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RECENSIONE: Eureka Day, Old Vic Theatre Londra ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
26 settembre 2022
Di
Libby Purves
La nostra theatreCat Libby Purves recensisce Helen Hunt nella commedia di Jonathan Spector Eureka Day all’Old Vic di Londra.
Kirsten Foster, Susan Kelechi- Watson, Mark McKinney e Helen Hunt. Foto: Manuel Harlan Eureka Day
Old Vic Theatre
5 stelle
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In una scuola primaria di Berkeley, California, piena di beanbag e dai colori vivaci, il comitato direttivo (cinque persone) cerca il consenso su come riclassificare il menu a tendina per le candidature. “Adottato transrazziale” è una definizione importante quanto “Nativo americano”? “Ebreo” dovrebbe essere un’opzione separata da “Bianco”? La nuova arrivata – Carina – commette una gaffe riferendosi a suo figlio come “lui” invece che “loro”, come prevede la politica della scuola, anche se i membri la rassicurano con gentilezza: “non stiamo dicendo che non conosci i pronomi personali di tuo figlio”.
Helen Hunt (Suzanne) e Mark McKinney (Don) in Eureka Day. Foto: Manuel Harlan
Scopriamo che la Eureka Day è una scuola dove i bambini fanno il tifo per la squadra avversaria, dove lo spettacolo scolastico Peter Pan è stato ripulito da questioni coloniali ambientandolo nello spazio, e i bagni vengono (a caro prezzo) resi neutri dal punto di vista del genere da un appaltatore che si rifornisce responsabilmente di materiali locali. Eppure ci viene subito ricordato quanto la genitorialità difensiva sappia essere, letteralmente, “zanna e artiglio”: il problema dell’ultima scuola di Carina era che suo figlio è brillantissimo e “non poteva avere supporto per bisogni speciali a meno che non andasse male”. Al che viene punita da un pacato “qui c’è molta neurodiversità”. Eppure, come dice senza costrutto il vecchio hippie Don, prima di leggere un’altra perla del mistico persiano Rumi sul fatto che le lampade non fanno luce finché non vengono accese: “Siamo una scuola scelta all’interno di una comunità con un’intenzione”. E alle riunioni ci sono sempre ciambelle biologiche preparate da un fisico famoso con disabilità mentale.
Susan Kelechi- Watson (Carina) e Ben Schnetzer (Eli) in Eureka Day. Foto: Manuel Harlan
Quindi sappiamo dove siamo: una satira felicissima dell’angoscia liberal-borghese con venature hippie, della protezione genitoriale e dell’era dell’offendersi per tutto, sulla scia di commedie amate di recente come God of Carnage e Clybourne Park. Ma quando la tensione sale, il bersaglio si sposta su un tema ancora più attuale: disinformazione digitale, voci e fake news che vengono risucchiate indiscriminatamente e solidificate nella politica identitaria. Scoppia un focolaio di parotite e le autorità vogliono la quarantena. Molti genitori – due nel comitato – sono no-vax, decisi a non farsi fregare da Big Pharma e a non “avvelenare” i propri figli. Ma i favorevoli ai vaccini sono altrettanto indignati per il rischio a quell’immunità di gregge che rende più sicuri anche i loro. Il testo di Jonathan Spector è precedente al Covid, ma non potrebbe essere più pertinente.
Gli ultimi dieci minuti della prima ora diventano qualcosa di davvero speciale, quando il comitato fa una riunione su Zoom con genitori invisibili che intervengono – proiettati sulla parete di fondo e sul soffitto – con una classica, gloriosa, orribilmente riconoscibile “whatsappaggine”. Si parte con una raffica di “Ciao a tutti” fuori contesto e chiacchiere su una zuppa e qualcuno che si è trasferito a Vancouver, o era Montreal? Ma quando Don e il comitato parlano di chiusura e quarantena, la temperatura sale: prima con persone che, in modo pio, dicono di “non sentirsi a proprio agio” con certe parole, poi con osservazioni personali sul fatto che i chiropratici contino o meno come veri medici, e infine – in un’acrimonia coreografata alla perfezione – si arriva alle inevitabili parole “Fascista” e “Nazi”. La meraviglia è l’uso tecnicamente precisissimo di questo assalto online proiettato, mentre il cast al centro della scena, attorno al portatile, tiene eroicamente il filo di un copione elegantemente scritto pur risultando quasi del tutto inaudibile: semplicemente per le raffiche di risate, ininterrotte e soffocanti, del pubblico che legge i post.
Il cast di Eureka Day all’Old Vic Theatre. Foto: Manuel Harlan
In realtà è proprio quel quarto d’ora abbondante a far guadagnare la quinta stella: non perché l’intero spettacolo sia impeccabile, ma perché per due anni abbiamo avuto tutti un bisogno enorme, enorme, di quell’esperienza di sedersi e ridere, impotenti, con mille sconosciuti. L’ultima battuta di Don, “Mi sembra che questo formato non stia tirando fuori il meglio di noi nella conversazione”, mi ha fatto davvero soffocare dal ridere.
Nel secondo atto il comitato raccoglie i cocci, colpito dal fatto più cupo del dolore vero: il figlio di Eli è gravemente malato, probabilmente contagiato dalla no-vax May, con la quale lui va a letto, con disgusto della moglie (sempre invisibile). Anche se, come cinguetta preoccupata una collega, “Credevo che voi aveste superato la monogamia?”. Scopriamo che la cofondatrice Suzanne, in un’interpretazione finemente sfumata di Helen Hunt, ha alle spalle una tragedia che ha consolidato, forse irragionevolmente, il suo atteggiamento verso la scienza medica. Vediamo l’Eli di Ben Schnetzer crescere dal wokey ipersensibile ai limiti dell’idiota dell’inizio a una comprensione adulta. In Kirsten Foster, nei panni di May, troviamo la più splendida dimostrazione di maglia silenziosa, furiosamente aggressiva, a denti stretti, seguita poi da uno scoppio folle di odio verso ogni cosa moderna, dagli antibiotici alla plastica. E ci godiamo anche la vista del povero vecchio Don, in pantaloncini da safari color kaki, che cerca di mettere per iscritto “con rispetto” su un foglio a cavalletto le loro convinzioni condivise mentre viene fatto a pezzi da Carina (Susan Kelechi Watson). Ah, e Suzanne che diventa ancora più malcapitata quando Carina sbotta abbastanza da ringhiare contro l’assunto della donna bianca che lei sia sotto “sostegno economico” solo perché è nera. Non lo è. Oh, il dolore, il dolore squisito di tutto questo.
Insomma, l’ho adorato. E arriva a una sorta di conclusione, ma non torna mai più a essere così soddisfacentemente sopra le righe come durante quella riunione su Zoom che chiude la prima parte. Del resto, come potrebbe. Ma è una serata splendida, dolorosamente attuale: due ore nette come contrappeso ai nostri problemi da primo mondo.
Www.oldvictheatre.com. Fino al 31 ott
Fino al 31 ottobre all’Old Vic, Londra. PRENOTA I BIGLIETTI PER EUREKA DAY
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