Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

  • Dal 1999

    Notizie e recensioni affidabili

  • 26

    anni

    il meglio del teatro britannico

  • Biglietti ufficiali

  • Scegli i tuoi posti

NOTIZIE

RECENSIONE: Coming Up, Watford Palace Theatre ✭✭✭

Pubblicato su

15 ottobre 2015

Di

danielcolemancooke

Share

Mitesh Soni, Neil D'Souza, Goldy Notay e Ravin J Ganatra in Coming Up. Foto: Richard Lakos Coming Up

Watford Palace Theatre

14 ottobre

3 stelle

Acquista i biglietti

Di opere e film sull’esperienza indiana in Gran Bretagna ne abbiamo già visti a bizzeffe. Eppure si è raccontato pochissimo di come i britannico-indiani vengano accolti quando rientrano in patria.

Coming Up di Neil D’Souza racconta la storia di Alan (interpretato dallo stesso D’Souza), che torna nella madrepatria per lavoro dopo decenni trascorsi nel Regno Unito. Scopre che l’India che conosceva è cambiata radicalmente, così come i suoi rapporti con la zia e il cugino. Riesce anche a ripercorrere le orme del padre, Jacob, che appare sia da anziano sia da giovane, incorniciato dai brani del suo diario. Ne emerge la dura educazione cattolica di Jacob sullo sfondo di Gandhi e del movimento per l’indipendenza indiana.

Se vi sembra tanta carne al fuoco, lo è davvero! Ci sono due trame piuttosto importanti, che attraversano diversi decenni e luoghi e coinvolgono in tutto una ventina di personaggi. Di per sé non è un problema, ma le indicazioni sceniche chiedono che le ambientazioni si trasformino con “il minimo trambusto”. La rapidità con cui lo spettacolo salta da una parte all’altra richiede un po’ di assestamento (a volte i personaggi tornano indietro nel tempo all’interno della stessa scena e dello stesso ambiente), soprattutto perché non viene data molta introduzione ai personaggi. L’opera sembra più solida nella seconda metà, quando la narrazione si stabilizza e alcuni snodi chiave iniziano a convergere.

Di questa produzione c’è molto da apprezzare: i personaggi sono tutti complessi e interessanti e i dialoghi, vivaci e densi, suonavano autenticamente indiani. Diversi temi attraversano l’opera, soprattutto quelli dell’identità e dell’appartenenza. Alan si sente (presumibilmente) non del tutto a casa in Gran Bretagna, eppure non riesce a entusiasmarsi per la sua terra d’origine: non ama la cultura e si è allontanato dai parenti, inseguendo invece il successo economico.

È rinfrescante vedere un ritorno a casa rappresentato in modo conflittuale, invece della solita narrazione del “ritrovarsi”: questa etica confusa è parte di ciò che mantiene il testo interessante e coinvolgente. L’India viene mostrata come un Paese in transizione, che sostituisce le divisioni di casta degli anni ’30 con una cultura del consumo, anche se il divario tra ricchi e poveri resta vasto come sempre.

Le scene tra Alan e il cugino da cui è ormai distante sono quelle che funzionano meglio, con interpretazioni splendide da parte di entrambi. In generale, la sottotrama di Alan è più emotiva di quella di Jacob, anche perché quest’ultima finisce invischiata in un simbolismo non necessario legato a una tigre, che sembrava piuttosto da sfoltire. C’era anche un finale intelligente con una giovane ragazza indiana in una sala partenze, che mostra quanto Alan (e l’India) siano cambiati e gli permette di esplorare ed esprimere i suoi veri sentimenti.

Il cast è eccellente su tutta la linea: è una vera produzione corale, con tutti impegnati in tre o quattro ruoli. A ognuno è richiesto di cambiare età, genere e accento, persino a metà scena; e tutti lo fanno con grande abilità.

Due in particolare si sono distinti: anzitutto Goldy Notay, che ha mostrato tutta la sua versatilità interpretando sia il giovane Jacob, dolce ed energico, sia la zia ottantenne di Alan. Le due prove erano molto diverse, ma entrambe recitate con intelligenza e un marcato senso dell’umorismo. Mitesh Soni è altrettanto incisivo nei panni del fratello di Alan, Daniel, e di un prete combattuto; il suo Daniel di sette anni è stato una lezione magistrale su come un adulto debba interpretare parti più giovani.

La scenografia di Rebecca Brower è eccellente; costellata di simbolismo religioso, con un fondale imponente e luci che rispecchiavano i temi mistici del testo. I movimenti di Shona Morris erano del tutto validi, ma non sembravano perfettamente adatti a questo tipo di spettacolo; l’uso più marcato della danza verso la fine ha finito per intralciare proprio quando un finale avvincente stava emergendo in modo naturale.

Coming Up è un testo che tenta molte cose diverse e centra più bersagli di quanti ne manchi. Con un montaggio più oculato, potrebbe diventare una delle rappresentazioni più innovative delle questioni identitarie e delle spinte culturali.

Coming Up è in scena al Watford Palace Theatre fino al 24 ottobre 2015

Condividi questo articolo:

Condividi questo articolo:

Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta

Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.

Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy

SEGUICI