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RECENSIONE: Comitato il musical, Donmar Warehouse ✭✭✭✭✭
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Di
julianeaves
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Committee
Donmar Warehouse
12 luglio 2017
5 stelle
Prenota ora Senza alcun dubbio, questo è uno dei nuovi musical più entusiasmanti che vedrete quest’anno. Il brillante attore e cantante Hadley Fraser e l’altrettanto straordinaria Direttrice Artistica del Donmar, Josie Rourke, hanno unito le forze con l’ispirato regista Adam Penford per creare qualcosa di totalmente nuovo, fresco e bellissimo. È un collage concentrato di 90 minuti della giornata in cui – per dare allo spettacolo il suo titolo completo – «La Commissione per la Pubblica Amministrazione e gli Affari Costituzionali ascolta prove orali sul rapporto di Whitehall con Kids Company».
Kids Company, nel caso vi fosse sfuggito tutto il clamore, era l’ente benefico (ormai chiuso) che ha svolto un lavoro pionieristico nel raggiungere bambini che, per vari motivi, non venivano adeguatamente accuditi né dalle famiglie né dallo Stato né da altre associazioni. Fondata e guidata dalla carismatica, “esotica” e colta Camila Batmanghelidjh, attirava i casi più difficili e complessi: bambini che arrivavano spesso in condizioni disperate e, con altrettanta frequenza, dopo essere stati respinti da altri servizi. La convinzione impavida di Batmanghelidjh che nessun bambino dovesse mai essere mandato via, a prescindere dall’estremità delle difficoltà che poneva alla sua organizzazione, era il fondamento di tutto ciò che Kids Company era e faceva.
Era inoltre instancabile e dotata come fundraiser, e riuscì a raccogliere sostegno in ogni strato della società. Devo dichiarare qui un coinvolgimento personale: la prima volta che ho sentito parlare di lei è stata grazie alle sue apparizioni su Newsnight della BBC, e poi più diffusamente in un articolo di programma alla Royal Opera House. Inviai un assegno; pur non aspettandomi di ricevere altro in merito alla donazione, mi arrivò invece una lunga lettera di Batmanghelidjh, che spiegava dove, come e perché il denaro era stato speso. Un impegno personale così straordinario attirò ammiratori in una cerchia sempre più ampia, includendo anche sostenitori ai vertici del governo. E questo, in definitiva, fu forse la rovina dell’ente. La politica è, come sappiamo, un’arena ferocemente competitiva: pretendendo una governance finanziaria più rigorosa di quella che riuscivano a riscontrare, i “cani da guardia” dei finanziatori di Westminster – questa «Committee» del titolo – intervennero per smontare l’associazione pezzo per pezzo, riuscendo rapidamente a distruggerla. Quanti bambini abbiano così anche aiutato, credo, non è mai stato accertato.
Il copione dello spettacolo è composto esclusivamente da ciò che è stato effettivamente detto, o presentato come prova scritta, durante le deliberazioni di questa schiera dei Grandi e Ben Pagati di Westminster. La scenografia e i costumi di Robert Jones, supervisionati da Poppy Hall, ricreano – con un’accuratezza quasi perfetta – la Grimmond Room di Portcullis House, dove la commissione ha la sua tana. Ai lati di un fregio stilizzato anni ’50 vediamo il volto dell’ex leader del Partito Liberale in un disegno e la sua testa in bronzo: tre forme di espressione estetica che rappresentano la stessa persona – un promemoria gentile di ciò di cui parla l’intera produzione. Nel frattempo, il senso di realismo è potentissimo e permea ogni dettaglio. Questo arriva persino al casting dei membri della commissione, che somigliano spesso in modo impressionante ai partecipanti reali: e, inutile dirlo, il cast si è spinto a livelli straordinari di ricerca sui rispettivi “modelli” in carne e ossa. Per la cronaca, quelle persone hanno anche assistito ad alcune repliche – voglio dire, perché mai non avrebbero dovuto voler vedere se stesse al centro di tanta attenzione? – e si sono dette molto soddisfatte dello spettacolo.
Laddove però ci si allontana dal realismo più rigoroso è nell’intervento iniziale rivolto al pubblico da parte della Clerk (Joanna Kirkland, in un’ennesima interpretazione fortemente personale e memorabile) e – soprattutto – nel testo messo in musica, spesso fatto di ripetizioni di quanto è stato detto nel dialogo, ma arrangiato con un’immaginazione e una maestria mozzafiato da Tom Deering. Il compositore offre qui la miglior nuova partitura che abbiamo ascoltato nel West End da moltissimi, moltissimi anni. Con il solo supporto di un quartetto d’archi (Ruth Elder e Douglas Harrison, violini; Jenifer MacCallum, viola; Angelique Lihou, violoncello) e del direttore musicale Torquil Munro a un lucido pianoforte a coda nero, collocati rispettivamente sopra il palco a sinistra e a destra in una sorta di «galleria dei musicisti» del XXI secolo, e con le voci del cast a disposizione, le orchestrazioni di Will Stuart tessono un paesaggio sonoro che trasfigura completamente la realtà inevitabilmente più ordinaria e macchinosa della sobria conduzione dell’audizione parlamentare. L’attenzione minutissima di Stuart a ogni frase, battuta e linea crea una sottigliezza di altissimo livello nell’“inflessione” di ciò che viene detto sopra il suo tappeto musicale, o cantato con la musica, talvolta anche con testo parlato integrato nella trama sonora. È una tavolozza infinitamente mutevole quella che governa, sensibilissima alle più fini differenze di umore e atmosfera, carattere, intenzione ed effetto. Penford sa esattamente come bilanciare l’azione scenica con testo e partitura, e il risultato è un colpo da KO; la Movement Director Naomi Said potenzia il tutto con un vocabolario di gesti politici, altamente studiati e praticati. Il team creativo si completa con effetti luce sorprendentemente spettacolari di Jack Knowles e un suono curato e discreto di Nick Lidster per Autograph.
Sì, concordo pienamente: è una cosa decisamente insolita. Ma, dopotutto, è proprio questa la natura dell’innovazione, no? Noi a Londra, non dimentichiamolo, siamo un po’ in ritardo rispetto a dove sta andando il teatro musicale. Tuttavia, ‘wonder.land’ del National, ‘The Pacifist’s Guide To The War On Cancer’, il delicato ‘The Go-Between’ di Perfect Pitch e altri lavori sono segnali eloquenti che il settore sta avanzando e sta pensando in modo molto più ambizioso a diversi modi di raccontare storie nel musical. Quest’opera rientra nella categoria dell’originalità coraggiosa e va affrontata con occhi e orecchie liberi da giudizi acquisiti o idee preconcette su cosa sia il «teatro musicale».
Il dramma qui abbonda nel “conflitto” tra i membri della commissione e le due persone invitate: Batmanghelidjh stessa e Alan Yentob, che è stato Chairman del Board dell’ente per 20 anni prima del suo crollo. Nelle mani di interpreti superlativi come Sandra Marvin e Omar Ebrahim, questi due si scontrano con l’Establishment schierato contro di loro. Marvin è splendida nella voluminosa teatralità che è diventata il marchio di fabbrica della fondatrice dell’associazione, e la sua padronanza dello spazio è complessa ed elettrica. Ebrahim, invece, è la voce di una bohème colta e benestante: un “mandarino” della BBC che forse si è accorto – un po’ troppo tardi per poterci fare molto – di essere probabilmente arrivato al limite della pazienza con il sistema che ha cercato di sostenere. Quando sono seduti, rivolti alla commissione come lo è il pubblico, il video di Duncan McLean fa sì che continuiamo a vederli.
Contro Kids Company si schierano le forze del legalismo pedante. A presiedere la commissione c’è il plausibilmente rettiliano deputato conservatore Bernard Jenkin, la cui untuosa autocompiacenza trasuda come pus da un’ambizione politica chiaramente ferita, costantemente suggerita da Alexander Hanson. A spalleggiarlo, Cheryl Gillan MP (Conservatori) di Liz Robertson è tutta tacchi eleganti e acconciature costose: una matriarca delle contee, che non raggiungerà mai un incarico di primo piano, ma che saprà aggirare qualsiasi avversario cerchi di farla ballare al proprio ritmo. Il David Jones MP (Conservatori) di Robert Hands fa da comprimario alle figure di partito appena citate con una obbedienza servile. A fare cartello con queste simpatiche persone ci sono la feroce arpia Kate Hoey MP (Laburisti) di Rosemary Ashe e lo sgradevole lecchino professionista Paul Flynn MP (Laburisti) di Anthony O’Donnell. Come le versioni “reali” di questi mostri possano sedersi a vedere lo spettacolo senza sprofondare per l’imbarazzo per ciò che vedono, è una testimonianza, credo, della colossale vanità dei politici, del loro sguardo d’acciaio su se stessi e della loro pelle impenetrabilmente spessa. Solidi valori britannici, naturalmente. La pietra angolare della nostra meravigliosa democrazia. Per alleggerire la sgradevolezza dell’impressione che questi personaggi suscitano, gli attori hanno anche modo di interpretare altri contributori “anonimi” alle deliberazioni, così come fa l’assistente della commissione, l’utilissimo e adattabile David Albury, la cui carriera compie un altro audace passo in avanti con questo ruolo convincente.
A voler essere onesti, bisogna ammettere che fare a pezzi operazioni di piccolo calibro come Kids Company non era granché per questi ficcanaso, non rispetto al loro più energico saccheggio su larga scala di obiettivi più grandi, come l’Economia e il Futuro del Paese (vedi Brexit). Forse è un tema per un altro giorno; anche se cose del genere vengono citate nel copione di questo spettacolo. Fatene ciò che volete. Molto probabilmente, sull’onda del successo di questa impresa, potremmo vedere uscire da questa casa di Earlham Street altri nuovi musical altamente originali.
Non c’è nulla di simile in città. O altrove. L’ho visto due volte: prima alla prima anteprima, e poi ieri sera alla ‘Schools Performance’, con il teatro gremito di ragazzi affascinati arrivati da ogni parte del Paese. Nel Q&A successivo, con tre membri del cast e Sean Linnen, Resident Assistant Director, è stato chiarissimo che lo spettacolo comunica splendidamente anche a chi non conosce necessariamente l’argomento, ma che – come la maggior parte delle persone – tiene a queste questioni. Se ve lo perdete, ve ne pentirete. E forse lo stesso si potrebbe dire anche di Kids Company.
Foto: Manuel Harlan
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