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RECENSIONE: Che cosa sto facendo?, Union Theatre ✭✭✭✭
Pubblicato su
21 ottobre 2015
Di
matthewlunn
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Cosa sto facendo?: Racconti di un attore ansioso Union Theatre 11 ottobre 2015
4 stelle
Gregory Hazel, l’omonimo “attore ansioso”, è appollaiato su uno sgabello alto e sprigiona un’energia nervosa e scattante. Come osserva con lucidità, mettere in scena uno spettacolo sull’ansia è una prospettiva davvero da far tremare i polsi. Eppure promette che le due ore di esilarante autoironia che seguiranno non si limiteranno a riflettere sulle difficoltà degli attori che lavorano a ingaggio, ma faranno luce sul perché l’ansia sia al cuore della condizione umana.
Anche se non credo che Cosa sto facendo? abbia mantenuto fino in fondo questa promessa, il carisma spontaneo di Hazel, unito ad aneddoti costantemente divertenti, ha reso lo spettacolo di one man show piacevolissimo. Costruito come una raccolta di canzoni e monologhi, lo show vive della capacità di Hazel di prendersi in giro. Gran parte di questo ruota attorno alle sue esperienze della vita di palcoscenico: irresistibilmente affascinante, ma spesso anche assurda. Dalla decisione, un po’ tronfia, di gridare “Tutti insieme!” mentre cantava una canzone scritta da lui durante un’assemblea scolastica, fino a delineare il proprio futuro sul palco – “Nel 2015 ho ricevuto più proposte per fare drag che per lavori non drag” – Hazel racconta la sua vita con una leggerezza totalmente irresistibile.
A impreziosire il tutto c’è la qualità piacevolmente “grezza” dello spettacolo. Almeno in un’occasione ha controllato l’ordine della scaletta per capire cosa venisse dopo – “Si direbbe che non l’abbia scritto io”, e spesso ci confidava le sue paure in scena: “Ho la sensazione di una rovina imminente per questa prossima canzone”. La mancanza di una struttura, però, finiva per influire sull’impatto della musica. Hazel è un cantante valido più che magnetico, anche se nella sincerità della sua interpretazione si intravedeva un grande potenziale. Insieme all’impeccabile Simona Budd al pianoforte, avrebbero potuto essere franchi e piacevolmente diretti quanto lo storytelling.
Eppure la loro attenzione a temi universali – l’amore ricorre spesso – mancava di presa emotiva, perché non venivano contestualizzati. Versi come “usciamo insieme, tu guardi l’orologio” mi facevano venire voglia di scoprire le esperienze personali di Hazel, ma questi spunti venivano di solito abbandonati una volta finita la canzone. Inoltre, i testi si appoggiavano troppo a cliché come “overdose d’amore” e “forse ce la farò”, rendendo i sentimenti un po’ impersonali. Il trascinante numero finale, un’interpretazione entusiasta di “I Guess That’s Why They Call It the Blues” con abbondante partecipazione del pubblico, funziona così bene perché si collegava a una storia precedente su un’audizione per The Voice. Questo, letto accanto a un brano divertente e toccante sul “rimpianto”, mostrava il potenziale dello spettacolo per un racconto musicale più coinvolgente.
Una menzione speciale va alla “pentola delle preoccupazioni”, che il pubblico ha riempito di pensieri durante l’intervallo, poi letti al ritorno di Hazel. Tra questi c’erano piccole perle come “Mi preoccupo che la mia preoccupazione non sia abbastanza interessante” e “Mi preoccupo dell’arrivo dell’Oscuro Signore e del terrore paralizzante che porta dagli abissi”. Questa introduzione giocosa alla seconda parte ha offerto a Hazel moltissime occasioni di improvvisazione e il suo senso dei tempi comici si è rivelato superbo. È stato davvero uno dei passaggi più stranamente esilaranti che mi sia mai capitato di vedere in un one man show.
Cosa sto facendo?: Racconti di un attore ansioso è stato un one man show memorabile, che ha messo in luce il talento di Gregory Hazel come narratore. Anche se le canzoni spesso risultavano molto meno significative dei monologhi, alcuni numeri notevoli lasciavano intravedere il potenziale per trame più coinvolgenti. Di certo terrò d’occhio i suoi prossimi lavori.
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