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RECENSIONE: Black Cat Cabaret - Nocturne, London Wonderground ✭✭✭
Pubblicato su
Di
timhochstrasser
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The Black Cat Cabaret: Nocturne
Spiegeltent, London Wonderground
03/07/15
Prenota i biglietti Uno degli aspetti più entusiasmanti dell’attuale “villaggio” di attrazioni che è il London Wonderground sulla South Bank è l’attenzione dedicata al cabaret notturno. Nei mesi estivi del festival, molte delle figure di punta della scena cabaret londinese fanno tappa qui, talvolta più di una volta e in combinazioni diverse e intriganti. Dopo il successo premiato ottenuto a Wonderground lo scorso anno, le aspettative per il nuovo spettacolo di novanta minuti dei Black Cat Cabaret, Nocturne, erano altissime: va in scena in alcune serate di venerdì selezionate fino ai primi di settembre.
Nocturne prova a esplorare il subconscio di un pendolare stanco (Ben Cutler) che si addormenta, aggrappato a una maniglia, in metropolitana nei pressi di Waterloo. Va in cerca di una “terra di mezzo tra veglia e sonno”, dove Cutler viene condotto in un viaggio onirico in cui incontra a più riprese gli altri interpreti dello spettacolo, con i quali sembra avere una qualche connessione personale o psichica. Lo show poi si apre in una sequenza di numeri che coinvolgono acrobati, danzatori, cantanti, performer burlesque e attrazioni circensi. La direzione musicale è affidata, con consueta verve e arrangiamenti azzeccati, a Michael Roulston; la regia è di Simon Evans, noto illusionista e consulente di magia per il National Theatre. Qui ci sono diverse performance di rara eccellenza, ma a malincuore devo concludere che, per quanto impeccabile sia il pedigree degli artisti, questa serata non è riuscita fino in fondo a diventare qualcosa di più della somma delle sue scintillanti parti.
È del tutto lodevole che i curatori di una serata di cabaret cerchino un tema e una narrazione complessiva per cucire insieme gli elementi costitutivi ed evitare che diventi un elenco della spesa di numeri scollegati. Tuttavia, una volta scelto il tema, va portato avanti con più rigore e chiarezza di quanto io sia riuscito a cogliere qui. Le note di programma parlano di ispirazione in “archetipi onirici freudiani, il Flauto magico di Mozart e un clima di euforico abbandono di fine secolo”, ma i fili andrebbero tirati molto più stretti perché tutto ciò risulti coerente o anche solo chiaramente percepibile. Parte del problema è che Cutler, l’Everyman spossato al centro di questo viaggio, ha troppo poco da fare e interagisce troppo poco con ciò che gli accade intorno. Non gli è concesso parlare né cantare e, per quanto abbia un bell’aspetto e si muova bene in scena, la sua presenza non è evocata con sufficiente forza da diventare un fulcro emotivo o intellettuale dello spettacolo. Semplicemente non ci vengono dati abbastanza motivi per interessarci a lui. Questo rimanda il peso dell’interpretazione alla straordinaria soprano Lili La Scala, che è la sua principale guida nel mondo notturno. Per costume e portamento da diva regale, è evidente che si modelli sulla Regina della Notte, e non c’è dubbio né sulla sua presenza né sulla qualità della sua coloratura. I suoi vari numeri hanno senz’altro un forte impatto, ma, per quanto abbaglianti e potenti, non sempre risultano ancorati a cambiamenti chiari nella presunta narrazione della serata. (Un altro punto in comune, seppur involontario, con la Regina della Notte). Inoltre, il suo materiale di raccordo, soprattutto nella prima parte, manca del ritmo e della sostanza necessari a far decollare la serata, per quanto costellato di momenti di umorismo arguto e persino pungente. Il problema qui non è tanto dell’interprete quanto del concept. Una narrazione forte ha bisogno di un presentatore dalla volontà di ferro, alla maniera di Joel Grey, per far scorrere il tutto; e la struttura e il formato della serata semplicemente non permettono che questo si sviluppi.
Detto questo, c’erano molti numeri di autentico talento e grande competenza, che nel complesso hanno reso la serata più che valida. Gli acrobati mano-a-mano Nathan e Isis, per quanto complessi, fluidi e ben sequenziati fossero i loro sollevamenti e intrecci, a tratti facevano sembrare l’acrobatica un balletto coreografato. Il trio di danza Cabaret Rouge è stato insieme audace e innovativo, ma anche capace di routine tradizionali che strizzavano l’occhio alle Follies. Per me, però, ci sono stati tre momenti che hanno davvero spiccato. La newyorkese Amy G ha offerto un intervento larger-than-life nei panni della madre del nostro pendolare notturno: le sue abilità sui pattini, capaci di sfidare il disastro, e un numero brillantemente inventivo con un calice di vino erano già di per sé notevoli; ma il suo modo di fare, e il canto di “Sweet Georgia Brown”, hanno davvero coinvolto il pubblico, mostrando con chiarezza ciò che altrove sarebbe stato necessario. I miei momenti preferiti, però, sono stati quelli di Bret Pfister e Katrina Lilwall: il primo per le sue straordinarie e altamente poetiche avventure su un cerchio sospeso, Katrina per due performance distinte – come mangiatrice di fuoco e, ancora più impressionante, per le sue contorsioni aeree con due serie di catene. A ragione, è stato questo il numero che ha chiuso la prima parte della serata, raccogliendo l’ammirazione maggiore del pubblico. Questi artisti hanno trovato una poesia e un pathos nel movimento che andavano ben oltre i trionfi della semplice tecnica.
Forse la sera in cui ho visto lo spettacolo c’erano dei problemi (di certo è iniziato insolitamente tardi), ma, pur con tutta l’abilità mostrata dai singoli performer, ho trovato la prima parte quantomeno un po’ scarica, e nel complesso bisognosa di un’idea organizzativa più autorevole. Guardando alcuni dei costumi splendidi in scena, ho pensato all’eredità di Alexander McQueen, oggi ricordata in modo così potente e toccante nell’attuale mostra al V&A. Non ho potuto fare a meno di pensare che una narrazione costruita attorno a un omaggio alla sua immaginazione oscura avrebbe funzionato meglio, sia nel dare struttura all’impianto “da passerella” dello show, sia nel incanalare l’introspezione cupa e la tragedia, così come l’umorismo finemente cesellato, di cui tutti questi ottimi artisti sono capaci. I Black Cat sono famosi per l’esplorazione dei lati gotici, malinconici e maniacali della musica e delle fantasticherie notturne: una fusione tra la loro estetica abituale e la visione formalizzata ma sovversiva della moda di McQueen avrebbe potuto dirci molto di più su McQueen stesso di quanto non faccia lo spettacolo in scena allo St James Studio, e rivelare affinità e sinergie importanti tra i mondi della moda da passerella e del circo, del burlesque e del cabaret.
The Black Cat Cabaret - Nocturne è in scena al London Wonderground fino all’11 settembre 2015
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