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RECENSIONE: Catch Me, Above The Arts Theatre ✭✭✭
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Di
julianeaves
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Catch Me
Above The Arts Theatre
23 novembre 2016
3 stelle
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È davvero entusiasmante scoprire un nuovo duo di autori di musical dal grandissimo potenziale: Arnoud Breitbarth e Christian Czornyj, la cui opera d’esordio, ‘Catch Me’, ha appena debuttato in una produzione da camera nella sala al piano superiore dell’Arts Theatre, nel West End. Breitbarth e Czornyj collaborano a ogni aspetto della scrittura, dividendo tra loro libretto, musiche e testi: è, come dicono loro stessi, una collaborazione vivace, che sta dando frutti stranamente originali. All’inizio dell’estate ho visto un workshop di altri lavori di Breitbarth, presentato dal corso (purtroppo di breve durata) Writing Musical Theatre della Mountview Academy, di cui è ex allievo. È un po’ triste che Mountview abbia ritenuto di non poter proseguire con un corso che ha già prodotto—con questo splendido lavoro—un ottimo nuovo musical. Tuttavia, le pressioni economiche con cui questi percorsi devono fare i conti sono pesanti: una questione che, naturalmente, gli enti finanziatori dovrebbero considerare.
In sintesi: ci troviamo davanti a un palcoscenico spoglio che ospita una grande bara nuova (scenografia dello stesso Czornyj—che potrebbe essere anche responsabile delle luci), in una situazione che richiama ‘Loot’ di Orton; c’è un coro d’apertura di musica davvero bellissima, cantato con generosità dalla compagnia di cinque interpreti, che segnala subito la grande forza musicale di questo sodalizio. Poi entriamo nella scena iniziale: è il giorno prima del funerale di Dean; la fidanzata in lutto, Sarah (Kathryn Pemberton, nervosamente spezzata ma convincente), accoglie gli amici sposati Christine (Jennifer Tilley, autoritaria e navigata) e Colin (Neal Andrews, insopportabile bigotto), e due candidati al ruolo di “miglior amico”: Harry (Connor Arnold, atletico, decisamente mascolino e di grande fascino) e Marc (Matthew Munden, spigoloso e nevrotico, ossessivo “tipo Asperger” e terribilmente letterale). Compare il vino e iniziano a girarsi intorno, urtando sensibilità e vulnerabilità messe a nudo, mentre l’alcol scioglie freni e lingue. C’è molta ironia e qualche bel colpo di teatro, soprattutto quello che chiude la prima parte.
Dopo l’intervallo arriviamo al giorno del funerale, e il pubblico crede di aver capito questi personaggi e di sapere “come stanno le cose”: è lì che gli autori calano l’asso nella manica e mandano splendidamente all’aria l’intero gioco con un magnifico ribaltamento che ci lancia in una direzione del tutto diversa e inattesa. La seconda parte, più breve, è più fitta di musica rispetto alla prima e presenta molta più azione in scena, arrivando fin dentro la platea, più selvaggia, con l’azione che spinge verso una risoluzione delle tensioni create tra queste persone scomodamente incompatibili.
La musica resta solida per tutta la durata, acquistando potenza nella seconda metà. Sul piano dei testi, l’origine olandese di Breitbarth potrebbe spiegare alcune espressioni un po’ ricercate e poco idiomatiche, oppure potrebbero derivare dal retroterra di Czornyj: nel dialogo, invece, sono decisamente più a loro agio, e scorre con tale naturalezza da sembrare opera di altre mani—ma non lo è. Trattandosi della prima messa in scena, è possibile che vengano apportate modifiche alla collocazione e/o alla struttura di alcuni numeri musicali, ma è proprio a questo che servono le produzioni di workshop. La scenografia è ridotta all’osso: una manciata di sedie e qualche calice di vino, più una pila di posta ancora chiusa. La band è un trio—pianoforte, violoncello e chitarra—guidato alle tastiere da Rebecca Grant, con arrangiamenti del chitarrista Connor Gallagher (che sviluppa una partitura scritta ricca di dettagli), supportato da Emma Melvyn. I magnifici arrangiamenti vocali sono degli autori.
L’unico membro della compagnia non ancora citato è il “caro estinto”, Dean (Reuben Beau Davies, grintoso e di un carisma vivido). È qui a rappresentare uno dei 4.500 uomini britannici sotto i 45 anni che ogni anno si tolgono la vita: il suicidio è la prima causa di morte in quella fascia d’età. Il teatro è pieno di suicidi celebri, molti dei quali maschili, e spesso legati a relazioni strette. Shakespeare ha scritto molti ruoli di questo tipo, e tanti altri grandi autori hanno seguito la stessa strada. Nella maggior parte dei casi, a chi si autodistrugge vengono attribuite motivazioni piuttosto chiare: inoltre, quando sono in una relazione—o anche quando non lo sono—la natura dei loro intrecci emotivi viene più spesso rappresentata come parte integrante del destino tragico (pensate a Romeo e Giulietta, o ad Antonio e Cleopatra?) Qui no. È anzi piuttosto faticoso collocare un personaggio così vitale e vivace—come uno dei ribelli di David Mercer—in mezzo alle mediocrità “alla Ayckbourn” raccolte attorno alla sua bara.
Sono uscito dallo spettacolo molto colpito dal risultato tecnico: la costruzione di un ingegnoso chamber musical a partire da questo materiale, ma ancora piuttosto nel buio su quali ragioni lo avessero davvero messo in moto. Potrebbe essere un punto su cui gli autori vorranno tornare, riflettendo sull’opera durante la sua tenitura all’Above the Arts.
Catch Me è in scena fino al 3 dicembre 2016.
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