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RECENSIONE: La morte prende una vacanza, Teatro Charing Cross ✭✭✭✭
Pubblicato su
24 gennaio 2017
Di
julianeaves
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Chris Peluso nel ruolo della Morte e Zoe Doano in quello di Grazia Lamberti. Foto: Scott Rylander. Death Takes A Holiday
Charing Cross Theatre
23 gennaio 2017
La magnifica partitura di Maury Yeston per questo spettacolo – una delle migliori in scena a Londra in questo momento – è una meraviglia da non perdere in questa prima europea di una delle sue creazioni più straordinarie. Ambientata nel 1922, abbraccia sonorità di Broadway di ieri e di oggi, Tin Pan Alley, l’opera italiana (dal barocco al tardo verismo), la musica da concerto modernista e perfino le lussureggianti colonne sonore cinematografiche di Max Steiner e soci. Un miscuglio incredibile. Il cast di 14 interpreti gli rende piena giustizia, e la band di 10 elementi ricrea integralmente le orchestrazioni originali Off-Broadway di Larry Hochman, sotto la direzione magistrale del direttore musicale Dean Austin.
In una villa neoclassica dal fascino gelido e suggestivo sulle rive del Lago di Garda – una scenografia squisitamente “operistica” firmata da Morgan Large – una ricca famiglia aristocratica si riunisce per celebrare il fidanzamento della figlia con il figlio dei vicini di casa (sì… viene subito da pensare a I promessi sposi). Poi, in mezzo a loro, un po’ alla maniera del teatro di Pirandello, arriva la figura quasi allegorica della Morte, che con discrezione si traveste da principe russo, Sirki, e “si prende una vacanza” dai suoi consueti doveri di dispensare mortalità e mietere anime. Quindi, esattamente come ci aspettiamo, si invaghisce rapidamente della promessa sposa e ne scaturisce uno scontro di volontà che può avere un solo esito.
Zoe Doano (Grazia Lambereti), Scarlett Courtney (Daisy Fenton), Helen Turner (Alice Lamberti). Foto: Scott Rylander
La storia nasce dalla penna del poco noto poeta e drammaturgo Alberto Casella, ed è di gran lunga la sua opera di maggior successo: tradotta in inglese per una produzione negli Stati Uniti, venne poi ripresa da Hollywood nel 1934 e portata sullo schermo con Fredric March. Casella continuò a scrivere sceneggiature importanti in Italia, ma nessun’altra sua opera ebbe la “seconda vita” di questo successo. Fu nuovamente adattata per la TV negli anni ’70 (con esiti alterni) e, più tardi, trasformata nel popolarissimo Vi presento Joe Black con Brad Pitt alla fine degli anni ’90. Nelle mani giuste, sembra esserci qualcosa di indistruttibile in questa storia.
Yeston iniziò a lavorare al musical a ridosso della prima di Titanic, con lo stesso librettista, Peter Stone. Quando Stone morì dopo alcuni anni di lavoro sul progetto, venne sostituito da Thomas Meehan. Lo spettacolo ebbe una tenitura limitata Off-Broadway e poi, più di recente, quando il compositore ha fatto ascoltare la partitura a Thom Southerland, il regista ne è rimasto così entusiasta da non aver bisogno di ulteriori convincimenti per portarla in scena nel Regno Unito. Ed eccoci qui.
Chris Peluso (Morte) e Zoe Doano (Grazia Lamberti). Foto: Scott Rylander
È difficile immaginare un trattamento migliore. Southerland, insieme a Tarento Productions e al team di produzione interno del Charing Cross Theatre, dopo l’enorme successo ottenuto con la loro ripresa di Titanic, sono senza dubbio le persone migliori per questo lavoro. Con le coreografie discrete di Sam Spencer-Lane, i bellissimi costumi di Jonathan Lipman e le luci splendide di Matt Daw, con il suono curato da Andrew Johnson, il risultato è una messinscena di grande gusto e perfettamente calibrata.
Anche il casting è di altissimo livello. Nei panni della Morte, Chris Peluso (che forse ricorderete di recente come Gaylord Ravenal nel trasferimento di Show Boat al New London Theatre) lo interpreta come un idolo da matinée destinato alla rovina, come in uno dei ruoli più tormentati di Ivor Novello, ma con una bella voce di tenore lirico che si alza a ogni richiesta della partitura di Yeston – e le richieste non sono poche. La sua controparte, la Grazia Lamberti di Zoe Doano, è leggera e limpida, ma sa “pungere” nel registro acuto quando ha occasione di usarlo. Tra i due c’è una solenne formalità romantica che richiama, forse, Nelson Eddy e Jeanette MacDonald.
Gay Soper (Contessa Evangelins di San Danielli) e Anthony Cable (Barone Dario Albione). Foto: Annabel Vere
Ashley Stillburn fa del suo meglio con il ruolo piuttosto ingrato del fidanzato lasciato, Corrado Danielli, ma la casa è guidata con energia e dedizione dal Duca Vittorio (Mark Inscoe) e dalla sua Duchessa Stephanie (Kathryn Akin), splendidamente cantata; ci sono anche l’esuberante e moderna Alice Lamberti (Helen Turner) e un’americana in visita, Daisy Fenton (l’intensa Scarlett Courtney). La generazione più anziana comprende la Contessa Evangelina di San Danielli (Gay Soper, limpida come un campanello, nel ruolo “alla Hermione Gingold”) e il suo medico-nonché-amante, il Barone Dario Albione (Anthony Cable, elegante e con garbata autoironia). Il personale di servizio include l’autista Lorenzo (il grintoso Matthew McDonald), il maggiordomo Fidele (vivacissimo James Gant: attenzione a quando assumerà il ruolo della Morte dal 13 febbraio – Ken Christansen avrà il suo turno), e le cameriere Sophia (la vamp Sophie-May Feek) e Cora (la impertinente Trudi Camilleri). Un altro ospite che arriva in volo è l’asso dell’aviazione, vecchio amico del defunto figlio dei Lamberti, il Maggiore Eric Fenton (il brillante Samuel Thomas).
È un gruppo di personaggi delineato con precisione e, quando a un certo punto si siedono tutti e annunciano che passeranno il tempo raccontandosi delle storie, possiamo facilmente immaginarci di scivolare in un Decameron dell’epoca post-Grande Guerra. Allo stesso modo, quando la Morte, sotto le spoglie di un principe russo, trasforma la vita di tutti sotto il tetto dei Lamberti, si avverte persino la vicinanza di Teorema di Pasolini. Poi, quando la sua natura infernale viene rivelata, ci spostiamo dolcemente verso Il fascino discreto della borghesia e L’angelo sterminatore. Il cosmopolitismo è la parola d’ordine: una festa intellettuale per chi è colto e informato. Il secondo atto, addirittura, si apre con una fuga in cinque parti (più o meno).
Zoe Doano (Grazia Lamberti) e Chris Peluso (Morte). Foto: Scott Rylander
Che funzioni, di per sé, come storia capace di coinvolgere il cuore è forse un altro discorso. Le canzoni che i personaggi devono cantare sono tutte deliziose e scritte con un gusto squisito. Ma la storia che raccontano, pur azionando molti degli stessi “registri” de L’olandese volante, non colpisce allo stesso modo. Resta soprattutto un’esperienza cerebrale – meravigliosa – più orientata alla riflessione che al trasporto passionale. Non è necessariamente un difetto: la regia sembra avviata a percorrere il territorio di Racine, e finisce invece per assomigliare di più a qualcosa di Marivaux – una commedia di conversazioni: urbana, civile, arguta. Non “succede” davvero nulla. C’è molto di Smiles of an Alpine Night in questo spettacolo, e Sondheim è uno degli artisti a cui Yeston rende omaggio qui. Forse, se la comicità alta avesse più spazio di manovra, soprattutto nella prima metà del primo atto, potremmo affezionarci a questi personaggi più di quanto accada ora. Ma forse non è questo l’intento. Forse dovremmo guardarli con il distacco oggettivo di Buñuel. O, sì, di Pirandello.
Andate a vederlo e giudicate voi.
In scena fino al 4 marzo 2017
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