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RECENSIONE: Lock and Key, The Vaults ✭✭✭
Pubblicato su
Di
julianeaves
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Evelyn Hoskins e Tiffany Graves in Lock And Key
Vaults Festival
14 marzo 2018
3 stelle
Nadia Fall ha appena preso le redini del Theatre Royal Stratford East e la prima cosa che deve fare, rispetto a questo spettacolo, è spiegare in che modo la sua decisione di tagliare il Musical Theatre Workshop contribuirà allo sviluppo di nuove autrici di musical come Barlow e Smith. Poco tempo fa ero seduto nel foyer del teatro, sgranocchiando qualcosa di davvero ottimo dalla sua deliziosa Caribbean Kitchen (un’altra vittima dell’operosa scure di Fall), ascoltando l’eccellente fattura delle loro melodie eleganti, musicali e orecchiabili, con testi così arguti e rifiniti. Bella Barlow (musica) e A C Smith (testi) si sono rivelate chiaramente autrici di grande talento ed energia, e un loro show era qualcosa da accogliere con una certa aspettativa. È stato splendido che avessero trovato un palcoscenico su cui esibire le loro eccellenti qualità: tanto più importante se consideriamo che non tutti sono stati altrettanto accoglienti o incoraggianti.
Tanto più interessante, dunque, trovare questo spettacolo: un lavoro di un’ora per due attrici-cantanti di grande livello, Evelyn Hoskins e Tiffany Graves, che presenta qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere. Hanno compiuto il passo coraggioso e audace di allontanarsi dal loro catalogo di brani autonomi o raccolte a tema, per abbracciare un linguaggio teatrale completamente nuovo e avventuroso. Chi l’avrebbe mai detto? Ancora una volta, bisogna essere autrici della primissima categoria creativa per affrontare una sfida simile. Ma allora, cosa diavolo sta pensando Nadia, estromettendole dal suo teatro?
Evelyn Hoskins in Lock and Key
In ‘Lock And Key’ ci troviamo davanti a una situazione classica: Hoskins è Jess, una stagista sfruttata in una minuscola casa editrice, e Graves è la sua boss-drago, Samantha (qualsiasi somiglianza o confusione con Miranda de ‘Il diavolo veste Prada’ è, ne sono certo, colpa del mondo reale: Smith ha vissuto questo incubo sulla propria pelle in un lavoro in cui non ha alcuna fretta di tornare). In questo interessante scontro di caratteri, le autrici inseriscono poi elementi mitici: Samantha deve partire per affari e lasciare l’ufficio nelle mani della junior, una scena che regala uno dei momenti musicali più scintillanti con il passaggio della ‘Little Red Key’, un numero strepitoso che ‘affiora’ dalla trama drammatica (quando accade sembra sempre così ‘naturale’, eppure è terribilmente, terribilmente difficile da scrivere), dando vita a uno sketch sul topos de ‘L’apprendista stregone’, perché – ovviamente – Jess non riesce a resistere al divieto di toccare quella chiave. E poi il tutto si trasforma in un’altra leggenda, quando Jess usa la chiave per scoprire i segreti oscuri della casa, in un gioco che richiama la vecchia storia del Castello di Barbablù.
Insomma, non è roba leggera. A fronte del simbolismo netto della favola, però, la messa in scena non potrebbe essere più tranquillamente ordinaria e naturalistica: la scenografa Alice Simonato riempie il minuscolo spazio performativo con il caos oppressivo di un ufficio stipato. Questo crea sì un effetto minaccioso, ma limita anche i movimenti delle interpreti, che appaiono chiaramente a disagio mentre si spostano con cautela da una parte e dall’altra, nel terrore di urtare tutto, o di finire giù dal palco così ripido. Inutile dirlo, non c’è coreografia nello spettacolo. Tocca alle luci di Richard Williamson offrire qualche variazione d’atmosfera: ma non gli viene chiesto molto. Anche questo, di nuovo, ha il vantaggio di sottolineare la credibilità di ciò che vediamo e sentiamo, ma non fa nulla per trascinarci più a fondo nelle risonanze mitiche della situazione. Da questo punto di vista è l’esatto opposto di ciò che il regista Adam Lenson ha ottenuto con i suoi gesti sublimi e operatici in ‘Whisper House’ a The Other Palace.
Tiffany Graves in Lock and Key
Penso che quel confronto sia istruttivo. Molte persone non capirono davvero quella produzione. Io incluso. Eppure, ripensandoci – e bisogna farlo, perché era concepita con una forza impressionante, anzi magistrale, ed eseguita con una raffinatezza squisita: semplicemente si rifiuta di lasciare la memoria – viene da riflettere che, e credo di averlo detto altrove, Lenson è talmente avanti rispetto a tutti gli altri che noi non facciamo che inseguirlo, cercando di stare al passo con l’inventiva mercuriale della sua mente e con l’arte della sua espressione.
In tal caso, tra settimane o mesi, potremmo benissimo ritrovarci a pensare e a provare per questa produzione di ‘Lock and Key’ cose molto diverse da quelle avvertite al primo impatto. Ed è un’ottima cosa: che un’opera abbia un effetto duraturo e persistente sul pubblico. Tuttavia, è anche qualcosa di cui bisogna diffidare ogni volta che ci viene chiesta un’opinione. Servono delle cautele. Molti artisti faticano a conciliare la tensione tra il proprio lavoro – che implica mesi o anni di immersione in un progetto – e la reazione istantanea e apparentemente arbitraria del pubblico. E i critici appartengono al secondo gruppo. Cercano di esprimere una risposta ragionevole, ma sono umani e, come chiunque altro, possono fraintendere ciò che vedono o sentono.
Per ora, ciò che resta di questo spettacolo è la musica scorrevole e ribollente, quasi janáčekiana, dell’ensemble da camera guidato con mano esperta dalla MD Tamara Saringer, e la sorprendente ricchezza e complessità delle trame musicali evocate da Bella Barlow, di cui qui ascoltiamo le orchestrazioni, davvero splendide (anche se l’amplificazione, nella piccola e brillante acustica del Pit, risultava a tratti un filo eccessiva). I testi di Smith si incastrano perfettamente con il parlato e non attirano mai l’attenzione su di sé, mentre costruiscono costantemente i personaggi davanti ai nostri occhi. Da diplomate di Stratford East, queste due hanno molto da festeggiare e noi abbiamo molto da aspettarci da loro. Faranno strada.
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