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NOTIZIE

RECENSIONE: Storie di Città, St James Studio ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

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City Stories

St James Studio

2 giugno 2015

5 stelle

City Stories, con il sottotitolo ‘Racconti d’amore e magia a Londra’, è un portfolio in crescita di brevi pièce, oggi in tutto sei, una selezione delle quali può essere proposta in combinazioni diverse per comporre una serata unica. (La sera in cui ho assistito io, gli spettacoli erano Narcissi, Occupy, Lullaby e Carousel.) Le pièce sono legate e scandite dalle canzoni suggestive di Rosabella Gregory, eseguite dal vivo al pianoforte in scena. Tutte sono ambientate a Londra, ne evocano e restituiscono lo ‘spirito del luogo’ e, in modi diversi, riflettono sulle sfide, i dolori e le gioie dell’essere innamorati. Più precisamente, i personaggi offrono una serie di meditazioni su come i nostri legami emotivi con gli altri ci costringano a guardarci più a fondo e più da vicino, fino a mettere a nudo la trama e le contraddizioni delle nostre personalità. In ogni caso il protagonista incontra e si innamora di qualcuno la cui presenza e il cui ruolo nella storia restano leggermente decentrati rispetto alla vita ordinaria; qualcuno che sta con un piede fuori dalla realtà. Ne nasce uno spazio sognante e contemplativo, non propriamente fantastico, in cui personaggi e pubblico possono immaginare ogni sorta di possibilità e di esito urbano, prima di tornare, al finale, nella Londra di tutti i giorni con confini spostati appena un po’ più in là. Ci viene ricordato che, ogni giorno in città, ci si presentano innumerevoli occasioni per abbracciare o rifiutare la vita. Questo spazio è “colonizzato” sul piano materico dalle canzoni piene e vibranti, arpeggiate e per lo più malinconiche, interpretate da Gregory, e da una sapiente tessitura musicale lungo il percorso, con cue sonore che valorizzano con delicatezza un testo già ricchissimo, evocando l’universo dei primi film in bianco e nero. Tra il mondo fumoso del cabaret “intorno a mezzanotte”, monologhi eccentrici e approfonditi che ricordano i Talking Heads di Bennett e quel senso di casualità, di imprevedibilità degli incontri in città, mi sono chiesto inizialmente se questa sequenza non funzionasse meglio alla radio, dove l’ascoltatore è costretto a unire i puntini con l’immaginazione; ma è merito della qualità della recitazione e della musica in campo se queste brevi pièce hanno trascinato sempre di più il pubblico della prima stampa, fino a ritrovarci completamente avvolti nel loro mondo di impegni ed esperienze intense e fuori asse. Se davvero si tratta di un nuovo genere di “teatro-cabaret”, come hanno suggerito alcuni recensori, allora ne vorrei ancora!

Siamo dunque di fronte a un lavoro di notevole raffinatezza creativa, in cui tutto dipende, in un senso molto puro e fondamentale, dagli interpreti stessi. Non c’è scenografia, solo qualche accenno di costume – un cappello o un cappotto qua e là – e alcune sedie quando servono. Vale la pena sottolineare anche che lo St James Studio, con il palco spostato su un lato per fare spazio al bar, non è il luogo più semplice per conquistare un pubblico in modo corale. Ci sono troppi angoli e dislivelli scomodi a cui “giocare”, e lo spazio scenico disponibile è minuscolo. Grande merito quindi a tutti gli interpreti e a James Phillips per la regia, oltre che per la sua scrittura luminosa e insieme calibrata al millimetro.

Dopo una canzone introduttiva che imposta l’atmosfera, sulla pervasività del raccontare storie, con nel pianoforte il rollio e l’onda del Tamigi, arriviamo a Narcissi, un monologo più o meno, in cui Natalie (Sarah Quintrell) racconta come la sua vita sia cambiata mentre suonava il pianoforte pubblico a St Pancras. Un uomo di nome Jack (Tom Gordon) le si avvicina, mette tutti i suoi soldi nel suo cappello e proclama che lei è la risposta all’enigma della vita. Come si fa a gestire qualcuno che ti mette di fronte un’adorazione e una devozione implacabili? Scappare, oppure rischiare e diventare insieme “anime pellegrine”? È la prima di diverse situazioni, in queste pièce, in cui qualcuno dall’aria ultraterrena costringe la narratrice a guardare in faccia e conciliare elementi contraddittori della propria personalità. La pièce si cristallizza attorno a un’altra canzone, ‘The Secret Garden’, in cui la coppia si incontra a intervalli regolari per il resto della vita, guidata al tempo stesso lontano e vicina, in una scena irreale eppure probabilmente davanti ai nostri occhi ogni giorno, mentre attraversiamo i parchi del centro. In Lullaby, Audrey (Daphne Alexander) scopre che la città si sta addormentando attorno a lei. Non in chiave fantascientifica, ma come esplorazione di ciò che potrebbe accadere a Londra se tutti iniziassero semplicemente a dormire un’ora in più. L’amica di Audrey, Rachel (Sarah Quintrell), si addormenta al cinema e non riesce a ricordare il finale; e da lì in poi Audrey vede gradualmente tutti gli amici scivolarle via, mentre lei rimane uguale: ‘siamo andati via in quel paese oscuro dei sogni come se fosse la destinazione che avevamo sempre desiderato segretamente, come se il mondo della veglia, il mondo della fatica, della contraddizione e del dolore, fosse sempre stato troppo per noi.’ C’è un passaggio eccezionale che descrive una passeggiata in una Londra centrale deserta, un brano che mi ha ricordato l’inquietante descrizione di Virginia Woolf delle sue camminate per Londra durante il Blitz. Poi si passa alla consapevolezza che questa “malattia del sonno” è in realtà una metafora di come, nella vita quotidiana, spesso siamo mentalmente addormentati nel senso che rinunciamo ai nostri sogni e lasciamo che le nostre idee scivolino via nel buio. Audrey decide di restare fedele ai propri sogni e la pièce si chiude mentre, senza alcuna garanzia di riuscirci, tenta di risvegliare l’ex amante Joe (Tom Gordon). Il ruolo di Alexander è estremamente impegnativo e questa è un’interpretazione davvero ben misurata, che cresce per accumulo. Occupy è la migliore delle pièce, un piccolo gioiello di scrittura, che costruisce i personaggi con precisione ed economia a partire dal più improbabile e imprevedibile degli inizi. Mark (Scott Handy) fa parte di un gruppo segreto che lavora in un seminterrato segreto della Cattedrale di St Paul, dove raccoglie e conserva le innumerevoli lettere scritte a Dio nel corso dei secoli. In un altro momento di trasformazione frontale, Ruth (Daphne Alexander) chiede indietro la sua lettera. Strana, spiritosa, ironica con un gusto riconoscibilmente anglicano, è la pièce più vicina, per tono, ad Alan Bennett, ma porta i personaggi in direzioni molto diverse e più luminose. In definitiva parla del tornare alla vita e all’amore nella mezza età, con il ‘cuore che anela a mettersi in moto, verso la libertà e lo scioglimento.’ Mark si ribella, recupera la lettera, e poi entrambi vengono catapultati in un atto di ribellione del tutto originale, capace di abbracciare il mondo e di portare nuova speranza a migliaia di persone in tutta Londra. Il finale è sorprendentemente inatteso e liberatorio: un’affermazione trionfante della verità che ‘la fede interviene quando tutti i fatti falliscono’, senza la minima traccia di devozionismo o di “odore di chiesa”. Sullo sfondo ci sono questioni enormi, impossibili da trattare fino in fondo in un pezzo breve; ma tutto è tracciato con i più abili tocchi di carboncino. In Carousel, l’aggiunta più recente alle storie, George (Alan Cox) e Lucy (Louisa Clein) si incontrano sotto le torri di Canary Wharf quando lei lo sorprende a cantare la sua canzone preferita. Lui è un osservatore ambiguo, senza tempo, col berretto piatto, impegnato in ciò che chiama ‘trainspotting per l’anima’. Convince Lucy ad accompagnarlo in una ricerca: trovare una donna a cui desidera fare la proposta. Le scene si aprono a un’esplorazione della dimensione del tempo nella City: non tanto un viaggio nel tempo quanto una consapevolezza più acuta dei momenti urbani e dei ricordi in cui tanto è dipeso – o dipende ancora – da una decisione o da una scelta in un senso o nell’altro. Lucy arriva a vivere ‘cinque minuti che il giorno non ha mai avuto’ con l’amore della sua vita e, lungo il percorso, scopre di essere ormai al tempo stesso più e meno di quanto creda. Per evitare che tutto questo suoni un po’ pretenzioso, posso rassicurarvi: ci sono molti tocchi “a terra” di umorismo finemente osservato, insieme alla migliore e più ampia, piena e slanciata delle canzoni di Gregory – ricca di inattesi scarti armonici e di figure rapide sussurrate che ci riportano giù, di nuovo, nel fiume da cui eravamo partiti.

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