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NOTIZIE

RECENSIONE: Cena Tra Amici, Laura Pels Theatre ✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Dinner With Friends Laura Pels Theatre

9 aprile 2014

2 stelle

Il pubblico sottovaluta l’effetto che ha sull’esperienza teatrale vissuta – nel bene o nel male – dagli altri spettatori. Un pubblico sereno e carico di aspettative può trascinare uno spettacolo oltre il livello effettivo di resa di testo e interpreti; al contrario, una platea irritata e disinteressata può ridimensionare le vette che una rappresentazione potrebbe raggiungere. Un rifiuto ostinato di ridere o di entrare in relazione con i personaggi può essere devastante; allo stesso modo, un entusiasmo sregolato e acritico può soffocare la scintilla della migliore interpretazione, della scrittura più grande.

Oggi, l’età media del pubblico alla ripresa del Roundabout del testo vincitore del Premio Pulitzer di Donald Margulies, Dinner With Friends, nelle sue ultime settimane al Laura Pels Theatre, era forse 87 anni. Un gruppo loquace e facilmente impressionabile, con un bisogno collettivo di ripetere le battute. Ad alta voce.

Sembravano anche non aver guardato molta televisione negli anni, perché le loro reazioni di sorpresa davanti a questo ritratto di due matrimoni molto diversi ma in crisi lasciavano intendere una certa scarsa familiarità con scambi acidi tra coniugi, stoccate comiche, pause imbarazzanti e ostinate e indignazione a labbra serrate: tutto il consueto corredo dei matrimoni nelle serie più disparate, da ER a Brothers and Sisters, da Mad Men a Game of Thrones.

Il risultato è stato che la recita del testo è sembrata migliore di quanto fosse davvero, perché il pubblico l’ha trovata coinvolgente e sorprendente.

Non c’è dubbio che la scrittura di Margulies sia asciutta e a tratti acuta e brillante, ma viene da dubitare che oggi si aggiudicherebbe un Pulitzer. Non è della stessa categoria di vincitori più recenti come August: Osage County e Next to Normal. Anzi, per lo più appare ovvia, trita e sbrigativa.

Il fulcro narrativo riguarda due coppie di amici: Gabe e Karen hanno presentato Beth a Tom. Durante una cena in cui Tom è assente, Beth crolla e confessa che Tom l’ha lasciata. Gabe e Karen simpatizzano, ma Karen tende a schierarsi con Beth, credendo al suo racconto dell’infedeltà di Tom. Poi però Tom, scoperto che Beth ha dato la notizia, va da Gabe e Karen per raccontare la sua versione. Ma a quel punto il rapporto fra i quattro è cambiato in modo irreversibile e il resto del testo segue lo svelarsi della verità attraverso le crepe di entrambe le relazioni.

“Efficiente” è la parola migliore per descrivere recitazione e regia. Dirige Pam Mackinnon, che una stagione o due fa aveva firmato l’eccezionale Chi ha paura di Virginia Woolf?. Forse a causa del copione, qui il suo lavoro non è altrettanto dettagliato, né pensato con la stessa meticolosità che nel testo di Albee.

La scenografia di Allen Moyer, funzionale e incompleta, sembra riflettere l’approccio allo spettacolo. Ci sono alcune cose interessanti da osservare ma anche molta vacuità. Usa con intelligenza finestre e quadri e non c’è mai alcun dubbio su dove si svolga ciascuna scena. Ma l’insieme risulta sterile e distante, proprio come i personaggi.

Forse è uno di quei testi che funzionano davvero quando lo interpretano attori straordinari. Ma quando, come qui, il cast è composto da professionisti abili ma nulla più, manca coinvolgimento e, soprattutto, empatia. È francamente impossibile interessarsi a queste sacche di umanità irritabile, infarcita di cliché, ribollente di astio, compiaciuta e ostinata.

Anzi, è altrettanto impossibile detestarle.

Come pasta sfoglia friabile, si dissolvono senza lasciare alcuna traccia sostanziale.

Heather Burns, Marin Hinkle, Darren Pettie e Jeremy Shamos sono il quartetto in questione. Ognuno ha mantenuto a fatica un minimo d’interesse, ma nessuna delle coppie – né in versione “coniugi” né in versione “migliori amici” – è risultata credibile o comprensibile. Non c’era alcuna sensazione che ciascuna coppia sposata avesse condiviso un pezzo di vita insieme, nessun senso di quella complicità che nasce da relazioni lunghe, nel bene e nel male.

Il testo non aiuta, nella sua incessante ricerca della battuta. Le traiettorie di questi personaggi – impulsi, desideri e segreti – possono anche essere disseminate tra le pagine, ma il cast sembra faticare a seguirle o a ricomporne i frammenti.

Il risultato è la sensazione di aver assistito a una maratona di soap opera borghese su un canale via cavo. Solo i pensionati entusiasti, in una sorta di camera d’eco, ricordavano che si trattava, in effetti, di teatro dal vivo; e per di più di una produzione di un testo vincitore del Premio Pulitzer.

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