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RECENSIONE: Sogno di una notte di mezza estate a New Orleans, Above The Arts ✭✭✭
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Di
timhochstrasser
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E J Martins (Helena), Ruari Cannon (Demetrio) e Lawrence O'Connor (Quince). Foto: Annabelle Narey. Sogno di una notte di mezza estate a New Orleans
Above The Arts Theatre
12/08/15
3 stelle
Il primo capolavoro di Shakespeare pone l’asticella molto in alto per qualsiasi regista che vi si accosti con uno sguardo nuovo. In questo periodo dell’anno non è raro imbattersi in un giardino di dimora di campagna o in un parco che ospiti una produzione all’aperto, dove la magia principale la fa l’ambientazione; ed è una tradizione che, naturalmente, ha il suo posto. Tuttavia, dopo il celebre allestimento “white box” di Peter Brook per la RSC nel 1970, qualunque regista professionista è più o meno tenuto a trovare un nuovo concept che eviti il naturalismo a favore del simbolismo o, quantomeno, di un genere d’epoca alternativo.
In questa nuova produzione all’Above the Arts, la regista Linnie Reedman e Ruby in the Dust Productions spostano l’azione nei club afosi e nei bayou di New Orleans, sfruttando appieno la ricca tradizione jazz e blues della città e, in particolare, le canzoni di Dr. John. Atene diventa Athens, Georgia, così che nel quadro entra anche una componente di politica razziale. Veniamo condotti in un mondo di voodoo più che di semplice “magia”, con gli interpreti che raddoppiano come cantanti e strumentisti. Nel complesso funziona molto bene, anche se lo spazio non è certo l’ideale per uno spettacolo del genere, dove tanti linguaggi di musica, teatro e danza devono convivere e scontrarsi in un ambiente molto ristretto.
Silvana Maimone (Titania), Matt Jopling (Flute), Sarah Ratheram (Starveling). Foto: Annabelle Narey
La scena è disposta in traverso: a un’estremità un letto con tende che fa da alcova di Titania, al centro un albero con alcuni cuscini sparsi a suggerire la foresta e, all’estremità opposta, un pianoforte, fulcro di molti numeri musicali. Quasi tutto il cast canta e danza e, per gran parte del tempo, anche i “rozzi artigiani” fungono da strumentisti. Si comincia con una resa suggestiva di “Marie Laveau”, mentre Titania (Silvana Maimone) lancia un sortilegio voodoo; poi, lo spettacolo entra nel vivo con un conflitto interrazziale, quando Egeo (Matthew Woodyatt) cerca di impedire le nozze di Ermia con Lisandro (Jonathan Ajayi).
Questi temi dominano le due ore e mezza successive. La magia del mondo voodoo è insieme seducente e minacciosa, tutt’altro che benevola; la musica cattura l’intossicazione sensuale, la tentazione e il potenziale di conflitto di una notte nella Big Easy, e la città di Atene diventa il luogo della disuguaglianza sociale e razziale, da cui paludi e foreste sono al tempo stesso rifugio e fonte di una soluzione. Nel complesso si tratta di una trasposizione concettuale ben pensata e applicata con coerenza lungo tutta l’azione. Non si sgonfia più avanti, come invece accade irritantemente spesso nelle riscritture shakespeariane che, a un certo punto, tornano al naturalismo come se la nuova idea fosse stata solo un espediente. Mi ha colpito anche il modo in cui la regista usa i meccanici facendoli raddoppiare come fate durante la rêverie di Bottom e Titania, anche se gran parte delle altre scorribande fatate è stata eliminata dalla dramaturg Henriette Rietveld: scelta che certamente imprime un tono più cupo nel complesso, tanto nel bosco quanto ad Atene. Il cast riprende spesso “Wrap Your Troubles in Dreams” di Louis Armstrong, ma i guai non si dissolvono mai del tutto.
Ci sono però problemi di esecuzione, se non di immaginazione. Lo spazio è molto più adatto a un teatro intimo e di piccole dimensioni che a una compagnia numerosa a pieno regime. La zona, vicino a Leicester Square, è inevitabilmente rumorosa anche a finestre chiuse, e si avvertiva un limite fisico nelle performance che ne riduceva l’impatto. Per funzionare, questo testo non ha bisogno di un’intera foresta in cui respirare, ma di uno studio più ampio, soprattutto se si intende metterlo in scena in traverso o in tondo. Così com’erano le cose, le coppie litigiose e i meccanici in prova avrebbero richiesto più spazio di manovra, e la necessità di entrare e uscire di corsa dalle porte vicine evocava a tratti lo spirito della farsa più che quello di feste fatate o rituali voodoo.
Jonathan Ajayi nei panni di Lisandro. Foto: Annabelle Narey
Più seriamente, ci sono stati diversi momenti in cui la resa del verso è scesa sotto uno standard accettabile. Concedo volentieri che in un adattamento di questo tipo le capacità di canto e danza siano importanti quanto la tecnica nel dire il verso, ma non possono sostituirla. Soprattutto nella prima parte, alcuni dei monologhi più lunghi risultavano inudibili o “buttati via”, e di conseguenza passaggi cruciali di trama e caratterizzazione venivano smorzati. Nella seconda parte la proiezione vocale è stata molto migliore per tutti, ma a quel punto il fuoco si sposta sull’azione e sulla risoluzione della trama, quindi ci sono meno sezioni poetiche da “servire” come pezzi forti. La lingua della poesia del testo è straordinariamente ricca di metafore e pittura di scene, come un banco luccicante di pesci che all’improvviso e ripetutamente entra in una baia. Perciò è stata davvero un’occasione mancata.
Sid Phoenix nei panni di Puck. Foto: Annabelle Narey In linea di massima gli amanti erano ben assortiti: grintosi e distinti con cura l’uno dall’altro. A eccezione del Lisandro di Ajayi, interpretato come un musicista nero, gli altri tre sono aristocratici del mondo delle piantagioni. Le donne sono particolarmente coinvolgenti quando iniziano a litigare per “ghiande” e “pali del maggio”. Tra le altre prove individuali, ce ne sono due che spiccano davvero per completezza e riconoscibilità. Matthew Woodyatt è un eccellente cantante, attore e trombettista e possiede quindi tutte le qualità necessarie per interpretare Bottom il Tessitore come un aspirante attore spaccone, larger-than-life, con grande verve comica. Le sue scene con la Titania di Maimone sono meno convincenti, ma ciò dipende più dal fatto che sia lei sia l’Oberon di David Monteith risultano più regali e autorevoli nel canto che nella recitazione. Il teatro nel teatro si è protratto oltre il necessario, ma del resto succede nella maggior parte delle produzioni del Sogno.
Mentre gli altri meccanici colgono bene i loro momenti e suonano con abilità sufficiente, la figura che meglio incarna lo spirito e l’ambizione di questo allestimento è Puck, interpretato da Sid Phoenix. Truccato per ricordare il Joker di Heath Ledger e con cilindro e panciotto, sprigiona mistero, grazia coreografica e ironia giocosa in abbondanza, oltre a un bel baritono e a una naturale padronanza del testo, proiettato con uno degli accenti del Sud più sicuri e convincenti dell’intera produzione. È senz’altro un talento da tenere d’occhio in futuro.
Se questo spettacolo non supera tutti gli ostacoli posti da Shakespeare e dalla formidabile storia produttiva del testo, non gli si può negare ambizione e coraggio. La compagnia si è pienamente guadagnata il diritto di farsi rivedere e risentire con questa idea di messa in scena, e si spera che accada presto, in uno spazio più ampio e più adatto.
Sogno di una notte di mezza estate a New Orleans è in scena all’Above The Arts fino al 29 agosto 2015
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