — renderebbe di più se potesse accumularsi, accumularsi, accumularsi, con il minor numero possibile di interruzioni inutili. Sarebbe assolutamente possibile riorganizzare la struttura per far funzionare i due atti come un’unica azione ininterrotta: ne concentrerebbe l’impatto e ne farebbe un testo molto più forte.
Così com’è, agli attori resta l’impresa quasi insormontabile di cercare di creare legami tra i sottili frammenti di questo racconto. Sono tutti volti noti della TV, cosa che li aiuterà a raggiungere un pubblico più ampio, ma basta davvero a tenere insieme lo spettacolo? La coppia con cui iniziamo, Judith di Heida Reed e Samuel Covey di Paul Nicholls, scavalca con abilità i ruoli infarciti di cliché e fa il possibile per risultare vera e toccante; il loro visitatore, Ramsay Bolton di Game of Thrones — qui il foxfinder William Bloor — Iwan Rheon, è sommerso da nere “gramaglie”, finché non se le strappa di dosso e — fin troppo brevemente e, secondo alcuni, in modo insufficiente — si frusta il torso d’alabastro scolpito con un gatto a nove code: purtroppo, la sua voce non ha la stessa flessibilità né bellezza, e presto ci si stanca di quel ronzio monotono. C’è persino un piccolo momento di sesso coercitivo simulato (e completamente vestito). (E fino a quel punto mi ero chiesto se la semplicità del copione fosse pensata per un pubblico “young adult”. Ma no; non credo possa davvero esserlo. O sì?) Poi la vicina impicciona, Sarah Box di Bryony Hannah, prova a immettere un po’ di azione in un intreccio meccanico e prevedibile. Ce la mettono davvero tutta. Ma le probabilità sono tutte contro di loro. Il copione non prenderà vita più di quanto non abbia già fatto. Se devo assegnare un premio, il mio va a Nicholls, per la sua interpretazione instancabile, energica e intensa a fronte di una caratterizzazione sottilissima.
Pazienza. Si può sempre tornare a casa e leggere The God of Hell finché le mucche dei Covey non tornano alla stalla, riflettendo su cosa serva davvero per essere un grande drammaturgo. E chissà: magari un giorno il produttore qui, Bill Kenwright, vorrà portare in tournée QUELLO spettacolo!
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