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NOTIZIE

RECENSIONE: Ciascuno il suo deserto, Orange Tree ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

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Rosie Holden e Joel MacCormarck in Each His Own Wilderness. Foto: Richard Hubert Smith Each His Own Wilderness

Orange Tree Theatre

5 stelle

In vita Doris Lessing vinse tutti i più scintillanti premi letterari, incluso il Nobel; e la sua reputazione di romanziera non si è affievolita dopo la sua morte nel 2013. Eppure alcuni aspetti della sua produzione multiforme restano trascurati, in particolare le sue tre opere teatrali, e proprio una di queste prove iniziali viene oggi riproposta da Paul Miller all’Orange Tree Theatre di Richmond. Messo in scena originariamente al Royal Court nel 1958 sotto la regia di John Dexter, Each His Own Wilderness sembra a prima vista appartenere alla generazione di Osborne e alla sua protesta rabbiosa contro le compiacenze della Gran Bretagna degli anni Cinquanta; ma la realtà è molto più intrigante, complessa e stimolante. Lessing ha sempre fatto un punto d’onore nell’evitare qualsiasi etichetta, tanto nella forma quanto nella sostanza: la sua scrittura esplora senza sosta molteplici forme e generi, convenzionali e non; e pur sembrando abbracciare le aspirazioni delle cause progressiste, politiche e femministe, rifiutò con decisione di farsi arruolare nelle loro fila. Era una postura ironica, da scrittrice, non semplicemente (o principalmente) una questione di testardaggine personale. Nel suo libro più celebre, The Golden Notebook, scritto subito dopo questo testo (e chiaramente ad esso legato), afferma che «l’arte è lo specchio dei nostri ideali traditi»; e, a un certo livello, sia quel romanzo sia questa pièce sono lunghi commenti a quella lucida, amara osservazione. Non solo i personaggi mostrano la capacità umana di tenere in mente, nello stesso momento, ideali contraddittori e reciprocamente destabilizzanti; ma anche la nostra tendenza a impacchettare il personale nel politico genera scetticismo sul fatto che persino gli impegni più nobili possano mai separarsi da una certa dose di autoinganno.

La pièce si concentra sul rapporto tra una vedova di mezza età e madre, Myra Bolton, e suo figlio Tony, da poco rientrato dal servizio di leva per vivere nella loro casa londinese, spaziosa ma affollata. Myra è una donna di straordinaria, ma sfiancante, varietà e vitalità: si dedica, una dopo l’altra, a campagne politiche di vario genere, mentre conduce anche una vita sentimentale frenetica con una successione di «zii» (come li chiama Tony) che hanno preso il posto del marito, ucciso anni prima durante il Blitz. Myra esercita su chi le sta intorno un fascino e un carisma notevoli, e abbraccia la vita fino in fondo; ma Lessing usa il suo rapporto con il figlio per suggerire che possa fare tanto male quanto bene. Per cominciare, siamo portati a credere che le sue energie siano troppo generose, troppo disperse e caotiche per produrre risultati: viene perfino intralciata nel tentativo di raggiungere la manifestazione davanti al Parlamento, fulcro delle prime scene. La sua casa è piena di un’umanità sbandata e di passaggio, tanto che il figlio è costretto a dormire su un divano nell’ingresso; e l’ambientazione stessa, collocata per tutta la durata in un corridoio in disordine ma rivestito di piastrelle encaustiche davvero bellissime, diventa simbolo di confusione, sradicamento e disordine.

Ancora più importante, Myra danneggia involontariamente le persone a lei devote, ignorandone o scavalcandone la sensibilità per il presunto bene della causa più grande. In un efficace rovesciamento delle aspettative, è il figlio a desiderare stabilità, ordine, coerenza di comportamento e una vita domestica tranquilla; ed è il genitore a negargli continuamente quelle possibilità. Tony, apolitico, con un’osservazione asciutta e laterale, mostra il costo personale e familiare dell’attivismo e vorrebbe essere lasciato in pace per inventarsi un proprio modo di vivere. Invece di essere «torturato da cose a migliaia di chilometri di distanza», vuole vivere a casa con dignità nella «povera piccola Gran Bretagna». Lo scontro tra madre e figlio si approfondisce, con le migliori intenzioni da entrambe le parti, e culmina in una conclusione desolata e desolante per tutti. L’ultimo, cupo commento di Lessing sembra essere, come scrisse altrove: «Non c’è molto da dire a favore della sincerità in sé».

Da una prima opera di un’autrice nutrita di letture profonde e vastissime ci si aspetta echi di altri testi teatrali, e infatti ci sono. In alcuni momenti Myra sembra far filtrare Judith Bliss di Hay Fever, e gli scambi tesi tra madre e figlio devono chiaramente qualcosa al Coward di The Vortex. Tony possiede anche molta dell’eloquenza, dello scetticismo, della giocosità e dell’indecisione di Amleto. Altri rimandi e stereotipi si potranno senz’altro individuare, ma nulla di tutto questo conta se la pièce regge sulle proprie gambe. E qui lo fa, senza dubbio. I dialoghi sono di un naturalismo avvincente, arguti, vivaci e toccanti, e al contempo contengono piccoli gioielli di intuizione cristallizzata che emergono senza stonare nel tessuto della conversazione. I personaggi sono delineati con abilità, tanto i protagonisti quanto alcune figure secondarie. Ci sono ottime occasioni attoriali, colte qui soprattutto da Susannah Harker nei panni di Milly Boles, l’amica triste e disincantata di Myra, perfettamente consapevole delle conseguenze delle proprie azioni in un modo che a Myra sfugge. Allo stesso modo, spiccano i camei di Roger Ringrose come Mike Ferris, un ammiratore più anziano di Myra, la cui devozione non riconosciuta per lei e per le sue cause è un’altra vittima della «sincerità», e di Rose Holden come Rosemary, un’ingenua in questa casa disincantata, che fa fronte comune con Tony. Pur avendo poco da dire, recita magnificamente “tra le battute” e nelle reazioni agli altri personaggi, quasi come un coro che commenta l’azione.

Tuttavia, questa pièce vive o muore sulla qualità dell’interazione tra Myra (Clare Holman) e suo figlio (Joel MacCormack). Qui la recitazione è davvero di altissimo livello. Holman cattura il fascino mercuriale ed energizzante di Myra, insieme alla tristezza interiore, alle insicurezze e alla paura di invecchiare che alimentano la sua frenesia. La bontà delle sue intenzioni e l’irresistibile impulso a organizzare gli altri senza consultarli sono tenuti in un equilibrio molto preciso, in un’interpretazione che possiede anche una grazia fluida nel movimento, capace di dare slancio e ritmo all’azione ogni volta che è al centro della scena. La chiave della prova di MacCormack, al contrario, sta nella sua immobilità e nel suo controllo: nel modo in cui ti attira nel suo quieto mondo domestico con un’innocenza mai bacchettona, e nella splendida musicalità verbale che porta al testo.

La pièce non è priva di debolezze. Alcuni personaggi minori sono appena abbozzati e offrono poco margine di sviluppo agli interpreti. Non è mai del tutto chiaro perché Myra e Philip (John Lightfoot) avessero una passione così travolgente l’uno per l’altra, e Sandy Boles (Josh Taylor), interesse amoroso di Myra all’inizio, resta un «arrivista scattante», con il suo rapporto con la madre frustrantemente poco esplorato dal testo. Inoltre, Lessing dà per scontata la vicinanza psicologica della Seconda guerra mondiale e le realtà contemporanee della bomba H, del servizio di leva e di altri elementi degli anni Cinquanta, senza però intrecciarli in modo davvero convincente nel tessuto della pièce. Per questi personaggi può anche essere vero che «la politica ha la stessa intensità del sesso», ma non lo percepiamo fino in fondo nella scrittura; e il rapporto di Tony con la vita militare svanisce non appena si toglie l’uniforme al primo cambio di scena. Se in alcuni aspetti il testo appare datato, non è soprattutto perché le idee abbiano fatto il loro tempo, ma perché i dibattiti e l’ambientazione dell’epoca sono piuttosto presupposti, invece di essere incorporati.

In ogni ripresa la domanda decisiva è se la pièce torni a vivere davvero di per sé o se dipenda da una sorta di difesa d’ufficio. Non ho dubbi: questo testo ha una vitalità e una forza proprie e merita di tornare in scena. Ci riesce, in definitiva, perché offre una splendida vetrina delle qualità chiave, disincantate, che segnano la grandezza complessiva di Lessing come scrittrice: da un lato, l’argomento a favore dell’attivismo organizzato e di una vita di impegno per un altruismo visionario è esposto con energia; dall’altro, è controbilanciato da una lucidità implacabile sul miscuglio di motivazioni e sui costi personali implicati in queste scelte di vita. Il suo messaggio, privo di sentimentalismi, sembra essere che in un mondo sempre più frammentato – tra famiglie, generi, generazioni e dentro le nostre stesse personalità – non esistono soluzioni ideologiche facili, ma solo compromessi spesso scomodi, e che il massimo a cui possiamo aspirare è, talvolta, un certo grado di consapevolezza delle nostre interminabili contraddizioni e autoillusioni….Each his own wilderness.

L’Orange Tree Theatre si è ritagliato una nicchia unica come casa della nuova drammaturgia e di riprese accuratamente scelte di un repertorio a lungo trascurato. Questa produzione è un ulteriore distintivo che si aggiunge a quella reputazione, e un altro successo notevole per il regista Paul Miller e il suo team creativo nella loro prima stagione premiata.

Each His Own Wilderness è in scena all’Orange Tree Theatre fino al 16 maggio 2015

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