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NOTIZIE

RECENSIONE: Stasera con Donny Stixx, The Bunker ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Sean Michael Verey in Tonight With Donny Stixx. Foto: Savannah Photographic Tonight With Donny Stixx

The Bunker

11 novembre 2016

5 stelle

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È, più o meno, la produzione più riuscita che si possa vedere da un po’ del terrificante monodramma di Philip Ridley — una sorta di "The Events", ma con molte più battute e molto meno canto. Il regista, David Mercatali, è uno dei massimi esperti dell’universo di Ridley (con sei prime assolute all’attivo, compresa la produzione originale Soho/Edinburgh di questo testo). Con Sean Michael Verey che ricrea la sua interpretazione originale del ruolo di Donny Stixx, non si potrebbe chiedere di più. E invece c’è dell’altro: William Reynolds, veterano degli allestimenti di Ridley, firma uno spazio uniforme e grigio, elegante e glaciale, pensato per valorizzare il virtuosistico “assolo” che è il monologo di 70 minuti del copione (e sospetto che abbia curato anche le luci).

E che copione. In un senso folle e distorto, Philip Ridley è Howard Barker con le battute. È anche parecchio Steven Berkoff. E con una generosa spruzzata di The Young Ones (un personaggio citato nello spettacolo si chiama persino, se ho sentito bene, "Kelvin Turvey"). Insomma, è divertentissimo. E pericoloso. E in questa produzione perfetta del suo raggelante one-man show (dove il fantasma di "The Entertainer" di John Osborne si aggira sui bastioni… e sì, ci sono anche riferimenti ad "Amleto"), c’è tutto ciò che si associa a quegli autori: tanto da godersi, e non poco da temere.

Così, George Warren e Martha Rose Wilson di Metal Rabbit Productions portano un altro lavoro affascinante e bellissimo in quello che sta diventando il nuovo motore del teatro sorprendente a Southwark. E il loro unico interprete sembra amare ogni secondo. In piena modalità post-traumatica, Verey sfodera il nervosismo di un artista terribile che però ce la mette tutta per piacere, per poi ricadere a tratti nel suo stato distrutto, rabbioso e impotente — di cui, poco a poco, scopriamo La Terribile Verità. Nel frattempo, in quello che probabilmente è una sorta di seduta terapeutica a senso unico, Verey incarna le versioni di sé a 10, 12, 14 e 15 anni, e vediamo come Donny sia diventato qualcosa su cui valeva la pena scrivere un testo luridamente sensazionalistico.

Lungo il percorso, Verey ci offre un catalogo di amici e familiari: la madre nevrotica e autodistruttiva, sempre chiamata Yvonne; il padre autodistruttivo ma animato da buone intenzioni; la zia adorabile ma inefficace: tutti alimentano l’interesse ossessivo del piccolo Donny per i trucchi di magia e per il “diventare un entertainer”. Poi ci sono l’orrendo figlio della zia, un militare, e il suo migliore amico; e il vicino di casa, e sua figlia che tenta di fare amicizia con l’inamicabile Donny. Ma, in qualche modo, per quanto le persone possano essere gentili, c’è un abisso privo di emozioni che lo separa dal resto del mondo. E, in effetti, sembra tutt’altro che l’unico a esserne afflitto. Mentre la sua marcia inarrestabile verso una orribile notorietà prende velocità, raccogliamo indizi che potrebbero aiutare a spiegare — o in parte a razionalizzare — la frammentazione della sua personalità: le radici della sofferenza sembrano stare nell’esperienza di un difetto congenito. È durante la cura — una cura molto efficace, va riconosciuto — di quella condizione che nasce il suo amore per le illusioni e per la finzione.

Una volta indossata, è troppo nobile, troppo devoto e troppo determinato nel suo percorso per deporre mai la maschera della sua vocazione. E poi vediamo come la sua inflessibile fedeltà a essa — così comica nel suo dogmatismo e così patetica nella sua incapacità — gli impedisca qualsiasi via di fuga. Quando, infine, il fratello del vicino di casa, affascinante e celebrato, idolo per lo sfortunato Donny, abbatte senza mezzi termini la sua preziosa impalcatura di finzione, allora arriva il diluvio.

Nel dopo, Donny trova la forza di cominciare ad aprirsi su come ha vissuto e su ciò che ha pensato. Eppure, anche se noi, come pubblico, lo vediamo provare emozioni, non abbiamo davvero idea se lui stesso ne sia consapevole. È una storia di fantasmi in cui l’unico personaggio è il fantasma di se stesso: infestando la propria vita invece di viverla. Sbiadita nel grigio.

Fino al 3 dicembre

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