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RECENSIONE: Attrazione Fatale, Theatre Royal Haymarket (0 Stelle)
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Di
stephencollins
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Attrazione fatale
Theatre Royal Haymarket
18 marzo 2014
0 stelle
Trevor Nunn ha firmato alcune produzioni teatrali davvero splendide e il suo posto nell’elenco dei più importanti registi britannici è da tempo assicurato. Per questo la sfortunata produzione d’esordio di Attrazione fatale (firmata da James Dearden, autore della celebre sceneggiatura cinematografica) risulta tanto più curiosa — e deludente — proprio perché porta anche il suo nome.
Dearden afferma nel programma di sala:
"Perché, sebbene Alex sia innegabilmente ai limiti della psicosi, è anche una figura tragica, logorata da una serie di delusioni in amore e dalla pura brutalità del vivere a New York da donna single con una carriera impegnativa. Così, pur restando fedele alla trama, ho reintrodotto l’ambivalenza delle mie prime stesure... dove ogni personaggio ha un punto di vista; nessuno ha completamente ragione e nessuno completamente torto. Non ci sono cappelli bianchi e cappelli neri: e questo, spero, rende l’opera più sfaccettata; pur mantenendo uno stretto rapporto con il film, ha una propria identità separata."
Dearden ha ragione su una cosa: ha reintrodotto l’ambivalenza. Per il pubblico.
Il copione è legnoso, sussultante, pieno di cliché, del tutto privo di passione o di qualunque aggancio con l’emozione umana e, insomma, banale. La narrazione è affidata a interventi in prima persona di Dan rivolti direttamente al pubblico — l’apologista dell’infedeltà — una scelta che risulta controproducente rispetto a qualsiasi senso di tensione crescente e che, curiosamente, richiama alla mente la produzione di Nunn di Sunset Boulevard. Aggiungete la “pazza”, Alex, che ama quel narratore, e i ricordi sembrano più che semplici ricordi.
E quando si aggiunge il montaggio d’apertura — una sorta di ensemble in abiti contemporanei che avanza lentamente, versione modernizzata del finale del primo atto di Les Misérables — diventa difficile non pensare che Sir Trevor fosse talmente spiazzato dal testo da aggrapparsi a qualsiasi espediente pur di provare a coinvolgere la platea.
Non ci riesce.
Lo spettacolo riesce a destare un minimo d’interesse solo quando risuonano frammenti della Madama Butterfly di Puccini, e non per un uso particolarmente intelligente, ma semplicemente per la forza intrinseca di quella musica. L’idea di fondo che Alex sia “ispirata” a Madama Butterfly è stucchevole e lavora completamente contro la tesi di Dearden secondo cui qui “non ci sono cappelli neri”.
Il cast non aiuta.
Mark Bazeley è inspiegabilmente pessimo nel ruolo di Dan: non è credibile né come avvocato, né come padre, né come marito, né come amante, né come “bravo ragazzo” messo alle strette. È totalmente privo di fascino e l’attrazione sessuale “elettrica” tra lui e l’Alex di Natascha McElhone è semplicemente inesistente. La scena in cui fanno sesso per la prima volta, travolti dalla passione, è ridicola.
McElhone ha alcuni momenti interessanti — più spesso quando non dice nulla, e si limita a guardare o osservare. Ma gli estremi del comportamento di Alex sono incontrollati e poco credibili; ciò che dovrebbe gelare il sangue risulta soltanto sciocco. In parte perché non riceve alcun sostegno da Bazeley e in parte perché il testo è così scadente — ma McElhone non è del tutto esente da responsabilità nella mediocrità complessiva.
Comunque la si guardi, Alex è una donna complicata — non un grigio cartoncino che prende vita solo nell’ombra, ascoltando Puccini.
Kristin Davis fa del suo meglio, vivace e inoffensiva, ma, piuttosto stranamente, il suo accento sembrava pessimo quanto quello degli altri due protagonisti. Nel ruolo appare a disagio e i costumi che è costretta a indossare non la aiutano a sentirsi a suo agio: è l’incarnazione dell’impaccio.
Le scene di Robert Jones sono semplicemente terribili. Non fanno nulla per favorire la tensione o creare atmosfera (o tensione). Anzi, funzionerebbero meglio come scenografia per una commedia romantica.
In modo inspiegabile, c’è un sacco di “recitazione da folla newyorkese”: persone che attraversano il palco, o che sostano accanto a un distributore d’acqua, o che si incontrano in un parco. Tutto superfluo, distraente ed esecrabile.
Nessuno seduto intorno a noi sembrava divertirsi e, all’intervallo, si percepiva molta irritazione.
A quanto pare, il finale dello spettacolo è diverso da quello del film. Dato che era nel secondo atto e io avevo posti dove andare a guardare la vernice asciugare, non so dirvi quali siano le differenze.
Che Dio aiuti chi resta.
Due parole: repellente fatale.
0 stelle
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