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RECENSIONE: That Man, Hippodrome Casino ✭✭✭✭
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Di
julianeaves
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That Man (Workshop)
Hippodrome Casino
20 settembre 2016
4 stelle
Chi ama la musica di Caro Emerald amerà That Man, una scorpacciata delle sue canzoni presentate in un contesto drammatico. E chi invece non la conosce, o non è ancora stato convinto dei suoi meriti, resterà incantato dalle deliziose interpretazioni di un cast di 10 persone in questa produzione, sostenuta da una brillante band di quattro elementi e dal direttore musicale (MD) Iain Vince-Gatt. Wendy Gill ha avuto l’ottima idea di mettere insieme una selezione dei suoi brani e valorizzarli attraverso una storia e, negli ultimi anni, ha sviluppato un copione che fa esattamente questo, insieme al regista Paul Boyd. Ora Wendy ha prodotto una settimana di sviluppo del suo concept originale, finanziata dall’Arts Council, e Paul ha diretto la narrazione per il piccolo palco della Matcham Room, mentre Anthony Whiteman ha curato le coreografie dei numeri musicali. Ieri lo spettacolo è stato presentato due volte: prima a un pubblico invitato dell’industria, poi al pubblico, che ha riempito la sala da 150 posti e ha accolto con calore le delizie proposte.
Il fulcro principale degli 80 minuti circa di spettacolo era la partitura di 17 canzoni. Sono state eseguite davanti a tre microfoni fissi in stile anni ’40, posti sul fronte del palco, da un cast formidabile. Benché Paul Boyd sia accreditato come “regista”, tutti i numeri musicali sono stati proposti in forma di “concerto” da queste postazioni fisse. Sabrina Aloueche è la protagonista argentina, Rosa, che cerca di farsi strada nella Londra degli anni ’50 nel nightclub The Flamingo, dove tutti i personaggi incrociano i propri destini; Rhiannon Chesterman è una vivace ingénue nei panni di Susan; Treyc Cohen, più soulful, interpreta la donna delle pulizie Grace, che vede oltre le manovre dei bianchi e fa tutto il possibile per aiutarli; Scott Cripps è un sorprendentemente gradevole trader della City, Chas; Kate England è la star di casa del Flamingo, Kasha, la cui posizione è minacciata dalla crescente fortuna di Rosa; Christopher Howell interpreta Raymond, un altro trader della City molto simpatico, che vive a casa con la madre invalida e non riesce ad attrarre un partner, figurarsi il figlio che gli serve per ereditare la fortuna della mamma; Jonny Labey è un farabutto scapestrato e, a quanto pare, poco avvezzo ai profilattici; Colette Lennon nei panni di Barbara incarna il matrimonio anni ’50 – assistiamo alle sue nozze all’inizio della prima parte e la vediamo abbandonare il lavoro per la fatica manuale della vita domestica; Olive Robinson e Toyan Thomas-Browne offrono movimenti davvero accattivanti e vistosi negli ensemble danzati; e la voce di David James presta le parole a Gus, il boss americano del suddetto nightclub, il Flamingo. Molti di questi personaggi e delle loro situazioni sembreranno familiari, come nelle storie dell’epoca.
Tutti i personaggi cantano per noi le canzoni del repertorio di Caro Emerald, e qui questo significa 13 autori diversi, che – va sempre ricordato – sono il meglio, il meglio in assoluto nel mondo della discografia commerciale. Qui, rispondendo allo chic rétro anni ’50 che è il marchio di fabbrica di Caro, propongono brani che risultano convincenti quasi come pastiche d’epoca e valorizzano al massimo la sua voce affascinante (un mix tra Lily Allen e Amy Winehouse, forse). Se il numero di autori potrebbe creare la sensazione di molte voci che si sovrappongono, il tutto viene splendidamente unificato dalle qualità vocali altamente distintive e insolite della cantante.
Wendy Gill è stata attratta proprio da quella voce. Qui, però, in questa rappresentazione drammatica di parte del suo catalogo, non abbiamo quel particolare principio unificante. Al contrario, ci si affida a Gill per creare un insieme coerente a partire dalle molte voci e dai molti stati d’animo messi in luce da un numero relativamente grande di personaggi, molti dei quali cantano lavori di creativi diversi. Questo comporta una serie di sfide molto specifiche. Possiamo guardare ad altri spettacoli simili, come “Mamma Mia” (uno spettacolo che, mi pare, Gill non ha ancora visto), e vedere una soluzione miracolosamente riuscita a un problema meno complesso: ma di quello spettacolo ricordiamo anche che ci sono solo due autori al lavoro, Benny e Bjorn. Qui no. Gill ha un compito enormemente difficile nel fondere le numerose voci creative e gli stili e, al momento – forse – c’è ancora strada da fare prima che questo processo sia portato fino in fondo.
Ciononostante, è stato un intrattenimento delizioso, con un cast che se l’è cavata magnificamente, soprattutto se si considera che ha avuto solo una settimana per imparare, provare e perfezionare copione, musica, testi e coreografie dell’intero spettacolo. Non per niente il Regno Unito è famoso per la qualità degli artisti del musical: queste persone hanno reso il tutto un cast stellare da ricordare.
Foto di produzione: Darren Bell
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