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INTERVISTA: Drammaturga Ella Hickson
Pubblicato su
6 aprile 2011
Di
editoriale
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Ella Hickson si è fatta conoscere all’Edinburgh Festival nel 2008 con il suo spettacolo Eight, vincendo un Fringe First. Il suo secondo testo arriva a Londra.
Ella, dal 2008 hai avuto un’ascesa piuttosto fulminea come giovane artista. Qual è stato il tuo percorso per entrare in quello che chiamiamo showbiz?
Il teatro della mia università mette a disposizione uno slot gratuito al Fringe: basta proporre un’idea e presentarla. Per fortuna la mia idea di otto monologhi è stata selezionata e quindi ho dovuto scriverli. È stato un processo abbastanza lineare: conoscevo otto bravi attori studenti e così abbiamo creato i pezzi attraverso il confronto e la conversazione; è stato davvero un processo meraviglioso.
Fare la scrittrice è un lavoro piuttosto isolato. Quanto ti sono stati utili i vari periodi di affiancamento e le collaborazioni con i teatri?
Enormemente. Sono davvero molto grata a Katherine Mendelsohn e al team del Traverse, e anche a Simon, Sean e al team del Lyric. Senza queste comunità credo che gli ultimi anni sarebbero stati davvero duri. È molto importante essere legati a un teatro, capire come funziona un edificio e sentirsi parte di un posto.
C’è chi dice che per scrivere di qualcosa devi averla vissuta: tu come la vedi?
Be’, non ho mai fatto saltare in aria autobus né spogliato cadaveri, quindi immagino non sia vero! Detto questo, penso che tutta la buona scrittura contenga un nucleo di verità universale, e aiuta avere un qualche rapporto con quella verità anche se non l’hai vissuta in prima persona.
Da dove arriva la tua ispirazione per scrivere?
Da ogni dove: frammenti di conversazioni, guardare film o spettacoli, conversazioni, libri. Mi viene moltissimo parlando con i miei amici.
Dopo così tanto successo con Eight, hai attraversato un momento da “difficile secondo album” con Precious Little Talent? Certo. Sentivo addosso molta pressione per “dimostrare” qualcosa con Precious Little Talent, da qui anche il titolo un po’ provocatorio. Ma col senno di poi penso che quella pressione fosse in gran parte nella mia testa. Gli spettacoli vanno e vengono e la stampa raramente ripensa a una recensione una volta scritta. Bisogna restare fedeli al lavoro, non alla reazione che suscita: è l’unico modo per continuare a dare il meglio. Precious Little Talent attinge a sentimenti di abbandono incredibilmente diffusi in questo momento. Ma non di impotenza; sembra anche uno spettacolo intrinsecamente ottimista. Era importante per te?
All’epoca sì. Penso che abbia poco senso sguazzare nella cupezza e nello sconforto se non esplori almeno qualche via d’uscita da quella situazione. I testi devono parlare di cambiamento, di trasformazione: se le persone vengono abbandonate, vogliamo vederle lottare per essere ritrovate.
Quanto sei stata coinvolta in questa produzione di Precious Little Talent? In sala prove sei una scrittrice “presente” oppure credi nel lasciare andare il lavoro, entro certi limiti?
È stata una palestra, perché è una delle prime volte in cui mi è capitato di farlo: di solito dirigevo io stessa le mie cose. Ho un ottimo rapporto di lavoro con James e c’è sicuramente una cultura di comunicazione aperta e collaborazione, che rende tutto molto più semplice.
Infine, perché il pubblico dovrebbe venire a vedere Precious Little Talent?
Ha un delizioso equilibrio di umorismo e pathos. È un testo molto contemporaneo, ma con quel buon vecchio sapore di intrattenimento fatto di risate e lacrime.
-Intervista di Honour Bayes Precious Little Talent va in scena ai Trafalgar Studios dall’8 aprile al 30 aprile 2011.
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