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RECENSIONE: The Notebook, Gerald Schoenfeld Theatre ✭✭✭✭
Pubblicato su
25 marzo 2024
Di
rayrackham
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Ray Rackham recensisce l’adattamento musical a Broadway di The Notebook, ora in scena al Gerald Schoenfeld Theatre, Broadway.
John Cardoza (Noah da giovane) e Jordan Tyson (Allie da giovane). Foto: Julieta Cervantes The Notebook
Gerald Schoenfeld Theatre
4 stelle
L’ultimo film a diventare musical a Broadway, The Notebook di Ingrid Michaelson e Bekah Brunstetter, colpisce molto: spezza il cuore con precisione chirurgica, ma non sempre prende davvero il volo.
Aspetti per tutta la stagione un adattamento da film a musical a Broadway e poi ne arrivano tre (quasi) tutti insieme. Con Water for Elephants appena debuttato e The Outsiders ancora in anteprima, il primo a partire è stato The Notebook: un adattamento che resta più fedele al romanzo del 1996, con qualche ammiccamento occasionale (e molto gradito al pubblico) al film del 2004 (non musical), che con abilità si è guadagnato un posto accanto a Beaches, Steel Magnolias e Ghost come emblema del grande “melodramma strappalacrime” da celluloide. E con il libretto di Brunstetter e la musica di Michaelson c’è davvero molto da celebrare; inoltre, la scelta di sei interpreti diversi per incarnare la coppia protagonista regala momenti di splendore che, nella maggior parte dei casi, superano in forza la pura sentimentalità.
Il cast di The Notebook. Foto: Julieta Cervantes
Come spettacolo teatrale a sé stante, funziona molto bene. Trasformare The Notebook in un musical compie quasi l’impossibile: crea uno show fedele al materiale d’origine, ma capace di dire qualcosa di proprio. Il team creativo ribalta con successo l’idea centrale della traduzione da libro a film. Nel film vediamo un’epica storia d’amore lunga decenni (con Ryan Gosling e Rachel McAdams saldamente al centro) incorniciata da frammenti del loro presente anziano, alle prese in modo straziante con le conseguenze della demenza. In questo musical (con una crescita emotiva, un desiderio trattenuto e un’intensità nel primo atto calibrata alla perfezione) ciò che emerge è un esame toccante dell’invecchiamento, della salute che vacilla e della paura universale di perdersi nella demenza, reso in modo impeccabile da Dorian Harewood e Maryann Plunkett (i Noah e Allie più anziani e “attuali”, che questa volta siedono esattamente al centro del racconto). Questa riflessione, reale e importantissima, è poi incorniciata dai ricordi frantumati dei loro primi incontri intensi e passionali (rappresentati con forza da John Cardoza e Jordan Tyson nei panni dei Noah e Allie più giovani), dalla loro inevitabile separazione e dalla successiva riconciliazione (interpretate con naturalezza da Ryan Vasquez e Joy Woods). Ah, e l’epoca in cui si dipanano questi decenni è stata spostata dagli anni ’40 fino ai ’70/’80 al periodo che va dal 1970 a un punto vicino ai giorni nostri. La guerra che separa i due giovani innamorati diventa così il Vietnam, non la Seconda guerra mondiale come nel romanzo originale di Nicholas Sparks. I personaggi, quindi, si incontrano sull’orlo dell’era dei Diritti Civili, con gli anni d’oro del dopoguerra ormai un ricordo lontano. È un cambiamento importante, ma che sembra superfluo e forse poco meditato.
La partitura di Michaelson offre variazioni su un tema: funziona bene, ma è anche un’occasione mancata. L’ambientazione è stata spostata in momenti molto riconoscibili della storia americana, eppure la cifra musicale non lo suggerisce mai. La musica tende troppo spesso verso un territorio da “indie-folk anni ’90” e, sebbene alcuni riff di chitarra solitari e certe frasi di pianoforte esitanti siano davvero belli, persino squisiti, finiscono per risultare un po’ troppo uniformi. Sul versante dei testi, Michaelson se la cava molto meglio (a parte un verso d’apertura in cui la rima ripetuta di time e mine ha quasi fatto venire a questo recensore voglia di darsela a gambe). “Blue Shutters” (cantata splendidamente da John Cardoza nei panni di Noah giovane) si sentirà sicuramente in ogni showcase di fine corso da qui in avanti; e mentre “If This Is Love” (un momento bellissimo per Joy Woods e Jordan Tyson) e “Leave the Light On” (Ryan Vasquez al massimo vocalmente) sono chiaramente destinati a diventare la “She Used to be Mine” di questo show, questo recensore è rimasto completamente senza fiato con “Kiss Me”, quando Noah e Allie giovani fanno l’amore per la prima volta. È una scena in musica costruita alla perfezione, ed è qui che lo spettacolo spicca davvero il volo.
Jordan Tyson (Allie da giovane) e John Cardoza (Noah da giovane). Foto: Julieta Cervantes
Il libretto di Brunstetter è essenziale quando serve (un’arte che si sta perdendo a Broadway) e riesce davvero a trascinare il pubblico attraverso i decenni con grande disinvoltura; ma ci sono diverse falle narrative che avrebbero dovuto essere risolte prima dell’approdo a Broadway. Per prima cosa, troviamo i personaggi in momenti cruciali della storia culturale americana, ma senza alcun riferimento a quel contesto: il che fa sorgere spontanea la domanda sul perché cambiare epoca e adottare un impianto di casting così interessante. C’è poi uno spostamento di tono nel secondo atto, che concentra troppo l’attenzione su una sola coppia di Noah e Allie, quella “di mezzo”, non abbastanza sviluppata nel primo atto da meritare un tale cambio di fuoco. Ne nasce uno squilibrio che lo show fatica a recuperare fino al calar del sipario. Non aiuta la regia di Michael Grief e Shelle Williams, né la coreografia di Katie Spelman, che fa vorticare il cast principale l’uno attorno all’altra con intensità una volta di troppo.
Le sei diverse incarnazioni di Noah e Allie (o tre per due, a seconda dei vostri calcoli) sono il punto in cui lo spettacolo brilla davvero. Dorian Harewood, come Noah anziano, apre la narrazione con una gravitas matura e diventa una forza motrice centrale del racconto. John Cardoza e Jordan Tyson sono irresistibilmente affascinanti nelle versioni più giovani, e Ryan Vasquez e Joy Woods (la coppia “di mezzo”) sono tra gli interpreti più sicuri che oggi calcano i palcoscenici di Broadway. Se lo spettacolo è diviso in due atti, il primo è senza dubbio quello di Maryann Plunkett: nei panni di Allie anziana offre una delle interpretazioni più sconvolgenti e devastanti che questo recensore abbia visto in un musical di Broadway da molti anni. La sua prova è così sfumata, così precisa e al tempo stesso così scomoda, che non solo è difficile distogliere lo sguardo quando è in scena, ma in certi momenti sembra persino difficile respirare. Ma qui sta il problema: quando Plunkett non è sul palco (per una buona parte del secondo atto), la splendida impostazione dei primi momenti dello show si perde. Ottime anche le prove dei comprimari, e una menzione speciale va ad Andrea Burns, che interpreta sia la madre di Allie nel 1967 e nel 1977 sia la Direttrice infermieristica della casa di cura nel 2021, dove la coppia finisce per vivere (in una scena toccante, Allie anziana chiama la sua infermiera “mamma”, creando un momento meta che ti spezza il cuore).
The Notebook ha tutti gli ingredienti per diventare un successo di lunga tenitura. È una storia delicata, capace di far piangere e di conquistare il pubblico, che non si prende mai troppo sul serio ma colpisce con una notevole forza emotiva (i singhiozzi si sentivano in tutto il Gerald Schoenfeld Theatre dopo circa 20 minuti dall’inizio). È interpretato magnificamente da una compagnia di attori superlativa e contiene alcuni momenti musicali deliziosi, capaci di incantare e far sorridere. Nel complesso, però, non sempre riesce a spiccare il volo oltre la somma delle sue parti.
INDIRIZZO Lo spettacolo è in scena al Gerald Schoenfeld Theatre (236 W 45th Street, tra Broadway e l’8th Ave) DURATA
La durata è di 2 ore e 20 minuti, con un intervallo di 15 minuti.
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