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RECENSIONE: Solo per lei - Arlecchinata, Teatro Garrick ✭✭✭✭✭
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stephencollins
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Zoë Wanamaker in All On Her Own. Foto: Johan Persson All On Her Own/Harlequinade
Garrick Theatre
4 novembre 2015
5 stelle
Acquista i biglietti All On Her Own Il titolo trae in inganno. Potrà anche essere l’unica persona in scena, ma non è affatto sola. Condivide lo spazio con una caraffa di whisky, il cui contenuto si riduce con un metodo e una solerzia che sorprenderebbero persino Claire in A Delicate Balance. E con il marito defunto – è morto sul divano che lei guarda con veleno o tristezza, o con una miscela delle due cose – la cui presenza è come un inafferrabile “mixer” della sua dieta a base di whisky. L’aspettativa di lacrime, angoscia e bicchieri rovesciati è palpabile. Questo è All On Her Own, il breve monologo di Terrence Rattigan (scritto nel 1968 come radiodramma per la BBC), oggi riproposto all’interno della stagione di Kenneth Branagh al Garrick Theatre. Diretto da Branagh e Rob Ashford, e interpretato da Zoë Wanamaker, questo revival è probabilmente quanto di meglio si possa desiderare per questo testo.
Zoë Wanamaker in All On Her Own. Foto: Johan Persson
Questo non implica alcuna derisione nei confronti della scrittura di Rattigan: al contrario, il testo è essenziale, emotivo e profondamente umano, e indaga in modo acuto perdita, rimpianto e senso di colpa. Non c’è mai dubbio che si tratti di una vera tragedia che si dispiega davanti ai nostri occhi, anche se è intrisa di umorismo tagliente e confezionata come se potesse essere una confortevole commedia da salotto.
Rattigan ha attraversato anni difficili sul piano della reputazione; molti lo considerano antiquato e testimone di epoche e persone ormai consegnate alla memoria. Giudizi del genere sono del tutto fuori bersaglio. La verità è che, come tutti i grandi scrittori, scrivendo di ciò che conosceva ha scritto di temi universali, di questioni che possono – e sanno – toccare tutti noi.
Qui, è la morte. La morte di una persona amata e le conseguenze che ne derivano. Rattigan porta il pubblico su una piccola montagna russa emotiva, mentre la signora Hodge di Wanamaker racconta e affronta ancora una volta la solitudine della casa coniugale ormai vuota, con il whisky come compagno prescelto.
Wanamaker sfrutta ogni possibilità offerta dall’occasione: la voce risuona di disperazione e passione (con un po’ di indignazione qua e là) e colpisce la sua straordinaria capacità di sostenere silenzi insieme scomodi ed eloquenti. I suoi occhi sono sorprendentemente, meravigliosamente magnetici. Affronta con naturalezza gli aspetti melodrammatici del testo, facendoli apparire senza sforzo credibili e veri. E il suo talento per la caricatura beffarda è squisito.
È un pezzo statico, cosa dovuta alle sue origini. Ma non per questo è meno interessante, grazie alla graziosa scenografia di Christopher Oram e alla performance luminosa di Wanamaker. La regia è asciutta ed efficace e, nel complesso, è una riflessione riuscita su temi davvero universali.
Ma lo scopo reale di questa produzione è chiaro: stabilisce, con decisione e quasi con sfida, un clima di cupa e sincera introspezione. Facendo apparire le attrattive di una commedia leggera tanto più desiderabili e molto più facili da assaporare. Il che ci porta a
Kenneth Branagh e Miranda Raison in Harlequinade. Foto: Johan Persson Harlequinade
Che anno ispirato fu il 1946! Vide la nascita dell’NHS, dell’Arts Council e della CEMA, il Committee for the Encouragement of Music and the Arts. Lo scopo della CEMA era sollevare il morale e promuovere la cultura britannica e i valori per cui si era combattuta la Seconda guerra mondiale. Finanziò tournée di spettacoli nelle regioni del Paese dove la popolazione non era stata certo viziata da un’eccessiva scelta teatrale. Nel clima politico attuale, l’idea stessa della CEMA sembra una favola.
Deve essere sembrata tale anche a Rattigan, perché il suo testo, Harlequinade, si diverte parecchio alle spalle della CEMA e dell’Old Vic, uno dei principali fornitori delle sue produzioni in tournée. Ma Rattigan non è feroce: è affettuoso, mentre confeziona una delicata, spumeggiante e irresistibilmente divertente favola teatrale, per così dire. Come tutte le grandi favole, ha una morale chiarissima: il teatro è meraviglioso. Il revival di Harlequinade, diretto da Branagh e Ashford, ora in scena al Garrick Theatre (un’esperienza di 100 minuti che include anche All On Her Own e senza intervalli) è, in un certo senso, una rivelazione. Per lo più, Harlequinade viene visto in abbinamento a The Browning Version, uno dei capolavori di Rattigan, di solito come “curtain raiser”. A mio avviso quella combinazione non ha mai funzionato e Harlequinade è sempre parso sbiadito e irritante in confronto a The Browning Version. Ma qui, liberato dal ruolo di apertura, posto direttamente sotto i riflettori e magnificamente preparato dall’intensa oscurità di All On Her Own, il testo può finalmente brillare.
E brilla, eccome.
Tom Bateman e John Dalgleish in Harlequinade. Foto: Johan Persson
È un vero regalo: delizioso, sempre divertente, beatamente sciocco. Praticamente ogni cliché e caricatura teatrale prende vita in forma piena, esagerata ed esemplare: la produzione in tournée un po’ raffazzonata; il direttore di scena che lavora sodo cercando di coprire gli eccessi degli attori; gli ego; i segreti nascosti; la follia da celebrità; la brama di stare sotto i riflettori (o sotto qualsiasi luce, purché ti faccia apparire bene); la grande dame dipsomane; l’attore senza speranza e in scena da una vita; i comprimari che vogliono il loro momento al centro; il poliziotto e una buona battuta sul manganello; le star troppo anziane per i loro ruoli ma che vanno avanti imperterrite. Tutto viene montato insieme in una spuma di goffaggine contagiosa.
Branagh è in splendida forma nei panni di Arthur Gosport, la star e capocomico della compagnia che porta Romeo and Juliet a un pubblico che lui considera inferiore. Serve una vera abilità, per un autentico interprete del verso shakespeariano, nel recitare male le parole di Shakespeare: Branagh riesce magnificamente nel trucco e il suo Gosport pronuncia i versi senza bellezza, senza comprensione né fascino. È esilarante. (Ciò che è stato davvero scioccante è rendersi conto che gli sforzi di Branagh nel “cattivo Shakespeare” suonavano familiari: lo standard di Gosport assomiglia molto a quello che, oggigiorno, si ascolta di routine sui palcoscenici della RSC e del National.)
Come una tigre che si aggira pavoneggiandosi, Branagh percorre la scena, svolazzando con la parrucca, impartendo ordini e insulti, inventando nuove “trovate” per oscurare i colleghi, e fornendo la fornace che alimenta questa produzione. La sua caccia energica alla risata, sottile o meno che sia, dà risultati concreti. È sensazionale. La sua assurda prova di duello con la spada con il Mercuzio/Fred Ingram di Stuart Neal, perfettamente calibrato e vanitoso idolo da matinée, è degna dei Monty Python.
Zoë Wanamaker nei panni di Dame Maud in Harlequinade. Credit: Johan Persson
Miranda Raison si dimostra altrettanto abile nello sfruttare le possibilità comiche di un personaggio le cui capacità sono decisamente inferiori alle sue, e la cui bellezza è sfiorita là dove quella di Raison no. Il trucco vistoso e calcato, applicato con cura, fa di Edna Selby un’attrice che si aggrappa ostinatamente al ricordo della giovinezza e si tiene ben stretta al matrimonio con Gosport per proteggere la propria carriera. Regge meravigliosamente l’energia di Branagh; la sua scena con il Poliziotto innamorato (John Dagleish in forma deliziosa, che entra tardi e cattura risate con grande facilità) è davvero spassosa.
Zoë Wanamaker, come una sorta di imperatrice vedova di palcoscenico un po’ brilla, sfoggia la diva al massimo con grande efficacia. A un certo punto ha uno svenimento completo e meraviglioso che manda in visibilio la sala; in un altro, la sua lezione su come pronunciare correttamente la parola "bitch" potrebbe farvi piangere di gioia. Vestita da nutrice di Giulietta, Wanamaker è un incrocio tra Lady Grantham e la Principessa Leia: irresistibile.
Il personaggio che lavora di più è il direttore di scena Jack Wakefield, interpretato qui con totale dedizione da Tom Bateman. In tutte le farse c’è un ruolo relativamente ingrato attorno al quale i personaggi idiosincratici e comici ruotano e si scontrano: in Harlequinade, Wakefield è quel perno, anche se Rattigan gli concede alcuni momenti di umorismo gratificante che sono solo suoi. Bateman fa centro, anche se ogni tanto spinge un po’ troppo. È il personaggio che vive il momento catartico della presa di coscienza: che il teatro vale tutto e che nulla e nessuno dovrebbe ostacolare il seguire i propri desideri teatrali, quali che siano. Il resto del cast fa egregiamente la propria parte, anche se Hadley Fraser non avrebbe bisogno di essere così tonto perché il suo ruolo funzioni, e Vera Chok deve rilassarsi ed essere Miss Fishlock, invece di dedicarsi a così tanto "recitare". Ci sono prove finemente calibrate di Jessie Buckley, Jack Colgrave Hirst e Michael Rouse, che suona il pianoforte con dolcezza negli intermezzi musicali che contribuiscono a dare allo spettacolo un sapore da music hall.
La scenografia di Oram qui è perfetta: elegantemente dimessa, per rappresentare senza sforzo i rigori di una compagnia in tournée, ma anche eccentrica e gioiosa. Anche le luci di Neil Austin sono squisite e divertenti, nelle sequenze in cui la coppia di star cerca il giusto livello di luminosità per la propria età.
Questa produzione rivitalizza davvero Harlequinade e lo consacra come un pezzo comico acuto e intelligente, pieno di ammiccamenti per chi il teatro lo conosce, e con perfino un cenno a una soluzione di trama “gilbertiana” nella trovata su come evitare il carcere per bigamia.
Una serata deliziosa a teatro.
All On Her Own e Harlequinade sono in scena al Garrick Theatre fino al 13 gennaio 2016 Scopri di più sulla stagione di Kenneth Branagh al Garrick Theatre
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