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RECENSIONE: Favole di avvertimento per figlie, Jermyn Street Theatre ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
3 febbraio 2017
Di
julianeaves
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Cautionary Tales For Daughters: storie che tua madre non ti ha mai raccontato
Jermyn Street Theatre,
31 gennaio 2017 Prenota i biglietti
Tanya Holt attacca con un piglio abbastanza piacevole in questo one-woman show, accompagnata alle tastiere e ai cori dalla sua fidata MD, ‘Fred’ (alias Birgitta Kenyon). Per un attimo ci chiediamo se siamo in territorio ‘Fascinating Aida’, dove materiale perlopiù “leggero” viene servito con una mano, mentre nell’altra si stringe un gin tonic abbondante, non sempre solo metaforico. Ma il dubbio dura poco. Holt mostra subito più acciaio che sorrisi nelle sue osservazioni taglienti su vita e carattere, afferrando al volo quanti più strumenti musicali possibile per accompagnarsi, e passando con disinvoltura tra stili e modalità di canto, movimento, recitazione e monologo, secondo ciò che il momento sembra richiedere. Pur essendo scritto e diretto con un’attenzione minuziosa al dettaglio, il tutto appare completamente spontaneo e improvvisato. E pericoloso. Con lei potremmo finire ovunque — e, nelle sue mani, ci finiamo praticamente.
Dopo un’apertura abilmente innocua (con tanto di parodia “di prosciutto” di ‘My Way’), la canzone su ‘Sylvia’ nella sua torre, che si chiede ‘Dove sono io, e dove sei tu?’, è troppo intensamente struggente per essere ignorata. Poi, mentre un parlato sciolto ci porta da un quadretto all’altro, le luci sapientemente calibrate e concentrate (non accreditate, ma forse opera del regista e co-autore Robin Kingsland) raccontano un’altra storia, così come la videografia e il design dello schermo, via via più inquietanti, di Vesna Krebs. Le musiche aggiuntive di Daniel Dibdin valorizzano quelle dell’autrice-interprete: gli arrangiamenti diventano sempre più audaci e sorprendenti, passando da un’esuberanza elaborata a una rarefazione quasi inesistente; mentre gli oggetti di scena di Millie Davies completano lo spazio lasciato libero da un assortimento di strumenti musicali (quando vi è capitato l’ultima volta di vedere una revue con una ghironda o una cetra?).
Quando arriviamo alla storia del ‘Bad Tattoo’ — una gloriosa e beffarda ‘Power Ballad anni ’80’ — e a ‘Gold’, la storia del “genitore elicottero” contemporaneo, capiamo di essere nelle mani di un’intelligenza acuta, che si spinge ben oltre i confini del classico cabaret da salotto. La brillante country-and-western ‘I Wanna Be A Cowboy’ smonta con fragore gli stereotipi di genere, come se fosse consegnata da una Dolly Parton agrodolce in un meltdown a frammenti. Poi ‘Daddy’s Girl’ cresce organicamente come una recitazione in stile anni ’30, quasi alla maniera di Cicely Courtneidge, ma ci colloca con decisione “dal lato oscuro” della vita. L’erudizione di Holt può permettersi un utile riferimento di passaggio a Hilaire Belloc (il cui volume omonimo, concepito per ammonire i bambini monelli tra gli 8 e i 14 anni, uscì ben 110 anni fa), ma lo fa dando per scontato — lusingando — che sappiamo a cosa si riferisce, senza spiegazioni.
E all’improvviso veniamo catapultati nel retro-folk di ‘A Worthy Man Once In Fayre Garish Towne’, eseguito con il miglior aplomb in stile ‘Celtic Connections’, ma che a fatica nasconde il veleno dietro le finte illustrazioni a xilografia del XVI secolo di una scorribanda tabloid da “baci e confessioni”. Il tutto scivola con naturalezza in ‘There’s News’, un’epistola dedicata alle gioie e agli snobismi del parto contemporaneo, al termine della quale Holt somministra a un pubblico riconoscente l’epidurale dell’intervallo.
‘Atto 2’ (così lo si potrebbe quasi chiamare, visto che tutto ciò che Holt fa — per quanto lieve e apparentemente dimesso — sembra sempre un dramma!) si apre con ‘Cherry, The Amazing Yo-Yo Girl’, che lei adorna con un “barker-talk” da luna park spaventosamente realistico. (Quando finalmente si decideranno a mettere in scena il primo ‘Carousel’ tutto al femminile — e, gente, è solo questione di tempo — sappiamo già chi sarebbe in cima alla lista per interpretare ‘Billie’ Bigelow.) Questo è forse il grottesco più influenzato dai Tiger Lillies di Holt: un intelligente valzer mefistofelico di sapore lisztiano, servito con generose cucchiaiate delle Rapsodie ungheresi. E poi torniamo alla Recitazione alla Joyce Grenfell con la storia raccapricciante di ‘Arabella Dare’: una voce d’avvertimento, davvero, rivolta a chi affronta la bestia selvaggia dei Media e cerca di addomesticarla. Eleganti suoni ambientali ci introducono quindi nel mondo di uno dei suoi personaggi più riusciti, ‘Chanel, the Label Girl’ — un giro tra i sette vizi capitali, con il fantasma di Lotte Lenya al nostro fianco.
Bruscamente, Holt ci sposta ne La piccola casa nella prateria, dove ascoltiamo la sua perfetta canzone da donna pioniera: ‘O, Little Grey Hair’ — un blues malinconico, che lei si accompagna da sola con il segaccio musicale, un numero eseguito alla perfezione che Holt riesce a rendere rassicurante e confortevole più o meno quanto suonare “Chopsticks” con una smerigliatrice angolare. Perché lo sta facendo? Ti chiedi. E lei chi è, poi? Pensi. Sembra così plausibile, così naturale, così semplice, eppure… eppure… eppure… La vera Tanya Holt resta sempre appena fuori dalla nostra portata. Elusiva e misteriosa. A ogni nuovo numero speriamo, a livello subliminale, che ci mostri “la verità”, e che finalmente capiremo come stanno le cose. Ma Holt ha studiato Cleopatra e Teodora e sa che non è questa la strada.
Persino quando è brilla, nella Narrazione dell’ubriacona ‘Can’t Take Your Drink’ (che esplora le cause che spingono alla dipsomania), lo spigoloso ‘sprechgesang’, l’incantazione di ‘It’s not OK’, svelano pochissimo. Siamo continuamente messi di fronte al mondo, e costretti ad ammettere quanto poco ne comprendiamo. Su questa ammissione si innesta una sfida estetica: una sorta di cantata d’essai su nomi di elettrodomestici di design e grandi bianchi, con uno swing alla Peggy Lee e una patina di umorismo un po’ camp. Questo ci conduce poi agli avvertimenti contro l’avventurarsi in acque pericolose: ‘Red Flags Are Flying’, una porzione davvero generosa di Steeleye Span e di una Maddy Prior nel suo momento più incisivo, generosamente intrecciata con echi postumi di Barbara Dixon. Credo.
Voglio dire: ci sono così tante influenze e “incantesimi” attivi sul bracciale che è questo spettacolo deliziosamente seducente e sorprendente, che si potrebbero anche elencare — e comunque non si arriverebbe nemmeno vicino a capire come e perché siano tutti lì; ammesso, poi, che siano davvero loro, e non un loro simulacro, ombre di fenomeni passati, note a piè di pagina immaginate della storia dell’intrattenimento o allusioni illusorie ai grandi creatori della tradizione del cabaret. Per ragioni tanto indecifrabili quanto arbitrarie, figure come Jake Thackray sembrano qui presenti, come spiriti benevoli, quanto quelle di Victoria Wood: mentre ci uniamo tutti nell’inno finale, ‘Yesterday Is Here Again’, ci rendiamo dolorosamente conto che nella canzone potrebbe esserci molta più verità di quanto sospettiamo.
E questa è Tanya Holt, gente. Per quanto riesca a capire. Se e quando qualcuno deciderà di registrarla — e qualcuno davvero, davvero dovrebbe farlo — ascolteremo e riascolteremo, riascolteremo ancora questi brani e — ne sono convinto — resteremo sempre misteriosamente incantati come al primo incontro. È qualcosa di speciale. E lo spettacolo è al Jermyn Street Theatre fino all’11 febbraio, prima di partire per un ampio tour nazionale.
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