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RECENSIONE: Sono andato a una festa favolosa, Kings Head ✭✭
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Di
timhochstrasser
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Foto: Francis Loney Sono andato a una festa favolosa
King’s Head Theatre, Islington
19 giugno 2015
2 stelle
Il King’s Head vanta una tradizione significativa nel sostenere la drammaturgia contemporanea a tema gay, ma purtroppo, allo stato attuale, questo nuovo testo di 65 minuti di And Davies non aggiunge molto a tali meriti. Non è affatto privo di potenzialità e, con una tournée piuttosto lunga in arrivo a Edimburgo ad agosto, c’è margine per sviluppare e affinare sia il copione sia la profondità e l’autenticità della recitazione. Lo spirito critico della recensione che segue è quindi inteso in modo costruttivo in quella direzione, più che come una semplice bocciatura del lavoro evidente svolto da cast e team creativo.
La sala è allestita in traverso, con il pubblico su tre lati di un salotto, arredato con sedute a livelli differenti, completato da un tavolino da caffè e da un tavolo con un laptop destinato a giocare un ruolo importante nell’azione. Una porta conduce alla cucina. Sono in corso i preparativi per una festa guidata dal padrone di casa Matt (Piers Hunt), che cerca di abbattere ulteriormente la “quarta parete” intrattenendo il pubblico con battute mentre riordina l’appartamento. Si unisce a lui il marito Lee (Mark Ota), influenzato e, con il progredire della serata, sempre più sotto l’effetto destabilizzante di un cocktail di alcol e farmaci da banco. Il primo ospite ad arrivare è Chris (Gregory A Smith), apparentemente pudico e avvolto in un finto orrore, in una camp maliziosa e regale, a protezione di sé. Tuttavia, dietro le quinte, prova ancora forti sentimenti non ricambiati per Lee. Una potenziale minaccia all’armonia domestica entra in scena con Darren (Luke Kelly), collega di lavoro di Matt: bello e in forma da palestra; la domanda è quanto sia vicino a Matt e perché, esattamente, sia stato invitato a questa festa. Il successivo è Tom (Stephen Oswald), un “daddy bear” molto più grande degli altri amici, e per lo più monosillabico all’inizio, consapevole di essere stato appena lasciato dal partner. Una coppia completa la compagnia, anche se in modo cruciale arriva separatamente: Paul (Ahd Tamimi) è un palestrato e spogliarellista part-time – qualcuno decisamente innamorato della propria immagine; e Josh (Carlton Venn) è un twink inesperto e timido, che ha appena conosciuto Paul in palestra.
Con lo svilupparsi della serata si consuma parecchio alcol, che scioglie lingue e abiti. Cadono le inibizioni, si condividono verità spesso sgradite e scomode, e c’è una buona dose di nudità che, va detto, ha certamente soddisfatto l’occhio collettivo del pubblico. Le relazioni vengono messe sotto pressione, la dignità si perde in modi abbastanza prevedibili e si intravedono accenni di ricomposizioni di vecchie fratture e della nascita di nuovi legami. Lungo la strada non mancano buone battute e qualche gag, ma a giudicare dalle reazioni in sala, non certo in numero tale quanto credano attori e autore. Al momento, purtroppo, non riesce a risultare più della somma delle sue parti.
Le ragioni sono diverse. Anzitutto c’è un’incertezza sul genere. Avrebbe potuto essere semplicemente una scorribanda sguaiata e deliziosamente bidimensionale – come, per esempio, è stato mostrato con successo di recente da Bathhouse: the Musical! prodotto all’Above the Stag di Vauxhall. In lavori di quel tipo ci si può permettere stereotipi gay semplici, prendendoli in giro – e attraverso e attorno a loro – con umorismo grossolano tanto quanto con arguzia più sottile. Qui, però, lo spettacolo pretende di fare di più: in diversi momenti vengono toccati vari temi seri – il narcisismo contemporaneo delle routine in palestra, la superficialità distruttiva delle app di dating, e le autoillusioni e l’evitamento di verità scomode sull’identità individuale sotto la coperta di sicurezza collettiva dell’edonismo gay. Verso la fine si arriva persino a suggerire che oggi fare coming out con se stessi sia in realtà più difficile che farlo nella società. Tutti questi temi sono importanti singolarmente, ma nessuno viene davvero sviluppato fino a una conclusione interessante o compiuta. È come se l’opera aspirasse a essere una versione aggiornata di My Night with Reg, ripreso in modo così memorabile al Donmar negli ultimi mesi, ma senza riuscire a completarne la traiettoria.
La spiegazione principale è che, a differenza di quel notevole testo degli anni ’80, qui la scrittura non costruisce e svela i personaggi in modo graduale attraverso dialoghi sfumati, ma presenta semplicemente i sette individui come stereotipi gay fissi, con funzioni da svolgere che non si evolvono nel corso dell’azione. Sono ancora marionette, non personaggi con vite proprie in sviluppo. L’unica eccezione parziale è il giovane Josh, che vive effettivamente un percorso di crescita dall’impaccio alla sicurezza di sé. Non è un caso che la prova di Carlton Venn sia di gran lunga la più memorabile della serata – semplicemente perché ha una storia da raccontare e sfrutta al massimo il materiale che gli viene offerto. Qui vediamo una varietà di emozioni in conflitto, mediate da dialoghi credibili, che ci permettono di cogliere in dettaglio il disegno della sua psicologia e seguirne la crescita. Purtroppo, altrove questo non accade. Dal punto di vista tecnico non c’è nulla che non funzioni – il regista esperto Dan Phillips assicura una dinamica fluida e naturale e crea l’impressione che lo spazio sia più grande di quanto sia, cosa non facile con sette adulti che recitano da ubriachi in un ambiente ristretto. Un membro del pubblico si unisce al cast per una sequenza di danza, e tutto fila liscio senza trasformarsi in un imbarazzante momento “Dame Edna”. Le singole scene sono intervallate da alcuni momenti disco stilizzati che punteggiano l’azione in modo efficace. No: i problemi di questa serata, al momento, risiedono nell’incertezza sia della concezione sia dell’esecuzione.
I miei suggerimenti sarebbero o di proseguire con ulteriori workshop e ampliarlo, così da dare più spazio agli altri personaggi e ai temi seri per respirare e crescere; oppure di semplificarlo in una farsa e concentrarsi nel potenziare le situazioni comiche già presenti sul piano visivo e l’arguzia verbale, così da farne un veicolo di puro stile. Entrambe le possibilità sono soluzioni dignitose, plausibili e interessanti, mentre il dramma attuale resta, quasi a ogni livello, irrisolto.
Sono andato a una festa favolosa è in scena al King’s Head fino al 5 luglio 2015
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