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RECENSIONE: Mad House, Ambassadors Theatre Londra ✭✭✭✭✭
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pauldavies
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Paul T Davies recensisce Mad House di Theresa Rebeck, con Bill Pullman e David Harbour, all’Ambassadors Theatre di Londra.
David Harbour, Bill Pullman e Akiya Henry. Foto: Marc Brenner Mad House
Ambassadors Theatre, Londra.
24 giugno 2022
5 stelle
La famiglia spezzata che torna nella casa di famiglia mentre il patriarca è in fin di vita è, da secoli, un terreno fertilissimo per il dramma; e l’opera di Theresa Rebeck si inserisce in un canone di tutto rispetto che comprende Miller, Tracy Letts e, nell’immediata provocazione fra i due protagonisti, la claustrofobia feroce del primo Martin McDonagh. Michael, appena dimesso dall’istituto psichiatrico locale, “il manicomio”, si ritrova a prendersi cura del padre Daniel: un uomo che tutti stanno aspettando che muoia e che, diciamolo pure, coltiva convinzioni molto forti e per nulla “politically correct”. L’infermiera di cure palliative Lillian viene inviata ad assistere Daniel, e a quel punto arrivano i fratelli Nedward e Pam, interessati unicamente agli immobili del padre e all’eredità. Aggiungete un paio di prostitute per una festa improvvisata in casa, segreti che riaffiorano dal passato, e nella prima parte ci ritroviamo su un terreno familiare — naturalmente è anche una metafora dell’America di oggi. Ma il dialogo di Rebeck e l’intreccio finissimo, insieme a un cast che si diverte e si compiace dei ruoli che interpreta, regalano un secondo atto maestoso: tra le cose migliori attualmente in scena nel West End.
Stephen Wright, David Harbour e Sinead Matthews in Mad House. Foto: Marc Brenner
Le interpretazioni centrali sono ipnotiche. David Harbour, letteralmente e metaforicamente, offre una prova imponente: un orso ferito che ruggisce di rabbia, che ha bisogno di conforto, con la lucidità della propria condizione ad alimentarne dolore e furore. Il suo duetto con Bill Pullman nei panni di Daniel è il motore dello spettacolo: Pullman non assolve il lato sgradevole di Daniel, ma è splendido quando finalmente fa i conti con alcune azioni del passato e tenta un percorso di redenzione. Eppure la serata appartiene alla straordinaria Ayika Henry nel ruolo dell’infermiera Lillian. Una colonna di forza dal momento in cui entra, senza mai perdere la dignità del personaggio, riesce a dire tantissimo con uno sguardo: ha inquadrato questa famiglia dal primo giorno. Forse c’è un po’ troppo urlare, soprattutto quando la “malvagia” Pam (parola mia — avrei voluto urlarle contro: bravissima Sinead Matthews) piomba in casa.
Akiya Henry e Bill Pullman in Mad House. Foto: Marc Brenner
Eppure è una scena bellissima, tenera, silenziosa, tra Michael e Lillian nel secondo atto, a restare addosso. Se i riferimenti a “tutti vediamo le stesse stelle e la stessa luna” rischiano il cliché, scrittura e recitazione decollano quando Lillian racconta del figlio perduto e i due stabiliscono un legame autentico. Vale da sola il prezzo del biglietto. La minaccia di essere rispedito in manicomio incombe su Michael, e cresce man mano che la pièce procede; con Stephen Wight eccellente nei panni di Nedward, che tenta disperatamente di costruire ponti e battersi per l’equità — pur tradendo il fratello.
In una scenografia claustrofobica firmata Frankie Bradshaw, anche quando siamo “all’aperto” è chiarissimo che si tratta di una lotta concreta per lo spazio; e questo è uno spettacolo in cui una matita assume un simbolismo tale da strappare un sussulto al pubblico — niente spoiler, ma è un omaggio alla vecchia regola secondo cui “less is more”. I fan di Stranger Things non resteranno delusi da Mr Harbour, e chi ama scrittura e recitazione di altissima qualità porterà con sé il ricordo di questa produzione per molto tempo.
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