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RECENSIONE: Dying For It, Atlantic Theatre Company ✭✭✭✭
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Di
stephencollins
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Il cast di Dying For It. Foto: Ahron Foster Dying For It
Linda Gross Theater: Atlantic Theater Company
17 gennaio 2015
4 stelle
La presunta “saggezza” vuole che la commedia russa sia un ossimoro. Anni di interpretazioni mortalmente noiose dei testi di Čechov come grandi tragedie non aiutano. Il meraviglioso adattamento di Neil Simon di alcune storie cechoviane, The Good Doctor, è a suo modo un capolavoro e dimostra che l’ilarità e la penna di un russo non sono affatto incompatibili. Anche lavori più leggeri di Turgenev e perle come L’ispettore generale di Gogol mostrano chiaramente che la Russia è patria di commedie garbate e farsacce strampalate.
Nikolaj Erdman scrisse The Suicide nel 1928, si attirò l’ira di Stalin e fu prontamente esiliato in Siberia. Il testo venne vietato e non fu mai rappresentato durante la vita di Erdman; solo quando la RSC lo riesumò nel 1979 arrivò un vero successo, sia in Inghilterra sia a Broadway.
La “libera trasposizione” di Moira Buffini del testo di Erdman, dal titolo curiosamente scelto Dying For It, ha appena concluso le repliche al Linda Gross Theater, off-Broadway; la produzione è stata diretta da Neil Pepe per l’Atlantic Theatre Company.
Mi ha sempre incuriosito il motivo per cui gli adattatori moderni di testi russi insistano nel far usare ai personaggi, nelle conversazioni più normali, il nome e cognome completi degli altri. «Che cosa stai facendo, Margarita Ivanovna Peryesvetova?» sembra superfluo in un adattamento in lingua contemporanea: se l’obiettivo è chiarezza e sintesi, perché non «Che succede, Madge?» Buffini, su questo punto, è stata discontinua: a volte volavano i nomi completi, altre volte solo una parte, oppure un diminutivo o un appellativo. In ogni caso, se vuoi far ridere la gente, meglio non metterla alla prova con nomi contorti e poco familiari.
Buffini ha ridotto trama e personaggi con una certa efficienza, va detto, ma non è mai sembrato del tutto chiaro se il risultato finale dovesse essere una farsa con un intento preciso o una commedia di costume (di buone maniere, o magari no). C’è una sorta di inerzia e indecisione nella scrittura che costituisce il primo ostacolo a una serata davvero scatenata a teatro.
La storia riguarda un uomo, Semyon, che non è riuscito a costruirsi una carriera. Disperato, prova a imparare la tuba (non chiedete) ma fallisce e conclude che deve togliersi la vita: un atto di sfida e una dichiarazione sulla qualità della sua esistenza. Vuole lasciare un biglietto per assicurarsi che nessuno pensi di esserne responsabile.
Tuttavia, la strada verso l’autodistruzione è lastricata di difficoltà. Appena si sparge la voce che intende suicidarsi, vari soggetti interessati cercano di sfruttare l’occasione per i propri scopi. C’è un postino guardone che spinge Semyon a sacrificarsi in nome del “Partito”, una ragazza sboccata che vorrebbe che la sua morte fosse un fatto altamente romantico, una suocera che desidera solo liberarsi di lui e della sua inutilità, un membro del clero che la vede come un modo per consolidare la fede del proprio gregge, e un pensatore progressista che lo vorrebbe morto per il bene della società. Il tutto, molto allegro.
Si organizza una grande festa per congedarlo in grande stile ma, naturalmente, lui non riesce davvero a portare a termine il gesto. Ecco quindi i festeggiatori mancati, frustrati all’idea di una vita sacrificata per la “giusta” causa; rabbie di vario tipo, diversi gradi di divertimento, una scena piuttosto esilarante con una bara aperta e un finto cadavere e, poi, inaspettatamente, una svolta cupa. Che svolta? Beh, sarebbe uno spoiler, come direbbero i più giovani.
Non è difficile immaginare la reazione velenosa di Stalin all’originale: è una commedia nera nerissima, radicata nelle reazioni al dogma comunista e nell’adesione ad esso, oltre che nelle idee che sostenevano lo Stato stalinista. Nel suo tempo e nel suo luogo avrebbe avuto una scossa notevole, forse paragonabile – per provocazione – a come reagirebbe oggi la Corea del Nord a certe satira occidentali.
Lo scenografo Walt Spangler ha cercato di evocare quella Russia di tanto tempo fa con un allestimento storto e sdrucito, carta da parati che si scrosta, molte porte da sbattere e da cui spiare, e una scala che ricorda continuamente l’idea di classe, di livelli superiori e inferiori nella società. Non a caso è blu: rispecchia l’umore di Semyon che, con la moglie Masha, vive sostanzialmente come in un Harry Potter sotto le scale; anche se, a differenza di Potter, non hanno porte, né privacy, se non l’oscurità.
I costumi scelgono una via di mezzo: Suttirat Larlab e Moira Clinton propongono una lettura semi-moderna degli abiti da contadino e da compagno, gradevole e riuscita nel richiamare l’epoca di Stalin. Ci sono persino due musicisti che suonano malinconici violino e fisarmonica (belle melodie inquietanti di Josh Schmidt) per sottolineare l’idea occidentale – ormai familiare – della Russia di allora.
Buffini punta su un linguaggio per lo più moderno (a parte la già citata abitudine del nome completo) e questo dà immediatezza al testo, ma lo allontana anche con decisione dal contesto originale. Di conseguenza Pepe ha un bel compito: fondere tutti questi elementi in un insieme coerente.
Grazie a un cast estremamente dotato, in gran parte ci riesce – con ottimi risultati.
Al centro dello spettacolo, con la parte più impegnativa, c’è Joey Slotnick nei panni di Semyon. Slotnick trova quello stato perfetto, fuso, di incomprensione e determinazione, così essenziale in una comicità di questo tipo. È maniacale, delirante, imbarazzato, scaltro e adattabile; un topo di fogna che corre in un tunnel in cui si è buttato da solo e che si sta riempiendo rapidamente d’acqua gelida e stagnante.
Tecnicamente il lavoro è pulito ed elegante; ma servirebbe più esuberanza, più fuoco interiore, un filo di sregolatezza controllata per trasformarlo in una prova comica davvero magistrale.
Il resto del cast, con ruoli di supporto ben delineati e funzioni comiche specifiche, è uniformemente eccellente; ma ciascuno tende a tarare la propria prova sul livello di Slotnick. Ne risulta un’omogeneità che da un lato è desiderabile, ma dall’altro i momenti che potrebbero essere vette da Everest di risate sfrenate non arrivano a quelle altezze, perché nessuno supera i limiti fissati da Slotnick.
Mary Beth Peil si gode la suocera pungente di Semyon ed è un piacere dall’inizio alla fine. Nei panni di Masha, la moglie di Semyon che ne sopporta di ogni, Jeanine Serralles è un trionfo di angoscia confusa e incomprensione.
Peter Maloney è delizioso come sacerdote tutt’altro che santo, che spinge Semyon a togliersi la vita con un fervore tanto inquietante quanto credibile (soprattutto in questi tempi di fanatismi religiosi). E Clea Lewis è spiritosa e bizzarra come Kiki, la supplicante innamorata un po’ fuori di testa che si mette tra Semyon e Masha.
Particolarmente riuscito Ben Beckley, una sorta di equivalente russo di Postman Pat (con una spruzzata di Jimmy Savile), che ama impicciarsi per conto del Partito; e Robert Stanton, intellettuale rigido che non sembra davvero appartenere a nessuna fazione.
Le scene migliori sono state i pezzi d’insieme: la festa entusiasta per celebrare il suicidio programmato di Semyon e la rivelazione attorno alla bara quando la verità, alla fine, presenta il conto. Il cast era perfettamente accordato, con interazioni deliziosamente sciocche ma sempre fedeli alle motivazioni e alle spinte interiori di ciascun personaggio.
Una solida recitazione d’ensemble valorizza al massimo questo curioso adattamento dell’originale di Erdman, che è davvero una creatura rara: una vera e innegabile commedia russa.
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