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NOTIZIE

RECENSIONE: L'Ombra di Orson, Southwark Playhouse ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

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John Hodgkinson nei panni di Orson Welles e Adrian Lukis in quelli di Laurence Olivier, con Ciaran O’Brien nel ruolo di Sean. Foto: Elliott Franks L’ombra di Orson

Southwark Playhouse

06/07/15

5 stelle

C’è davvero altro da dire sugli Olivier – Larry, Vivien e Joan? O, del resto, su Orson Welles? Sono le domande che mi frullavano in testa mentre prendevo posto al Southwark Playhouse per la press night del testo di Austin Pendleton, che reimmagina l’unico episodio della vita reale in cui Welles, Olivier e Joan Plowright lavorarono tutti insieme: la produzione del 1960 al Royal Court dell’Rinoceronte di Ionesco, diretta da Welles. Tra i molti strati di valutazioni critiche, biografie – buone, cattive e imbarazzanti – lettere, memorie e pettegolezzi da ogni parte, non dovremmo ormai avere un quadro completo sia del tristissimo psicodramma del matrimonio tra Leigh e Olivier sia del lento e combattuto declino della carriera di Welles dopo l’inizio folgorante con Quarto potere?

In realtà, Pendleton riesce a portarci ben oltre la superficie biografica e, lungo il percorso, pone domande profonde e tutt’altro che comode. Come può accadere che persino i talenti più grandi si smarriscano nella mezza età? E dove passa l’irriducibile sentiero del dovere nelle relazioni segnate da gravi problemi di salute mentale? Offre anche spunti importanti sul ruolo della critica teatrale, sui rispettivi meriti di una carriera sul palcoscenico o sullo schermo, su come gli incidenti della vita privata finiscano per filtrare nel lavoro creativo e su come gli attori concilino, in scena, l’alchimia tra tecnica appresa e istinto psicologico. Se questo riepilogo fa pensare a uno spettacolo pensato solo per addetti ai lavori, vale la pena sottolineare che il tutto è bilanciato da dialoghi al tempo stesso arguti e teneri, e da una comicità visiva di situazione che offre molta azione scenica fluida e un gran da osservare. Pendleton conobbe Vivien Leigh e lavorò con Welles, quindi il testo è scritto con un’empatia che nasce dall’esperienza diretta, ma senza mai scivolare nell’agiografia o in una difesa d’ufficio.

Il colpo di genio drammaturgico di Pendleton è introdurre Kenneth Tynan nell’equazione. Qui Tynan viene presentato come l’uomo che persuade Olivier e Welles a lavorare insieme allo spettacolo. Non è vero, in senso stretto, ma sul piano teatrale funziona: Tynan fu davvero amico di entrambi e fece tutto il possibile per rilanciare la carriera cinematografica di Welles e, al contempo, entrare nella squadra di Olivier all’epoca della fondazione del National Theatre. È il catalizzatore e il commentatore dell’azione in ogni momento. Ci sono due atti. Nella prima scena, Tynan e Welles parlano dietro le quinte a Dublino e impostano l’ossatura di ciò che seguirà; nella seconda ci spostiamo nel backstage del Royal Court, dove troviamo Olivier fresco del successo di The Entertainer e avviato nel complesso processo di lasciare Leigh per Plowright. Per molti aspetti, questo è il tratto di scrittura più impressionante: offre grandi opportunità a tutti, mentre Olivier e Tynan si punzecchiano a vicenda, Plowright lotta per affermare una propria identità e le tensioni, le lealtà e le manovre autodistruttive del matrimonio Olivier vengono messe a nudo in una conversazione telefonica costruita con squisita precisione. Il secondo atto ci porta in sala prove per Rinoceronte e si concentra sulle differenze creative tra Welles e Olivier, mentre quest’ultimo fatica ad adattare la propria tecnica alle esigenze del teatro dell’assurdo. L’azione raggiunge l’apice quando Leigh fa una visita inaspettata alle prove e, alla fine, ciascun personaggio mette da parte la propria maschera, ridotto all’essenziale.

I personaggi sono sei in tutto e ciascun interprete offre una prova accurata, espressiva e ricca di dettagli. Non ci sono anelli deboli, e il casting merita pieno riconoscimento per aver assemblato un gruppo davvero affiatato. Nei ruoli minori, Ciaran O'Brien interpreta un giovane direttore di scena, Sean, e Louise Ford è Joan Plowright. Pendleton tratteggia entrambi con leggerezza e nessuno dei due è concepito come un’imitazione diretta. O'Brien coglie bene l’imbarazzo un po’ impacciato e l’adorazione del mito tipica di un giovane aspirante, mentre Ford sfrutta al massimo le occasioni a disposizione per mostrare che il suo personaggio non è affatto una figura di contorno, ma un’attrice con una feroce intelligenza propria. Bilancia con efficacia amore ed esasperazione nei confronti di Olivier e, insieme a Welles, difende il modernismo in teatro.

Edward Bennett incarna Tynan in modo molto credibile. Ne restituisce con convinzione le caratteristiche fisiche – la balbuzie, la tosse che segnala un enfisema agli inizi e l’eccessiva deferenza davanti ai suoi eroi. Ma mostra anche l’intelligenza, l’acredine, la cattiveria e il desiderio segreto di sentirsi un “insider” amato che facevano parte della personalità complessa di questo critico. Bennett deve attraversare molti passaggi potenzialmente insidiosi, quando il drammaturgo abbatte le barriere del realismo e si rivolge direttamente al pubblico. A tratti la scrittura qui è un filo goffa, e l’attore è abile nel portare avanti la scena senza inciampi.

Nei panni di Vivien Leigh, Gina Bellman ha due scene cruciali per rendere quella “infinita varietà” del personaggio. Anche in questo caso c’è una buona corrispondenza fisica, tra portamento e glamour da un lato e fragilità ripiegata dall’altro. Dobbiamo capire perché Leigh fosse una sirena così magnetica, sullo schermo e fuori, e intravedere anche i suoi terrori privati. Bellman è particolarmente efficace nel mostrare gli aspetti meno pubblicizzati del personaggio: l’intelligenza, la generosità d’animo verso gli altri e una malinconica consapevolezza di sé riguardo alla mania incipiente e al modo in cui si manifesta. Quando la mania arriva, è giustamente sconvolgente e fuori controllo.

Le sfide maggiori sono, naturalmente, come interpretare Welles e Olivier. Sia John Hodgkinson (Welles) sia Adrian Lukis (Olivier) offrono impressionanti “somiglianze” fisiche e vocali, ma i veri punti di forza delle loro prove – e della regia duttile di Alice Hamilton – stanno nel portarli dentro il loro personale “cuore di tenebra”. Vediamo oltre la caricatura deliberatamente larger-than-life che Welles presenta al mondo, fino alla sua disperazione nel trovare qualunque mezzo per portare avanti i propri progetti; e intravediamo il dolore, la rabbia e il disgusto di sé di un uomo che sa di essere insieme una vittima autentica di un sistema e il proprio peggior nemico. Allo stesso modo, Lukis ci porta sotto l’esterno esageratamente preciso e brillantemente lucidato della facciata di Olivier, per mostrarci come sia diventato un “gigante in catene forgiatesi da sé”. Come sia rimasto intrappolato nel proprio mito, tanto da risultare poco attrezzato ad abbracciare il cambiamento professionale. Come il suo desiderio di imporre controllo su se stesso e sul mondo sia una reazione impaurita ai pericoli dell’instabilità di Leigh tanto quanto alle pressioni esterne; e come il cambiamento sia arrivato su più fronti quando, finalmente, ha permesso alla sua “prontezza animale” di attore di riaffiorare.

Lo spettacolo è allestito in arena, con un piacevole e stuzzicante contrasto tra l’artificio della convenzione scenica e una certa informalità. I cenni all’ambientazione sono pratici e funzionali e non distraggono dal duello verbale tra gli interpreti, che è il cuore pulsante dell’azione. Sebbene ci siano state diverse produzioni negli USA, questa è la prima europea e, per la qualità e l’intensità della scrittura e della recitazione, merita una lunga e felice tenitura.

L’ombra di Orson è in scena al Southwark Playhouse fino al 25 luglio 2015

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