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NOTIZIE

RECENSIONE: Mezzanotte, Union Theatre ✭✭

Pubblicato su

12 settembre 2018

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Midnight, presentato da Debunk Theatre all’Union Theatre di Londra.

Midnight Union Theatre,

12 settembre 2018

Due stelle

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È una nuova iniziativa affascinante, e una che dovremmo applaudire tutti: Debunk Theatre sta costruendo ponti tra la scena teatrale del Regno Unito e la propria base in Asia Centrale e nell’Europa dell’Est.  Ecco quello che chiamo davvero “outreach”!  Qui ci propongono una storia azera (dell’autore vivente Elchin – presente in sala per questa prima) fatta di paura quotidiana e repulsione durante le Grandi Purghe staliniane, quando il temutissimo “bussare alla porta” della polizia segreta arrivava a mezzanotte; le cose si complicano ulteriormente perché quella mezzanotte, su cui viene richiamata la nostra attenzione, cade proprio la notte di Capodanno, quando tutti dovrebbero guardare all’anno che viene con speranza e ottimismo.

E, in un certo senso, l’Uomo – interpretato con energica verve da Colin Burnicle – e la sua Donna (una Norma Butikofer molto più fredda e malinconica) sono tra i pochi vincitori in questo mondo terribile: lui, infatti, sostiene di essere ormai considerato “al di sopra di ogni sospetto”, e quindi può concedersi il lusso di parlare liberamente, criticando il regime tra un bicchiere di troppo e vanterie sulla propria buona sorte.  Sono vestiti bene con abiti nuovi e hanno un appartamento molto confortevole, decisamente borghese (costumi e scenografia di Elliott Squire).  Con loro in scena ci sono altri quattro attori-musicisti in uniformi logore, che sembrano i resti spettrali di persone sacrificate al Terrore di denunce inventate o isteriche, arresti, torture, processi farsa ed esecuzioni.

Nel loro mondo fragile e nervoso – puntualmente – arriva il loro personale bussare alla porta, con Leon Scott, una sorta di “Un ispettore dell’NKVD chiama”, che poi ribalta bruscamente e piuttosto meccanicamente la loro buona sorte nella loro versione personale dell’inferno e – anzi – rivendica perfino di essere lui stesso il Signore degli Inferi.  Un tipo impegnato.  E, per infierire, pochi minuti prima di mezzanotte l’orologio sembra fermarsi, e restiamo sospesi nel tempo, mentre il Vecchio Nick cerca di chiudere i suoi numeri di “quota” prima che arrivi l’ora delle streghe (“E se non posso farlo io, chi può?” scherza.)

Altrettanto prevedibilmente, non si porterà via la coppia insieme: vuole metterli l’uno contro l’altra.  Così, guarda un po’, scopriamo anche che ciascuno dei due ha denunciato con zelo l’altro ai suoi sgherri.  Fin qui tutto fin troppo ordinato.  E così deprimente.  Il testo, di Timothy Knapman, sembra attenersi abbastanza fedelmente alla pièce originale, “Citizens of Hell”, ed è un affare molto introspettivo, molto statico, con lunghe conversazioni su eventi che accadono prima dell’azione del dramma.  La coppia subisce per un po’ le prepotenze dell’ospite indesiderato, poi decide avventatamente di ribaltare la situazione, con conseguenze del tutto prevedibili.

Knapman e il suo compositore e co-paroliere, Laurence Mark Wythe, danno una bella sferzata con alcune canzoni spesso scritte con intelligenza – l’apertura, “The Future Came A-Knocking”, promette bene – ma è qui che i principali problemi di questo musical iniziano a farsi seri.  La partitura è a tratti solare o sentimentale, ma non è mai nulla più di facilmente fruibile e blandamente piacevole: è anche scritta con la stessa semplicità del copione, con certi accordi preferiti che tornano e ritornano, senza mai sembrare davvero andare da qualche parte – come il libro circolare e quasi ermeticamente chiuso.  Non a caso, questi autori hanno scritto, e continuano a scrivere, per realtà come il National Youth Music Theatre; e anche la regista Kate Golledge ha diretto lavori simili, e lo spettacolo suona davvero, davvero molto come il loro prodotto caratteristico.  E più lo si ascolta, più sembra allontanarsi dal modesto, breve dramma da camera che ne è il cuore.

Detto questo, se vi piace questo tipo di proposta, senza dubbio riuscirete ad affezionarvi a questo strano ibrido.  Resta però inevitabile interrogarsi sulla sensatezza di alcune scelte di produzione, come sono certo che se lo stiano chiedendo anche i creativi.  All’Union lo spazio è poco, ma è ancora meno – soprattutto per le intelligenti coreografie di Chris Cuming – quando l’azione viene compressa su una pedana angusta che funge da salotto dell’Uomo e della Donna.  E che salotto: così zeppo di naturalismo in uno spettacolo che, a più riprese, sembra desiderare di diventare pienamente espressionista, eppure incorniciato anche da telai di luci a forma di porte e finestre.  Non sembra né una cosa né l’altra, e questo non aiuta a coinvolgere e a farci sentire dentro la storia.  Ma se qui si cerca un distanziamento brechtiano, perché la musica è così ostinatamente emotiva, con alcuni numeri che sembrano capitati per caso da un poco noto spettacolo di Andrew Lloyd Webber, e altri che ricordano, ripetutamente, Sondheim, Kander e Ebb, e moltissimi altri ancora.  Il pastiche è la parola d’ordine.  Ci viene chiesto di pensare a tutto come “finto”?  È davvero tutto intenzionale?  È difficile dirlo.

Questo, temo, finisce per essere ingiusto nei confronti degli interpreti, lasciati a dare un senso a una regia, un copione e una partitura che – davvero – non tornano.  Non si può pretendere da loro il miracolo di risolvere così tante contraddizioni interne.  Il resto della compagnia – Melania Maggiore, Tilly-Mae Millbrook, Ashley Daniels, Luke Thornton e, soprattutto, il sinistro intruso infernale di Leon Scott – dà tutto quello che ha: suonano strumenti magnificamente, tutti a memoria, cantano bene, danzano, recitano.  Fridthjofur Thorsteinsson li illumina con un certo estro e Harry Haden-Brown tiene saldamente la barra sul timone della partitura durante tutto lo spettacolo: quasi riesce a convincerci che abbia più meriti di quanti ne possieda davvero.  E quando, nelle rare occasioni, viene loro concesso di uscire dal circolo senza fine del “raccontare e non mostrare” che domina gran parte del testo, il cast riesce a connettersi con il pubblico, soprattutto nella seconda metà, più tagliente e dinamica.

Golledge stessa ha dichiarato che il compito di un regista è mascherare al pubblico le debolezze di un testo.  In questo caso, forse nel tentativo di accogliere e includere “strati” di interpretazione e significato dal suo team (e dalla compagnia?) – come scrive in una nota di programma – non posso fare a meno di pensare che ciò che ha fatto, senza dubbio involontariamente, sia stato invece attirare l’attenzione su ogni sorta di problema di questo spettacolo, strano come un pesce fuor d’acqua.  È un esperimento coraggioso, ma non si amalgama del tutto.  Almeno per ora.

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Foto: Lidia Crisafulli

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