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RECENSIONE: Aida, Opera Holland Park ✭✭✭
Pubblicato su
29 luglio 2015
Di
timhochstrasser
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Heather Shipp nel ruolo di Amneris e Peter Auty in quello di Radamès. Foto: Robert Workman Aida
Opera Holland Park
19/07/15
3 stelle
La musica o il teatro scritti per occasioni speciali tendono a restare esattamente questo – occasionali. Adatti a quell’evento, ma privi di una tenuta nel tempo o di una vita artistica autonoma sufficiente a meritare nuove repliche. Esistono però delle eccezioni, e l’Aida di Verdi resta una lezione straordinaria e ancora attuale su come creare uno spettacolo emozionante che, al tempo stesso, custodisca un dramma interiore privato di grande complessità, capace di commuovere, non soltanto di stupire. Una produzione riuscita deve far funzionare entrambe le dimensioni con uguale efficacia e farle dialogare fra loro: se dal punto di vista musicale a Holland Park è stato così, i valori di produzione non sono stati sempre d’aiuto.
Quest’opera per poco non vide mai la luce. Alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento Verdi era più concentrato sulla gestione della sua tenuta che sulla composizione, e ci volle un compenso enorme da parte del Chedivè d’Egitto per convincerlo ad accettare la commissione per l’inaugurazione del Teatro dell’Opera del Cairo. Ma una volta deciso, utilizzò l’impianto del libretto di Ghislanzoni per convogliare alcune delle sue riflessioni più impressionanti sui conflitti tra valori individuali e comunitari, sulla tirannia del clero e su quel tema perenne in tutta la sua opera – padri e figlie. Sebbene l’opera sia famosa, se non addirittura famigerata, per il trionfalismo fragoroso dei cori nel secondo atto, questa reputazione è smentita dalla maggior parte della scrittura, di estrema delicatezza sia nella linea vocale sia nella tavolozza orchestrale. Questa combinazione così varia è ancora più difficile da rendere in un contesto semi all’aperto, ma Opera Holland Park ha ormai grande esperienza nel valorizzare la propria cornice, e la sfida di questi contrasti pratici è stata affrontata con successo in questa produzione.
Gweneth-Ann Jeffers nel ruolo di Aida e Peter Auty in quello di Radamès. Foto: Robert Workman Nonostante la fama e il peso nel canone, Aida non viene rappresentata così spesso, certamente non a Londra. Presumibilmente una buona parte della spiegazione sta nei costi, sia per il personale sia per i costumi, le scene e tutto il corredo faraonico di sfarzo. L’idea di una produzione non lussuosa è semplicemente impraticabile. Ma sembra esserci anche una certa esitazione e incertezza sullo stile più appropriato da adottare. L’orientalismo originale va messo tra parentesi o abbracciato con decisione? Qui è essenziale un intervento registico netto, e sotto questo profilo il regista Daniel Slater in parte glissa la questione. Si comincia in un’ambientazione moderna e poi, gradualmente, si scivola verso una resa molto più tradizionale e lineare, senza che la transizione tra le due venga mai resa esplicita sul piano drammaturgico. Pur non riducendo in modo significativo i molti piaceri e le ricompense della serata, l’opera meritava – e avrebbe tratto beneficio – da un atto di fiducia: un’adesione chiara a un’unica visione guida, qualunque essa fosse, tradizionale o sovversiva.
La facciata superstite in stile finto giacobeo di Holland House offre un fondale architettonico adeguatamente grandioso per una piattaforma scenica popolata da tre statue egizie di divinità, più grandi del vero, su piedistalli – lo scenografo Robert Innes Hopkins ci colloca in una galleria museale, con in corso un ricevimento opulento in abito da sera ospitato da Amneris (Heather Shipp) e da suo padre, il Re (Keel Watson), con Ramfis (Graeme Broadbent) nel ruolo di cerimoniere. L’inevitabile bicchiere rovesciato diventa il pretesto perché Aida (Gweneth-Ann Jeffers) entri in abiti da addetta alle pulizie, e uno sguardo significativo tra lei e Radamès (Peter Auty), colto da Amneris, mette in moto la trama. Il tema della festa dei mecenati del museo che degenera prosegue almeno fino alla fine del secondo atto: Radamès viene armato per il combattimento con una storica armatura d’epoca, e il personale del museo si trasforma nei prigionieri etiopi. La scena del trionfo è ornata di gioielli e tesori apparentemente saccheggiati altrove nella collezione del museo, e prende forma un’orgia alimentata da prevedibili polveri bianche e piogge di banconote. Le cose si calmano quando si arriva alla “scena del Nilo”, al giudizio finale e alla sepoltura. Qui, finalmente, la regia si fa da parte e lascia alle contrapposizioni tra Aida e suo padre, e tra Radamès e Amneris, tutto il loro peso emotivo e la loro libertà drammatica, fino a una toccante riunione finale tra Radamès e Aida. Non si poteva però evitare di pensare a un’occasione mancata nel non valorizzare di più l’avversione di Verdi per la casta clericale che, in ultima analisi, governa l’Egitto. L’anticlericalismo e la necessità di una chiara separazione tra Chiesa e Stato sono un tema dominante del quarto atto e, in effetti, dell’intera vita artistica di Verdi. Pur se Heather Shipp, nei panni di Amneris, ha comunicato con forza questo messaggio in scena, è un peccato che la produzione non abbia richiamato più chiaramente questo tema fondamentale.
Graeme Broadbent nel ruolo di Ramfis e Keel Watson in quello del Re. Foto: Robert Workman
Tra tutti questi messaggi contrastanti, i valori musicali della serata sono stati comunque proiettati con grande efficacia. La City of London Sinfonia, sotto la direzione di Manlio Benzi, ha vissuto una serata molto positiva. Gli ottoni hanno moltissimo lavoro, sia in scena sia fuori scena, ora trionfanti ora cupamente minacciosi, e tutti questi ostacoli sono stati superati con brillantezza. Altrove c’erano tutta la grinta e il peso che si possa desiderare nei momenti cerimoniali, e molti assoli delicati e interludi cameristici a bilanciarli. Benzi è stato molto attento alle esigenze dei cantanti nel calibrare l’accompagnamento, anche se alcuni cori sono stati affrontati a velocità vertiginosa, come a mettere tutti sotto una pressione leggermente maggiore di quanto richieda la partitura. Nel ruolo del titolo, Jeffers è stata vocalmente impressionante, con fili di voce finissimi nelle scene più intime e la capacità di svettare sugli altri cantanti e sull’orchestra quando necessario. La sua personalità scenica è rimasta un po’ in ombra all’inizio, ma è sbocciata negli ultimi due atti, soprattutto nel meraviglioso e appassionato duetto con suo padre, il re etiope Amonasro (Jonathan Veira), che ha fatto valere ogni nota del suo ruolo relativamente contenuto. Peter Auty non stava bene quella sera e ha soltanto recitato il ruolo di Radamès, con un sostituto a cantare in buca. Questo ha danneggiato la credibilità drammatica meno di quanto ci si potrebbe aspettare, vista la qualità del sostituto e la plausibilità partecipe della recitazione di Auty. Per certi versi, il personaggio più interessante dell’opera è Amneris, che affronta i dilemmi più estenuanti e della cui vita interiore cogliamo più chiaramente i contorni rispetto agli altri ruoli principali. È l’incarnazione del conflitto tra preferenza individuale e dovere verso lo Stato e, alla fine, diventa la portavoce di ciò che Verdi vuole farci sentire e pensare come pubblico. Dopo un avvio un po’ lento, Heather Shipp ha fatto emergere con forza queste dimensioni grazie a una presenza scenica solida e a un timbro eroico ma venato di malinconia. Keel Watson e Graeme Broadbent hanno rappresentato efficaci contrappesi di basso e hanno offerto interpretazioni fortemente caratterizzate e ricche di dettagli come faraone e sommo sacerdote. In un’opera che dipende più del solito da un apporto corale robusto, il Coro di Opera Holland Park, con oltre trenta elementi, ha svolto un lavoro egregio non solo sul piano vocale ma anche nella coreografia e nei movimenti scenici inventivi e flessibili, per i quali la direttrice del movimento Maxine Braham merita il dovuto riconoscimento.
Questa è un’opera grandissima che può accogliere molte interpretazioni diverse. Tuttavia, non c’è spazio per i compromessi. In definitiva, o la si mette in scena in modo lineare e con assoluta convinzione che i temi che affronta siano importanti per la nostra cultura oggi quanto lo erano per Verdi negli anni Sessanta dell’Ottocento. Oppure, se si ritiene che l’ambientazione tradizionale sollevi troppe domande problematiche o sia irrealizzabile sul piano del budget, allora serve uno scenario alternativo pensato fino in fondo. Nonostante le straordinarie virtù musicali, visive e dinamiche, questa produzione non compie mai del tutto la scelta finale; e se c’è un principio che questa storia rappresenta in modo ineludibile, è proprio la necessità di prendere posizione e mantenerla fino all’ultimo, a qualunque costo.
Per maggiori informazioni su Opera Holland Park visita il loro sito web.
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