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NOTIZIE

RECENSIONE: Spettri, Almeida Theatre al Trafalgar Studios ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Will Keen nel ruolo del Pastore Manders e Lesley Manville in quello di Helene Alving in Ghosts Ghosts Almeida/Trafalgar Studios 12 ottobre 2013

Se vi siete mai interrogati sulla domanda «Che cosa rende bravo un regista?», allora assistere all’attuale produzione dell’Almeida di Ghosts di Ibsen, diretta da Sir Richard Eyre, potrebbe offrirvi qualche indizio.

Molti avranno opinioni diverse su questo tema, ma per quanto mi riguarda credo che le qualità necessarie siano piuttosto chiare. Per prima cosa, il regista deve avere un’idea. Può assumere molte forme: voler sostenere un punto preciso, mettere in luce un talento da un’angolazione diversa, indicare un modo differente di leggere un testo, dimostrare l’attualità di un’opera d’epoca, mostrare ciò che avrebbe potuto essere o ciò che potrebbe ancora essere. Ma alla base di ogni buona messinscena, di qualsiasi testo teatrale, c’è una buona idea. Qui l’idea di Sir Richard sembra essere che la rabbia fredda sia la peggiore in assoluto. Da questo unico seme nasce tutto il resto: vedere non significa necessariamente credere; i fatti sono fatti solo quando sono provati; e l’autoinganno su basi religiose o morali è la forza distruttiva più grande che si possa immaginare. Il gelo permea ogni cosa in questo allestimento e, come diamanti ghiacciati, luccica, scintilla e ferisce—spesso con ferocia—lungo le montagne russe dell’orrore che è questa versione da 90 minuti del testo di Ibsen.

Regina, la domestica, è fredda con suo padre e lui con lei; il Pastore, fingendo di essere pieno d’amore e compassione, è gelido con tutti, soprattutto con la signora Alving; la signora Alving è la personificazione della freddezza e uno dei nodi centrali del dramma è perché sia così; Oswald è il più freddo con se stesso, ma anche con gli altri, tranne quando il fuoco nei lombi lo spinge all’azione.

Il testo può anche intitolarsi Ghosts, ma qui i personaggi somigliano più a zombie che a fantasmi: vivi ma morti dentro, o—più precisamente—ombre di ghiaccio di ciò che avrebbero potuto essere. La brevità e la nettezza delle scelte regalano un teatro avvincente e potentissimo.

In secondo luogo, un buon regista ha bisogno di un cast in grado di rendere l’idea e di lavorare con lui per realizzarla. Qui Sir Richard ha mostrato quali frutti possa dare un albero piantato con il giusto casting.

Tutti e cinque gli attori offrono un lavoro eccellente.

Lesley Manville non è mai stata migliore di così: fragile, disperata, intrappolata, la sua Helene Alving è un flusso pulsante di lava artica che inghiotte chiunque le stia intorno. La facciata esteriore di elevata moralità e devozione finisce per crollare, rivelando il golem spezzato e tormentato che porta dentro. Ha trasmesso la sifilide al suo amatissimo figlio alla nascita, magari dopo una relazione illecita con il Pastore, oppure lui l’ha contratta perché ha seminato la sua gioventù sregolata negli stessi campi frequentati dal padre? La bellezza di questo allestimento è che la risposta non conta: in ogni caso, la freddezza che nasce dalla mancanza di onestà provoca la tragedia.

Jack Lowden, così notevole nel ruolo del campione religioso incapace di scendere a compromessi con le proprie convinzioni per le Olimpiadi in Chariots of Fire, qui è al tempo stesso fragile e repellente come l’Oswald condannato. Restituisce con dettagli straordinari l’orrore della vita che sua madre ha scolpito per lui—e dalla quale vuole ribellarsi—suggerendo nel contempo la realtà dei devastanti effetti della sifilide. È davvero eccellente.

Will Keen sembra un po’ troppo manierato nei panni del Pastore ma, a ben pensarci, proprio questo si rivela la chiave del cuore serrato del personaggio; inoltre segna una differenza di sostanza e di classe che, alla fine, è semplice e geniale. Keen è perfettamente odioso come Pastore, e in modo splendida­mente calibrato.

Brian McCardie e Charlene McKenna, nei ruoli del padre e della figlia/domestica/non-figlia/possibile futura moglie del suo fratellastro, sono entrambi in forma smagliante, mostrando con facilità differenze e somiglianze tra ciò che credono sia il loro posto nella casa Alving e ciò che quel posto si rivela davvero. La loro freddezza nasce altrove rispetto a quella degli Alving e del Pastore: è il gelo generato da povertà e disperazione, e tutti e due vogliono fuggirne.

Particolarmente intelligente è il modo in cui la recitazione suggerisce che Regina somigli a Helene, sia nell’aspetto sia nei modi. Di chi è figlia illegittima, e da quale unione illecita?

Gli ultimi, disperati momenti tra Helene e Oswald, quando la cecità lo travolge e ciò che resta del suo vero cuore deve affrontare ciò che Helene ha permesso negli anni, sono potenti, sconvolgenti e magnetici. Davvero straordinari da vedere.

Questa è una compagnia di attori eccellenti che lavora insieme per perfezionare la visione di un regista. Così raro da trovare.

In terzo luogo, un buon regista deve assicurarsi che il disegno e la realizzazione dello spettacolo non sminuiscano, non offuschino e non schiaccino l’idea.

La scenografia di Tim Hatley, semplice ma efficacissima, è magistrale per questo spettacolo: imposta il fascino della casa Alving (uno splendore un po’ logoro e consumato), mostra i segni del tempo e, dividendo due zone con il vetro, permette che alcune cose si vedano e non si sentano, si sentano e non si vedano oppure restino soltanto ombre, presagi o possibili riflessi.

La scena, inoltre, non «torna» proprio come non «torna» la famiglia Alving: la porta principale non è vicino all’ingresso. All’inizio sembra strano, ma in realtà è un colpo d’ispirazione, perché riflette con sottigliezza la follia al centro dell’universo di Helene.

Peter Mumford firma luci eccezionali: fredde, fredde, fredde in ogni senso. Persino quando l’orfanotrofio brucia, la luce è glaciale, non rovente e rossa.

Ogni aspetto della produzione riflette l’idea centrale del regista.

È difficile immaginare di vedere una produzione di Ghosts migliore di questa: è davvero qualcosa di speciale. E Sir Richard Eyre, almeno in questa occasione, è un regista di grande visione e capacità.

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