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NOTIZIE

RECENSIONE: Zio Vanja, Hampstead Theatre ✭✭

Pubblicato su

12 dicembre 2018

Di

sophieadnitt

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Sophie Adnitt recensisce la nuova produzione di Terry Johnson di Zio Vanja di Čechov, attualmente in scena all’Hampstead Theatre.

Zio Vanja

Hampstead Theatre

10 dicembre 2018

2 stelle

Prenota ora L’inizio è abbastanza promettente nella nuova versione di Zio Vanja di Čechov firmata da Terry Johnson (che cura anche la regia), ora sul palcoscenico principale di Hampstead. Il sipario si apre su una struttura spoglia e decadente di una dimora di campagna, illuminata con eleganza. Qui lo scenografo Tim Shortall si supera: una villa in dissolvenza, con un albero che cresce attraverso l’edificio, come se la natura si prendesse la sua rivincita sugli abitanti della tenuta.

Incontriamo Astrov, un medico, interpretato con sicurezza e grande naturalezza da Alec Newman, che si lamenta della sua vita con Marina (June Watson, un vero punto di forza). Fin da subito è resa efficacemente l’inerzia annoiata con cui gli abitanti della campagna consumano le loro giornate. Tuttavia l’ordine abituale viene sconvolto dall’arrivo di Serebrjakov (Robin Soans, impeccabilmente calibrato), un professore stimato la cui prima moglie era proprietaria della tenuta, e della sua nuova moglie, la giovane e bellissima Yeliena (Abbey Lee). Serebrjakov fa funzionare l’intera casa secondo i suoi orari; e quanto a Yeliena, ha sotto il suo incantesimo Astrov e Vanja (Alan Cox), il cognato di Serebrjakov.

Quest’ultimo elemento produce uno degli aspetti più fastidiosi dell’intero testo: l’orribile comportamento di Astrov e Vanja nei confronti della loro amata Yeliena. Non aiuta il fatto che Vanja sia, francamente, un uomo assolutamente detestabile. Non conoscendo l’originale di Čechov non posso dire quanto questa versione sia fedele, ma il Vanja di Johnson è una figura piena di pretese, compiaciuta e moralista, con ben poco che lo riscatti o susciti empatia. Il modo in cui tratta Yeliena — facendola sentire in colpa per avergli suscitato sentimenti che lei non gli ha mai chiesto — sfiora il predatorio. Non conoscendo la trama, quando si è sentito lo sparo fuori scena ho provato davvero un guizzo di speranza invece che di paura. Questo non significa affatto che sia una prova scadente: al contrario, Alan Cox è formidabile nei panni dello zio che si piange addosso, snocciolando pagine e pagine di battute con una facilità che fa pensare siano pensieri spontanei di Vanja.

Abbey Lee, nei panni di Yeliena, è valorizzata da una serie di abiti splendidi con cui scivola in scena, ma sembra poco sostenuta dalla regia di Johnson, relegata a lunghi momenti in disparte. Le scene con la figliastra Sonia (interpretata con grazia da Alice Bailey Johnson) le danno l’occasione di sbocciare un po’, ma purtroppo è tutto troppo breve. A proposito di regia, sembra che tutti siano in missione per sedersi almeno una volta su ogni sedia disponibile (e ce ne sono parecchie).

È difficile affezionarsi a qualcuno (forse a Marina, e a “Waffles”, un servo molto bistrattato interpretato con enorme simpatia da David Shaw-Parker), e l’intera produzione è così carente della tensione di cui avrebbe disperatamente bisogno che l’idea che possa accadere qualcosa di brutto diventa quasi invitante. “C’è qualcosa che non va in questa casa”, dichiara Yeliena in più di un’occasione, e non potrei essere più d’accordo. Perché, santo cielo, questo spettacolo si trascina. Per una durata di due ore e mezza, sembra tre volte più lungo e trarrebbe enorme beneficio da qualche taglio. La scena finale in particolare è interminabile, con lunghi silenzi spalancati che mi hanno portato sull’orlo di urlare a tutti di andare avanti. Le ripetizioni inutili sul fatto che alcune persone se ne siano andate diventano così irritanti che improvvisamente si capisce perché prima Vanja sbraita a tutti di stare zitti.

Resta un po’ difficile capire perché questo testo sia stato ripreso proprio adesso, visto che la sceneggiatura di Johnson sembra avere poca attinenza con il 2018, salvo qualche cenno al cambiamento climatico. Assistere alle difficoltà e ai drammi delle classi privilegiate è molto meno appetibile di quanto forse non lo fosse un tempo. Nel complesso questa produzione non è all’altezza del suo potenziale. Il testo è ben scritto ed eloquente, ma, come Vanja, è fin troppo consapevole della propria brillantezza e, di conseguenza, la noia che affligge questi personaggi finisce troppo spesso per contagiare anche il pubblico. Questo Vanja ha un bell’aspetto, suona bene — ma forse, come Yeliena, dietro quel volto grazioso non c’è poi moltissimo.

Fino al 12 gennaio 2019

BIGLIETTI PER ZIO VANJA

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