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NOTIZIE

RECENSIONE: Giorno del Cane, Teatro Etcetera ✭✭✭✭

Pubblicato su

25 agosto 2015

Di

timhochstrasser

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Day of The Dog

Etcetera Theatre, Camden

18/08/15

4 stelle

Le rappresentazioni della malattia mentale e della depressione in letteratura e in palcoscenico comportano una serie di scelte preliminari. Il testo abiterà la narrazione dal punto di vista di chi ne soffre o di chi fa parte della penombra sociale che circonda quella persona? A seconda di questa scelta iniziale si aprono possibilità diverse. Se il punto di vista è quello della “vittima”, allora si può adottare una strategia di falso scambio: iniziamo a percepire la “realtà” attraverso gli occhi di qualcuno che ha una lettura del mondo molto diversa – e poi arriviamo a capire che si tratta di una proiezione non condivisa dagli osservatori esterni. Può essere usata con un effetto straniante oppure – in modo più positivo – per suggerire che, in certe circostanze, la malattia mentale possa offrire un’angolazione unica, un’attenuazione o un arricchimento della vita quotidiana non necessariamente negativo, ma parallelo alla “realtà”. Se imbocchiamo invece la seconda strada e ci soffermiamo sullo sguardo esterno di familiari, amici e professionisti della salute, il fuoco si posa sul coro di smarrimento, frustrazione, dolore e tentativi di comprensione empatica e di intervento “curativo” da parte di chi guarda da fuori.

Il vero colpo di teatro di Day of the Dog è riuscire a tenere insieme questi due approcci contemporaneamente, in una meditazione pietosa e toccante, ma a tratti anche divertente, su ciò che accade in una famiglia quando uno dei suoi membri si sgancia semplicemente dai meccanismi della vita ordinaria. Lo spettacolo è ideato, scritto e interpretato a sei mani da tre attori nell’ambito del Camden Fringe Festival. Ne esce un racconto accessibile, non prescrittivo e stimolante di un tema impegnativo e difficile, che rende piena giustizia alle sue complessità, trovando al tempo stesso molto spazio per l’umorismo e per un’osservazione finemente calibrata di dinamiche familiari credibili e ben drammatizzate. I risultati sono, a tratti, insieme perturbanti ed emozionanti. È un lavoro concentrato e breve (al momento dura poco più di mezz’ora) che trarrebbe beneficio da un ulteriore sviluppo e da un ampliamento; ma si adatta molto bene al piccolo, intimo spazio dell’Etcetera Theatre (sopra l’Oxford Arms). Sospesi sopra il brulicare del traffico e della folla dell’ora di pranzo su Camden High Street, ci è stato offerto molto da assorbire e su cui riflettere con calma.

L’impianto è molto semplice…. la scena è dominata da un letto stropicciato di cui Tracey Emin andrebbe fiera, ricoperto dei resti di chi non si è mosso da un po’: telefono, portatile, pasti lasciati a metà, vestiti buttati; e in fondo al palco c’è un tavolo con altra paccottiglia domestica. Quando si apre lo spettacolo, sdraiata sul letto c’è Polly Weston (Jeannie Dickinson), la cui vita si è fermata. Nonostante una precedente sicurezza esteriore, buoni risultati a scuola, una cerchia di amici e un fidanzato, all’improvviso ha perso ogni fiducia in sé e nelle proprie capacità. Non riesce a dormire, si sente estranea al proprio corpo e non è in grado di portare a termine i compiti scolastici e altre piccole incombenze che prima avrebbe affrontato senza battere ciglio. In fondo, ciò che prova è paura e panico per quello che le sta accadendo.

La prima sequenza dello spettacolo riguarda i tentativi della madre di farla alzare per andare a scuola e, quando falliscono, di capire semplicemente che cosa stia succedendo. Karen (Gina Radford) è una madre single allo stremo, che si barcamena tra lavoro, gestione della casa e crescita di due adolescenti, cercando al tempo stesso di mantenere una rete di amici e una vita sociale. Completa la famiglia la sorella minore Harriet (Francesca Burgoyne), che alterna risentimento ed empatia verso la sorella, con lo sguardo diverso di una ragazza più giovane su ciò che le accade intorno.

In un certo senso non succede nulla. Non c’è una trama vera e propria, piuttosto una sequenza di conversazioni angosciate, litigi e proteste, distribuite nell’arco di diversi giorni, che esplorano la lotta dolorosa per trovare senso, comprensione e una qualche forma di soluzione di fronte alla stasi immobile e paralizzante della depressione. Quello che lo spettacolo lascia è la chiara impressione che approcci indiretti e obliqui portino di solito più beneficio reciproco rispetto ai tradizionali appelli alla razionalità, alla causa e alla cura.

La disperata ricerca di Karen di una spiegazione limpida si scontra con il fatto che la malattia mentale, a volte, può non avere alcun innesco o causa esterna specifica. È il padre assente di Polly? È il fidanzato che lei ha appena respinto? È qualcosa a scuola? Karen tenta di sfondare dall’esterno applicando criteri superficiali e “ovvi”, finendo per diventare rabbiosa e aggressiva. Harriet se la cava molto meglio: con uno sguardo più ingenuo e spontaneo, si limita a proporre alla sorella un gioco da tavolo o a condividere la stanza per una notte in stile pigiama party. Per un po’, questi gesti di presenza empatica permettono a Polly di uscire dal guscio in modo non minaccioso. Le due sorelle hanno una confidenza scherzosa da cui nasce un’autentica allegria. Non c’è guarigione, qui; c’è solo il riconoscimento che alcune strategie per convivere con la situazione funzionano meglio di altre.

L’unico tassello che, nell’attuale copione, sembra davvero mancare è l’analisi e l’intervento di specialisti esterni. È vero che introdurre una quarta figura – un medico o un professionista – incrinerebbe l’intimità e l’intensità del cerchio familiare, ma il tema potrebbe comunque essere affrontato attraverso un confronto su consigli o valutazioni ricevuti. Così com’è, è drammaturgicamente poco plausibile che Karen non abbia coinvolto un supporto medico o un altro tipo di aiuto professionale. Inoltre, inserirlo ora come oggetto di dibattito in famiglia offrirebbe un’ulteriore angolazione sul tema senza dover per forza inchinarsi alle tradizionali idee di supremazia diagnostica della medicina.

In uno spazio di tempo molto breve, gli interpreti riescono a coprire una gamma dinamica ampia. Radford passa con efficacia dall’empatia alla rabbia e alla frustrazione nei confronti della figlia. E si guadagna anche l’empatia del pubblico nel rendere un genitore tirato allo stremo dallo stress, che a fatica riesce a tenere insieme tutti i pezzi giorno dopo giorno. Burgoyne offre una notevole incarnazione di una ragazzina, trovando una combinazione di goffaggine e ingenuo entusiasmo energico nel linguaggio del corpo e nel modo di porgere il testo, davvero adorabile. Il ruolo di Dickinson è il più impegnativo, non da ultimo perché la sua recitazione deve dare corpo a una condizione impalpabile e refrattaria alla comprensione, mostrandocela in un modo che ci consenta di vederne i sintomi e di entrarci in relazione con l’immaginazione. Ci mostra, nello stesso momento, il terrore interiore di un’intelligenza che sa di avere a che fare con qualcosa che non riesce a elaborare, e le emozioni frustrate di chi non sa spiegare agli altri perché sia diventata incapace di funzionare e trova tutti i loro interventi, pur ben intenzionati, inutili e irritanti.

C’è un’integrità aperta e non giudicante in queste conversazioni e in queste caratterizzazioni, davvero impressionante, che merita un pubblico più ampio in uno spazio di rappresentazione più grande (ma non troppo più grande).

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