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RECENSIONE: E il mondo gira, Stockwell Playhouse ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce la revue musicale di Kander ed Ebb And The World Goes Round allo Stockwell Playhouse.

And The World Goes Round Stockwell Playhouse 29 marzo 2018 Prima di partire di recente per l’estero per una vacanza di Pasqua, sono stato così fortunato da fare un salto in questo spazio interessante e bellissimo su Wandsworth Road per vedere una ripresa brillante e impertinente della rielaborazione che John Kander e Fred Ebb hanno fatto in prima persona di una selezione delle loro canzoni, qui presentata sotto lo sguardo accorto del produttore-regista-coreografo Stuart Saint, in co-produzione con Mark Magill del teatro.  E quanto sono felice di averlo fatto.  In una tenitura di appena una manciata di repliche, e con un calendario di prove ridottissimo, la sua formidabile squadra di promettenti nuovi talenti, Daniel Hall e Georgina Nicholas, unita alle inestimabili doti ormai rodate di grandi del cabaret come Suzanna Kempner, Katy Baker e Paul Harwood (noto anche come Paul Nicholas Dyke), ha offerto una resa magnifica di questo ingegnoso e glamour re-impacchettamento di alcuni brani molto noti e di altri assai meno conosciuti.  Abbiamo avuto anche qualche sporadico pezzetto di dialogo – in parte scritto da loro – per cucire il tutto insieme nell’ideazione originale di Scott Ellis, Susan Stroman e David Thompson. La revue è tutta una questione di chimica – soprattutto tra gli interpreti – e di tono, legato in primis alla scelta del materiale.  Qui, lo spettacolo ha fatto centro su entrambi i fronti.  Saint ama dire di saper scegliere i vincenti, e questo gruppo di delizie è stato selezionato con grande intelligenza per creare il massimo di armonia musicale e interesse teatrale.  È riuscito anche a vestire la scena con disinvoltura, evocando con efficacia la frenesia urbana di Manhattan – che sembra essere l’unico territorio in cui, a prescindere dall’ambientazione dichiarata, le canzoni di Kander ed Ebb possano davvero abitare.  E con Carol Arnopp a guidare la band, squillante e a pieni polmoni, composta da Peter Mooney (basso), Megan Landeg (batteria e percussioni), Robert Greenwood (fiati) e James Mayhew (ottoni), abbiamo avuto quel suono enorme e pieno che serve per spararlo fino in fondo alla sala e oltre. Lo spettacolo è davvero entrato nel vivo dopo una manciata di numeri con l’eterea “Colored Lights” di Baker – un promemoria puntuale che l’“altro” playhouse di quartiere, quello di Southwark, presenterà presto l’intero The Rink, da cui il brano proviene.  L’“accensione” finale delle illuminazioni spettro-cromiche citate nel titolo, alla chiusura del numero, è stata un tocco raffinato e rappresentativo delle tante giustapposizioni e transizioni scintillanti che sarebbero seguite.  Kander ed Ebb sono autori per i quali, verrebbe da dire, è stata coniata la parola “segue”.  Il passaggio da un momento all’altro qui è stato, per usare un eufemismo, impeccabile.  Come, per esempio, negli incredibili terzetti di brani tratti da spettacoli diversi e poi sovrapposti uno sull’altro, in maniera decisamente – e senza dubbio consapevolmente – “sondheimiana”.  Lo spettacolo riesce a farci ascoltare materiale poco familiare come se fosse un vecchio amico e a far sì che anche i pezzi più standard del loro repertorio suonino all’improvviso freschi e sorprendenti.  L’essenziale versione d’insieme, in stretta armonia, della canzone-titolo di Cabaret ne è stata un esempio: divinamente inaspettata e, ora, tutta centrata sulle persone che stanno servendo questo… cabaret.  Intelligente, e anche vero.  Qualità splendide, e al cuore stesso del senso di questa revue. Anche la comicità qui è fiorita.  Baker e Kempner, in particolare, sapevano davvero come lavorare sul pubblico con la loro “Class” presentata con grazia, e poi con “The Grass Is Always Greener” riproposta con consapevole malizia, mostrandoci che, per quanto i testi siano arguti e le melodie devastantemente semplici ma efficaci, questo repertorio alla fine riguarda soprattutto le “persone” dietro le canzoni e le loro relazioni.  E le risate potevano anche essere più ampie, più dinamiche, come in “Arthur in the Afternoon”, con rapidi movimenti in scena a fare da controcanto disorientante alla storia d’amore illecita del brano. Per pura bellezza d’espressione, però, che cosa può mai battere “My Coloring Book”, una canzone di un’innocenza artistica così alla Joni Mitchell che sembra quasi impossibile possa provenire dallo stesso mondo di “Money Makes The World Go Around”; e Kempner l’ha cantata con un controllo apparentemente senza sforzo, allo stesso modo in cui il gruppo si è poi ritrovato per “spaccare” i numeri più sfacciati e giganteschi tratti dal film di quella che oggi è probabilmente la loro seconda opera teatrale più nota. Stranamente, quando apparve per la prima volta nel West End, Chicago fu un successo effimero.  Chiuse dopo pochi mesi, e l’intera produzione venne venduta, per la ragguardevole somma di £500, a un gruppo amatoriale di Leeds, che la rimise subito in scena per altre tre settimane – una tenitura eccezionalmente lunga per un gruppo amatoriale – e io la vidi ogni settimana di quel periodo, incredulo che uno spettacolo così perfetto potesse non aver trovato il suo posto al centro dell’intrattenimento britannico.  Sarebbe tornato, ne ero certo, e per anni andai in giro a dirlo a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi.  Alla fine, naturalmente, è tornato, e in trionfo magnifico.  Lo spirito dei tempi aveva finalmente raggiunto la visione artistica e la sensibilità distorta degli autori e ora non ne abbiamo mai abbastanza.  Dopo aver vagabondato un po’, è di nuovo in WC2.  E una schiera di altri spettacoli è lì che aspetta il proprio turno. Qual è il segreto?  Magari fosse così semplice spiegarlo.  Credo che lo suggeriscano gli estremi che questi autori sanno abbracciare: dall’eroismo sincero della giovane speranza alla disperazione delirante dello strepitoso “Mr Cellophane” di Hall (con tanto di illuminazione horror in stile Mr Bojangles), dal desiderio terreno del “Maybe This Time” di Kempner all’esotismo del “Kiss Of The Spider Woman” di Harwood.  E altro.  E altro ancora.  È uno spettacolo che non solo ti fa venire voglia di ascoltare di più questi interpreti – e, per favore, facciamolo! – ma che ti riporta anche dritto alle origini di tutto quanto, spingendoti a tuffarti nel genio creativo di due tra le più grandi leggende di Broadway: Kander ed Ebb.  Formidabile.

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