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NOTIZIE

RECENSIONE: Angels In America Parte Prima, National Theatre ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

pauldavies

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Andrew Garfield (Prior) in Angels in America Angels in America – Parte Uno: Millennium Approaches.

National Theatre.

4 maggio 2017

5 stelle

Quasi venticinque anni fa vidi la produzione originale del National Theatre di Angels in America. Porto come un distintivo d’onore il fatto di essere rimasto in piedi per quasi tutte le otto ore dello spettacolo, avendo preso il penultimo biglietto in piedi (standing room only) al (allora) Cottesloe Theatre.  È stata un’esperienza teatrale che non ho mai dimenticato; né i miei piedi. E ora arriva la maestosa produzione di Marianne Elliott, pronta a imprimere nuove immagini nella mia mente, in una serata a teatro meravigliosa e fonte d’ispirazione.

È difficile evitare la parola “epico” quando si parla del testo di Tony Kushner: ampiezza e ambizione restano vastissime e sbalorditive. Ambientato a New York nel 1986, all’apice della terrificante crisi dell’AIDS, quando l’apatia del governo stava portando alla morte di migliaia di uomini gay, Kushner mette al centro del suo dramma le persone con HIV.  È importante ricordare che il sottotitolo dell’opera è A Gay Fantasia on National Themes: gli elementi fantastici sono audaci, i “temi nazionali” restano ancora oggi potentemente attuali. Lo spettacolo si apre con un discorso sull’immigrazione, e l’unico personaggio basato su una persona reale è Roy Cohn, il potente avvocato newyorkese, profondamente nel “closet”, un omosessuale morto di AIDS che ha causato danni enormi a chiunque incrociasse il suo cammino. Fu mentore di Trump, che lo tagliò fuori quando la diagnosi di AIDS divenne pubblica. Ora Trump è presidente e il testo non ha bisogno di alcun aggiornamento. Il viaggio che intraprendiamo abbraccia Cielo e Inferno, sanità pubblica e paura, coppie che litigano, mormonismo, lo strato di ozono che si sbriciola e l’omosessualità.

James McCardle (Louis) e Andrew Garfield (Prior) in Angels in America

Il testo è sostenuto da un ensemble eccellente: non c’è un anello debole. Al centro della produzione c’è una prova davvero fenomenale di Andrew Garfield; è trasformativo e a tratti irriconoscibile, e abita completamente Prior Walter—camp, laconico, impaurito e assolutamente adorabile. È il motivo principale, tra centinaia, per cui penso che dovreste vedere questo spettacolo: è ipnotico. Nathan Lane è straordinario nei panni di Roy Cohn, riesce a rendere simpatico quel figlio di buona donna, con un fascino da vendere, e poi a gelarti il sangue con la sua retorica, soprattutto nella ormai celebre scena in cui dice al suo medico: “L’AIDS ce l’hanno gli omosessuali. Io ho un cancro al fegato.” Appassionata, divertente, coinvolgente: è un’interpretazione coraggiosa, contro ruolo, da parte di un attore dalle capacità infinite. Russell Tovey, forte del suo lavoro precedente come uomo tormentato da segreti interiori in The Pass e Being Human, usa quelle qualità alla perfezione per dare vita a Joe Pitt, repubblicano mormone gay che vive nel “closet”, iniziando con esitazione il suo percorso verso l’accettazione attraverso l’attrazione per l’autocommiserante Louis—un’altra prova splendida di James McCardle—l’amante di Prior che scappa quando non riesce più a reggere la situazione e la condizione di Prior. Denise Gough spezza il cuore nei panni di Harper Pitt: la relazione tra lei e Joe sembra il culmine di una storia già all’inizio del testo.

Russell Tovey (Joseph), Nathan Lane (Roy M Cohn) e Denise Gough (Martin Heller)

Scena dopo scena si dispiegano una regia e un lavoro attoriale sbalorditivi, e lo spettacolo è enormemente divertente. In particolare, Tovey e Lane si scatenano nei panni di due dei precedenti Prior Walter, e Nathan Stewart-Jarrett è in costante pericolo di rubare la scena come Belize—sarcastico, arrabbiato e tremendamente reale—la voce della verità del testo. In un’opera di proporzioni così epiche, inevitabilmente alcune scene funzionano meno di altre, ma poco importa: la successiva sarà una masterclass di scrittura e messa in scena audaci e inventive. Ho qualche piccola riserva, soprattutto riguardo alla scenografia di Ian MacNeil, che è—forse comprensibilmente—più funzionale che favolosa, e la parte uno contiene scene in esterno che sembrano in interno, con gli attori “inscatolati”; inoltre molta dell’azione si svolge o a destra o a sinistra del palco, e poco al centro.

Ma non importa: aspettiamo l’arrivo dell’angelo e, come ci si aspetta dalla regista di War Horse, quando finalmente arriva è una sorpresa meravigliosa, non ciò che ci si aspetta rispetto alle messe in scena precedenti. “Salute, profeta”, proclama, “che la grande opera abbia inizio!” La maggior parte di noi aveva già la sensazione di starla vedendo, mentre ci avviavamo verso la parte due di questo lavoro eccezionale.

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