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NOTIZIE

RECENSIONE: Happy Endings, Arcola Theatre ✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Gillian Kirkpatrick, Karen Archer, Andrea Miller e Thea Beyleveld (Piers Foley Photography) Happy Endings

Arcola Theatre

10 febbraio 2015

1 stella

Siamo in un reparto di cure oncologiche. Ci sono quattro pazienti, ciascuna sottoposta a chemioterapia. Una, nata ad Auschwitz, è determinata a non lasciare che il cancro vinca. Una, moglie e madre molto devota, che sta studiando per diventare giudice rabbinico, prega per la salvezza. Una considera il cancro un dono: un dono del tipo “svegliati e goditi la vita”, che riunisce genitore e figlio e garantisce cura e amore. Una è un’attrice.

Lei decide, dopo l’intervallo per l’appunto, che non vuole fare la chemioterapia; vuole essere padrona di sé, ballare al matrimonio della figlia tra quindici giorni e avere una qualità di vita che le verrebbe negata se continuasse con una chemioterapia debilitante. Il medico discute con lei, prova a farla ragionare. Le chiede, piuttosto arrabbiato, se si immagina che in Paradiso l’aspetteranno 57 vergini maschi. Nel momento più divertente dello spettacolo, lei risponde: “57 vergini maschi è la mia idea di inferno”.

Questo è Happy Endings, presentato come un nuovo musical e attualmente in scena nello Studio One dell’Arcola Theatre. Scritto da Anat Gov, pluripremiata drammaturga israeliana, viene descritto come “una fantasia musical-comica su un argomento di cui la gente non parla”. Il programma di sala non dice chi abbia curato la traduzione di dialoghi e testi delle canzoni, ma pare innegabile che qui qualcosa si sia davvero perso (e parecchio) nella traduzione. A titolo d’esempio, questo è un verso reale:

“Potresti sentirti un po’ scontroso,

quando ti accorgi di avere un piccolo bozzo.”

Già.

Non è un musical; è una pièce con qualche numero pastiche, e pure piuttosto fiacco. Non è nemmeno granché una fantasia, anche se ci sono due bizzarre sequenze canore “fantasy”: una coinvolge un medico apparentemente vanitoso e arrogante; l’altra mette in scena il Cancro, completo di chele da granchio in un curioso riferimento astrologico, come una sorta di ballerino latino. Entrambe le sequenze sono spossanti – e non per colpa degli interpreti o della coreografia (Jordi Guitart).

Nel programma di sala, Gov viene citata: "Desidero soprattutto affrontare l’argomento – dire la parola ‘cancro’ senza paura... Spero che le persone escano da questo spettacolo con meno timore del cancro e della morte in generale. Solleva domande su che cosa sia la vita e se si è disposti a vivere a qualsiasi prezzo".

Questa produzione, però, solleva domande su che cosa sia il teatro e se si sia disposti a sopportare teatro deplorevole a qualsiasi prezzo. E risponde.

Così come tradotto, il materiale qui è gravemente carente. Gran parte del primo atto è inutile e poco interessante. Se venisse tagliato con giudizio e riplasmato in un pezzo da 70 minuti, questa lenta passeggiata di due ore nel reparto oncologico potrebbe anche funzionare, in linea con le intenzioni dichiarate dall’autrice. Il secondo atto contiene alcuni passaggi interessanti, quando l’attrice cerca di convincere le compagne di sventura e il personale ospedaliero che non è pazza, che la chemioterapia non è la strada che sceglie per andare incontro al suo creatore. Si discutono questioni difficili, incluso il modo in cui la paura delle assicurazioni e delle cause legali influisce su come vengono erogati i servizi medici.

Si vede facilmente come l’uomo-Cancro danzante potrebbe fare un tango con ciascuna delle quattro pazienti, magari anche con il personale, come modo intelligente per mostrare come la malattia abbia inciso sulle loro vite. Gli elementi fantastici potrebbero guidare la narrazione con maggiore abilità. Probabilmente però senza chele da granchio.

Ma, così com’è, l’opera divaga e solo occasionalmente mostra segni di interesse o di vita.

Il regista Guy Retallack deve farsi carico della parte maggiore della responsabilità. Nel programma di sala, Retallack si dilunga sull’“acutezza e spirito” che sarebbero alla base del testo, ma la sua messinscena è priva di entrambe e di certo non illumina né fa risuonare ciò che lui vede sulla pagina. Una fantasia grigia non offre piacere né spunti.

L’idea di Gov – una fantasia musicale e provocatoria che affronta la realtà del cancro, delle cure oncologiche e delle reazioni umane a entrambe – è ispirata. Nel secondo atto di Happy Endings ci sono lampi di verità, dolore e lucidità che Gov, morta di cancro nel 2012, ha portato in questo progetto.

Se Happy Endings deve avere un lieto fine, questa traduzione ha bisogno di un buon dramaturg. Dovrebbe finanziarla l’NHS, perché se l’idea di Gov venisse resa con forza, sarebbe una visione avvincente, essenziale.

Happy Endings è in scena fino al 7 marzo 2015. Visita il sito dell’Arcola Theatre.

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