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NOTIZIE

RECENSIONE: Una Piccola Principessa, Royal Festival Hall ✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce A Little Princess alla Royal Festival Hall

A Little Princess

Royal Festival Hall

28 maggio 2018

2 stelle

Per chi si stanca della realtà, c’è sempre la fantasia evasiva.  E poche persone la sanno maneggiare meglio di Frances Hodgson Burnett, il cui sogno ad occhi aperti su come potrebbe essere la vita di un bambino viziatissimo, improvvisamente catapultato dalle cure ovattate alle privazioni dell’esistenza della classe operaia, è un classico intramontabile per chi ama esplorare i bassifondi dell’immaginario borghese.  Una decina o due d’anni fa, il compositore britannico nato in patria ma residente negli Stati Uniti Andrew Lippa vi ha rivolto la propria attenzione insieme al librettista Brian Crawley, e ora il loro spettacolo è approdato per una sola serata al South Bank, lasciandoci con la curiosità di vederlo.  Il tutto era diretto con mano sicura da Arlene Phillips, con la direzione musicale di Alan Berry (e la bacchetta affidata allo stesso Mr Lippa!).

Annunciata la presenza della ‘Royal Philharmonic Concert Orchestra’, la pedana appariva un po’ spoglia, con a malapena una dozzina di strumentisti in vista, incluso un imponente set di batteria dietro l’onnipresente parete in perspex per le percussioni.  Poco importa: il loro suono sottile veniva amplificato fino al cielo da un impianto che trasformava vibrazioni delicate in qualcosa che ricordava a grandi linee il cupo, pesante frastuono di una grande pit band.  Per contro, anche le numerose voci a disposizione ricevevano lo stesso trattamento e, nel sound design di Ben Harrison, esplodevano nelle nostre orecchie con un’intensità da spaccatimpani — per non dire con una confusione cacofonica — facendo spesso svanire i testi di Crawley in una nebbia di rumore.  Nic Farman ha avuto ben più successo con le luci, riempiendo la sala di molti effetti bellissimi, ma una scelta infelice ha fatto sì che i due cori misti — gli studenti laureandi e gli alumni di Arts Educational e il coro di bambini — restassero avvolti nell’oscurità per gran parte della serata; una decisione un po’ ingrata, soprattutto visto quanto sembravano cantare bene.

Per i solisti, invece, la faccenda è risultata più faticosa.  Un’eccezione è stata Danny Mac (nei panni del padre sbandato, il Capitano Crewe, che abbandona la figlia Sara — apparentemente adorata —, interpretata dalla voce squillante di Jasmine Sakyiama, alle spietate, per non dire cartonate, crudeltà della Miss Minchin di Amanda Abbington, un personaggio da una dimensione e mezza: nessuna parentela con l’autore di Matilda, ci tengono a precisare).  Solo lui sembrava aver capito che l’acustica della RFH è davvero ottima e non ha bisogno di essere forzata per funzionare.  La sua voce era rilassata, splendidamente sostenuta, fraseggiata con grazia e attenta a ogni sfumatura della parte; sapeva anche recitare in modo credibile su una pedana da concerto quasi vuota, usando gesti ampi e ben distribuiti per allargare la portata di ogni battuta: che fosse far avanzare la trama con grandi arabeschi laterali o sollevare la figlia con entrambe le braccia tese, c’era un atletismo entusiasmante nella sua performance che — a dirla tutta — da solo valeva il prezzo del biglietto.

Purtroppo, però, non era il suo spettacolo.  Sebbene il copione gli conceda molto spazio nella prima parte — incrociando la rotta verso Timbuctù in scene di raccordo lontane dall’azione principale a Londra — dopo l’intervallo praticamente scompare.  Diversi altri interpreti a malapena riescono a farsi notare: Landi Oshinowo ha un paio di momenti fugaci; Rosanna Hyland sfreccia nel ruolo bizzarramente concepito della Regina Netflix (dovrebbe essere la Regina Vittoria, ma con questo casting sembrava più giovane di almeno 40 anni!); Alexia Khadime è sottoutilizzata come Aljana; Adam J Bernard fa il possibile con il suo ruolo di cartapesta, Pasko — riempiendo per un attimo la sala della tanto necessaria eccitazione nel suo sorprendente (incollato lì?) showstopper del secondo atto, che si lancia in un territorio musicale del tutto contemporaneo e ci ricorda tutto ciò che il resto della partitura, vagamente alla Alan Menken ma meno ispirata, non riesce a offrire; Shvorne Marks resta in scena con nobile presenza come Sara adulta; e persino Rebecca Trehearn riesce a mantenere il sorriso mentre viene relegata ai margini nel ruolo “alla Miss Honey” di Miss Amelia — ha solo un piccolo brano tutto per sé — e lo canta magnificamente — ma anche quello sfuma subito in un altro numero più debole, negandole qualsiasi applauso (e al pubblico qualsiasi soddisfazione).

Ma, in realtà, questo era lo spettacolo di Sakyiama.  Sorrideva molto, cantava forte e chiaro, e con un timbro quasi invariabile.  Non a caso gli italiani si riferiscono a questo tipo di giovani interpreti parlando di ‘voci bianche’: voci prive di “colore” (al contrario di quelle adulte, che lo contengono).  Era lei a dover reggere tutto, un po’ come in Matilda o in Annie, due spettacoli di gran lunga più riusciti che questo povero imitatore cerca in tutti i modi di scimmiottare nel modo più servile e poco sincero.  E con scarsi risultati.  Anche con la spalla Jasmine Nituan (nei panni della stoica Becky, di umili origini) con cui battibeccare.  O con le compagne più acide della “prigione di massima sicurezza” della Miss Minchin per infanti abbandonati, pronte per le loro scene — del tutto convenzionali e prevedibili.  Niente sorprende.

Il pubblico non si lascia ingannare così facilmente.  Capisce quando gli si sta dando meno di quanto promesso.  E anche quando un pezzo è gestito con astuzia come questo, confezionato per soddisfare tutte le aspettative più trite dei musical che sfruttano i bambini, inclusi Natale e un interminabile scopiazzamento de Il Re Leone aggiunto per buona misura (mancavano solo uccelli su lunghi pali che ci volassero sopra la testa, e non mi sarei affatto stupito se qualcuno ci avesse informati che il motto della scuola era ‘Ipi Tombi Hakuna Mutata’), anche con tutta questa fuffa il pubblico si rifiuta di farsi raggirare.  Se non venisse servito come una sorta di recita scolastica in versione extra-lusso, con l’ampio auditorium della RFH gremito di mamme e papà adoranti, fratelli e sorelle e zii e zie e vicini e migliori amici e cugini a decine, allora chi, davvero, avrebbe voglia di andare a sedersi e sorbirselo?

Anche solo per sentire Danny Mac cantare in modo così glorioso.

Chi?

 

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