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RECENSIONE: The Braille Legacy, Charing Cross Theatre ✭✭

Pubblicato su

25 aprile 2017

Di

sophieadnitt

Il cast di The Braille Legacy The Braille Legacy

Charing Cross Theatre

24 aprile 2017

2 stelle

Prenota ora

Negli ultimi tempi il Charing Cross Theatre si è ritagliato un posto di rilievo nel musical, con una serie di produzioni di grande successo. Questa nuova traduzione di un lavoro francese, però, finisce per deludere in modo clamoroso, accumulando una sequenza di passi falsi difficili da riscattare.

Nella Parigi dell’Ottocento le persone sembrano dividersi in due schieramenti: chi considera i ciechi poco più che fenomeni da baraccone e chi, al contrario, li tratta con un pietismo condiscendente, come fragili creature da proteggere. Al Royal Institute for Blind Youth, ai bambini si insegna (malamente) con fogli di lettere in rilievo. Ne consegue che leggere è lento e faticoso, mentre scrivere è praticamente impossibile. Per il giovane Louis Braille questo è inaccettabile, e decide di cambiare le cose. Il suo sistema a punti diventa il celebre Braille, ancora in uso oggi. E più o meno finisce qui, a parte un po’ di resistenza da parte delle autorità, superata solo dopo la morte di Braille. In sostanza, è tutto ciò che accade in The Braille Legacy.

Lo spettacolo di Sébastien Lancrenon (libretto e testi) e Jean-Baptiste Saudrey (musica) probabilmente funziona meglio in francese. Qui si presenta appesantito da una traduzione fin troppo elementare firmata da Ranjit Bolt. Lavorare su una partitura già esistente significa che Bolt è costretto a muoversi entro vincoli rigidi. Tuttavia, questo non giustifica le rime macchinose e prevedibili che affliggono ogni brano, né i cliché disseminati nei dialoghi. Non ci sono melodie memorabili che il pubblico porterà via canticchiando, e in diversi momenti Saudrey tenta di sovrapporre più armonie, ottenendo soltanto confusi muri di suono. Il numero d’apertura contiene molta esposizione, ma se ne perde fin troppa, soffocata da una band amplificata oltre misura.

La compagnia di The Braille Legacy

Anche i tentativi di vendere la storia di Braille come “incredibile” risultano poco convincenti. Qui c’è un nucleo narrativo potenzialmente interessante e, naturalmente, l’impegno di Braille è ammirevole; ma senza colpi di scena, rivelazioni o scandali, è materiale tutt’altro che teatrale. Si scopre persino che il sistema a punti non nasce originariamente da un’idea di Braille: Barbier, capitano dell’esercito, mette a disposizione un codice militare che il Louis adolescente adatta e semplifica. Una sottotrama in cui alcuni ragazzi dell’istituto scompaiono per finire come cavie mediche è molto più intrigante, ma, come l’antagonista di turno, il maestro Monsieur Dufau (monodimensionale), dà l’impressione di essere stata inserita per ripiego o, peggio, per fare volume.

Anche la scenografia di Tim Shortall è un elemento curioso della produzione. Una struttura bianca girevole che, a prima vista, con balconate e verande evoca più una casa coloniale del profondo Sud degli Stati Uniti che un edificio parigino. Molti interpreti corrono da un lato all’altro senza un motivo evidente, e gli attori che interpretano i ragazzi ciechi indossano bende nere trasparenti, che vengono messe e tolte durante lo spettacolo senza un tema chiaro.

Le interpretazioni solide contribuiscono, almeno in parte, a salvare lo spettacolo. Al suo debutto professionale, Jack Wolfe nei panni di Louis costruisce un protagonista accattivante, sostenuto da una voce forte e piacevole. Nei panni del progressista dottor Pignier, Jérôme Pradon è un altro punto di forza, nel tentativo di dare maggiore peso alla vicenda. In “Liberté, Égalité, Fraternité”, un’appassionata supplica all’Assemblea di Parigi e uno dei pochi numeri davvero accettabili della serata, è assolutamente magnetico. Kate Milner-Evans ruba la scena come l’ampollosa Madame Barbier, e Ceili O’Connor cattura l’attenzione del pubblico nei panni della gentile Madame Demézière.

Il coro dei bambini si alterna in due gruppi e, in questa specifica serata, era in scena il gruppo “Coupvray”. Le loro prove sono complessivamente di notevole livello, ma una menzione speciale va all’assolutamente impavida Tallulah Byrne, perfettamente a suo agio davanti a una platea nei panni della piccola Catherine.

Ma se il cast resta impresso, lo spettacolo in sé si dimentica all’istante. Una traduzione debole, idee poco definite e un materiale di partenza poco drammatico compongono un risultato scoraggiante e, a tratti, leggermente scomodo.

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Foto: Scott Rylander

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