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RECENSIONE: Il Grande Gatsby, Greenwich Theatre ✭✭✭

Pubblicato su

7 ottobre 2015

Di

danielcolemancooke

Il grande Gatsby

Greenwich Theatre

6 ottobre

3 stelle

Il grande Gatsby è spesso indicato come uno dei capolavori della letteratura americana del XX secolo. Nonostante siano stati realizzati diversi adattamenti per lo schermo, pochissime compagnie hanno provato a farlo funzionare in teatro, fino ad ora...

A raccogliere l’ambiziosa sfida è Blackeyed Theatre, con una produzione adattata da Stephen Sharkey. La storia è familiare agli studenti di A Level di tutto il Paese: il broker Nick Carraway arriva nella New York degli anni Venti in cerca del sogno americano. Si trasferisce proprio accanto al milionario Jay Gatsby, non lontano dalla cugina Daisy e dal marito di lei, l’infedelissimo Tom. Nick viene risucchiato nel mondo dei ricchi, intrappolato tra conoscenze in lotta fra loro e vite sentimentali complicate.

Il dialogo scorrevole e colloquiale di Fitzgerald si trasferisce bene sul palcoscenico; una delle molte trovate di questo allestimento è l’inserimento di numeri musicali dell’epoca. È un’occasione splendida per il cast di mostrare le proprie doti musicali: cantano e suonano insieme strumenti di ogni tipo – quasi ogni interprete, nel corso della serata, finisce prima o poi al pianoforte.

Per quanto impressionante, non sono convinto che i numeri musicali aggiungano davvero qualcosa: non portano avanti la trama e fanno soltanto pensare a cosa si sarebbe potuto includere dal romanzo, invece. Sebbene parte del cast provenga dal musical, la qualità del canto non è costante tra gli interpreti. È un peccato metterli in questa posizione (o scegliere un cast in questo modo) quando sono tutti ottimi attori e le sezioni musicali risultano piuttosto superflue.

L’allestimento, però, è tutt’altro che poco inventivo e alcuni movimenti in scena hanno una qualità brechtiana. A tratti, però, si spinge un po’ troppo oltre: dopo che un personaggio chiave viene ucciso a colpi d’arma da fuoco, finisce per danzare in scena per un po’ come una sorta di figura spettrale, con un effetto caotico e bizzarro.

Adam Jowett è un Nick Carraway molto piacevole e coinvolgente, che narra lo spettacolo con un’affabilità rilassata; anche Tristan Pate è divertente, al contempo spassoso e irritante, nei panni dell’abbastanza terribile Tom Buchanan. Ognuno di noi ha una propria idea dei personaggi letterari, ma ho trovato che il Gatsby di Max Roll fosse meno misterioso e carismatico di quanto il libro lasci intendere; a volte Gatsby sembrava un po’ anonimo e poco degno della curiosità che suscita.

La scenografia di Victoria Spearing era particolare: una serie stratificata di blocchi bianchi (quando Gatsby indossa il suo abito bianco, sembra quasi che l’azione sia ambientata al Polo Nord). La persona seduta accanto a me l’ha adorata, ma io l’ho trovata un po’ asettica; in uno spettacolo sull’opulenza delle élite americane è parso un po’ un’occasione mancata non renderla visivamente in scena. I costumi vivaci (Jenny Little) hanno in parte compensato, con look eleganti e glamour, dagli abiti sartoriali ai vestiti da flapper.

La regia offre diversi momenti divertenti: ci sono ottime retroproiezioni, tra cui quelle che sembravano gli occhi della celebre copertina del libro. E, cosa che non avrei mai pensato di scrivere in una recensione, questo allestimento ha un programma di sala fantastico, completo di contesto utile, spunti interessanti e persino una mappa geografica di riferimento: ben oltre ciò che ci si aspetterebbe da una produzione più piccola.

Questa rilettura de Il grande Gatsby merita un plauso per aver tentato qualcosa di davvero nuovo e diverso. Tuttavia, le innovazioni musicali in generale hanno distratto più che valorizzato il testo; a farlo davvero risuonare sono stati la straordinaria materia di partenza e alcune solide prove attoriali.

Per ulteriori informazioni su Il grande Gatsby in tournée visita www.blackeyedtheatre.co.uk

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